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far from movie posterTra un paio di giorni anche gli appassionati italiani di adattamenti letterari e film in costume potranno vedere nei cinema uno dei pochissimi appuntamenti di rilievo per gli amanti del genere in questo 2015 scarno di proposte. Il titolo scelto e i nomi coinvolti rendono però il progetto davvero interessante. Da una parte c’è il classico giovanile del grande scrittore inglese Thomas Hardy, il romanzo che nel 1874 gli regalò la fama e lo consacrò come scrittore della realtà agreste inglese. Dall’altra c’è l’adattamento filmico scritto dall’amato romanziere Dave Nicholls (l’autore di Un Giorno, non nuovo a rimaneggiamenti per lo schermo di materiale hardyano) e girato da Thomas Vinterberg, il regista del bellissimo Il Sospetto alla sua prima prova anglofona di rilievo, con uno stile e una bravura tali da promettere di eguagliare le prove recenti in questo campo di Joe Wright e Cary Joji Fukunaga.

IL LIBRO

far from the madding book coverThomas Hardy è la pecora nera (pun intended) della letteratura inglese, almeno in Italia, dove è per lo più ignorato a fronte di una stima e un riconoscimento letterario che in patria lo avvicinano a mostri sacri come Charles Dickens e Jane Austen. Nell’immaginario collettivo lo scrittore inglese è riuscito a scolpire almeno un paio d’immagini indelebili legate alla sua opera: una è il paesaggio agreste del Wessex, l’immaginaria contea ispirata al Dorset dove sono ambientati la maggior parte dei suoi scritti, l’altra è il volto incantevole e brioso delle sue più famose eroine, Tess e Bathsheba.
Se talvolta può essere ostico immergersi nella lettura dei grandi classici (magari in traduzioni un po’ datate che con un italiano desueto e un adattamento non sempre fedele non rendono giustizia all’originale), Bathsheba Everdene, al pari di una Elisabeth Bennet o di una Jane Eyre, è una figura portatrice di un messaggio ancora rilevante ai nostri giorni e una controparte letteraria con cui è bello gioire e soffrire nell’arco di 445 pagine.

Bathsheba Everdene è l’assoluta protagonista di Far From The Madding Crowd, una contadina che possiede solamente la propria bellezza, il proprio spirito d’indipendenza e iniziativa e qualche effetto personale di poco valore. Fulgido esempio di english rose (il canone di bellezza inglese dell’epoca), la giovane Bathsheba è una flessuosa, aggraziata e vitale ragazza che mentre si reclina sulla sella della sua cavalla per godersi il cielo e la vegetazione che scorre sopra di lei, fornisce un’immagine così potente da trafiggere il cuore di Gabriel Oak, un pastore esperto e parsimonioso, vicino a investire la piccola fortuna che ha messo da parte per mettersi in proprio. Il romanzo si apre con una scena di idillio agreste e sottile sensualità, con Gabriel che spia Bathsheba che, ignara di essere vista, agisce in maniera così intima e spontanea. Il gesto è innocente ma nel contempo ha una valenza fortissima, tanto che Gabriel sarà indissolubilmente legato alla ragazza da una profonda affezione da qui agli anni avvenire, nonostante lei poco dopo rifiuti una sua affrettata proposta di matrimonio.
La forza del romanzo sta indubbiamente nella sua capacità di intessere il racconto di numerose scene di questo tenore, capaci di fondere un contesto agreste quasi mitologico nelle sue valenze (impossibile non pensare a Virgilio e ai suoi pastorelli delle bucoliche e georgiche) e una sensualità sottesa ma così dirompente da essere considerata scandalosa all’epoca.

È possibile raccontare la storia di Bathsheba e dei suoi tre spasimanti, decisi a farla sposare nonostante un’inaspettata eredità le abbia dato l’insperata possibilità di coltivare la sua autosufficienza e il suo pragmatismo, attraverso questi scorci agresti e sentimentali, talvolta erotici. Il seducente ma pericoloso sergente Francis Troy è protagonista della scena più nota, quella prova di abilità con la spada, quel lieve tocco di lama sul seno di lei per uccidere un bruco che vi si era appoggiato e quel sottile rimando a un altro tenzone di coppia che ai tempi era sembrato semplicemente licenzioso. William Boldwood, il ricco possidente vicino di Bathsheba, è protagonista di un innocente scherzo le cui ripercussioni segneranno profondamente i destini dei protagonisti. Gabriel Oak è il prototipo vivente del buon pastore e dell’uomo retto, più in senso bucolico che cristiano in un romanzo che talvolta assume i toni dell’elegia e la compassione e la solidarietà sembrano valori legati alla campagna e non alla religione. C’è quasi una traccia virgiliana nella parabola di Gabriel, in cui la natura lo tradisce nella tragica e memorabile scena del dirupo (un momento immerso nella tenue luce lunare in cui bellezza e orrore si avviluppano e stringono il cuore) ma lui rimanendo sempre fedele ai suoi codici e ai suoi tempi (come nella celebre scena del lavaggio delle pecore presso la fontana, o quella della mietitura, o ancora quella del salvataggio dei capi morenti) esce vittorioso, privo delle cicatrici che la campagna incide sugli altri protagonisti che ne hanno trascurato gli impliciti dettami. Personalmente tra le tante la mia scena preferita è quella della tempesta che incombe sul foraggio appena raccolto, dove in un’atmosfera irreale dominata dal cupo cielo tempestoso rischiarato dai fulmini tutto diventa un simbolo potente di quanto succederà e ancora una volta, anche all’interno della metafora, Gabriel è salvatore dei destini della campagna e della sua amata.

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La grandezza di Via dalla Pazza Folla, romanzo giovanile e cautamente ottimista di Hardy, il primo a donargli una fama nazionale, sta non solo nel protagonismo che la natura agreste e la vita in essa hanno nelle vicende, ma anche nella valenza che l’autore assegna loro. Il Wessex può essere inclemente e spesso le infelicità dei protagonisti sono date dalla sua mescolanza di pensiero ancora molto patriarcale e tradizionale e nella contemporanea contaminazione che la vita industriale e cittadina fanno serpeggiare tra cottage e pascoli. Non siamo però mai di fronte a una natura crudele e indifferente di stampo leopardiano e nemmeno a punizioni di stampo moralista o cristiano verso Francis, William e Bathsheba per i loro comportamenti al di fuori della tradizione. Anzi, a tutti i protagonisti, e soprattutto alla bella Bathsheba, è consentito di ricercare la propria felicità anche con mosse lontane dalla morale comune. Le loro sofferenze sono originate dal tradimento che operano nei confronti dei dettami arcani della natura. Bathsheba è destinata a soffrire non per voler essere una lavoratrice o per aver seguito il suo cuore, ma per aver ignorato la conseguenza naturale delle sue inclinazioni e passioni, offuscata dall’impulso del momento e così Francis, la figura più controversa e negativa, che paga carissimo lo scotto di aver ignorato il suo amore più sincero e che origina una scena di rivelazione drammatica tra le più memorabili della letteratura inglese, ricca com’è anche di qualche riverbero gotico. Non capitano spesso eroine disposte ad aprire la bara della propria rivale per amor di verità, capaci poi di un sentimento così radicato di solidarietà verso le sfortune di quest’ultima, anche se origine delle proprie.

Una volta abituatisi a piglio e ritmo da grande romanzo ottocentesco, Via dalla Pazza Folla è una lettura sensazionale anche oggi, per come sa combinare con naturalezza una protagonista incredibilmente indipendente e moderna e il contesto sociale in cui si impiglia la sua smania di libertà e uguaglianza, in un susseguirsi di grandi scene agresti di notevole impatto emotivo e di protagonisti in cui risplende ancora oggi una passione amorosa, una tenerezza d’affetti verso i loro cari e il loro paesaggio quasi mai esplicitata ma sempre profondamente irradiata dalle loro parole e le loro azioni.
La lettura in lingua originale richiede ovviamente una buona conoscenza della lingua di base ma risulta comunque meno impegnativa di altri romanzi ottocenteschi.

Per chi volesse cimentarsi con la lettura di questo classico ma preferisse farlo in italiano, Yuelung segnala nei commenti che è uscita da pochi giorni una nuova edizione sulla collana Rizzoli BUR (collana Grandi Classici), con una nuova traduzione, che svecchia la vetusta edizione precedente.

IL FILM

far for the madding crowdIn un passato recente in cui i film dedicati al pubblico femminile (o supposti tali) sono andati via via scomparendo, inglobate le donne nelle platee maschili con qualche parentesi dedicata in prodotti action o supereroistici, l’ultimo grande film in costume ad essere entrato nell’immaginario collettivo e nel cuore degli estimatori è a mio parere il bellissimo Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright, nonostante non fossero mancate le critiche all’uscita. Io sono notoriamente di parte ma mi riesce difficile pensare a un adattamento cinematografico che da allora abbia saputo coniugare a quei livelli ricchezza visiva richiesta a un film in costume, atmosfera fedele all’originale ma con la personalità necessaria a staccarsene quando necessario e imprimervi un’impronta unica. Nei film non perfetti susseguitisi però non sono mancate prove piuttosto interessanti e ammetto senza remore che nel tempo il Jane Eyre di Cary Joji Fukunaga mi ha convinto sempre di più, pur avendomi lasciato freddina nella prima visione (anche se già allora il talento visivo del regista e l’ingente sforzo produttivo mi erano parsi fantastici).
Mi risulta difficile immaginare che questo film sappia farmi ricredere allo stesso modo, anche sul lungo periodo, dato che durante la prima visione di Far from the Madding Crowd mi sono trovata più volte ad essere annoiata o irritata.

La scala di grandezza di questo fallimento è ingigantita dai i nomi che sono stati investiti per assicurarsi la sua riuscita, il che pone un preoccupante quesito anche sullo stato di salute delle produzioni period drama. All’adattamento abbiamo Dave Nicholls, amato romanziere inglese (Un Giorno) ma soprattutto una sorta di esperto di Hardy, che negli anni ha curato molteplici adattamenti delle sue opere. La sua sceneggiatura partiva con l’intento coraggioso di staccarsi almeno in parte dall’intreccio originale, rinunciare ad alcune svolte per riscriverne altre e imprimere un nuovo ritmo e uno sguardo più moderno alla vicenda. Peccato che a fronte di tagli più che condivisibili (la parte del circo si sacrifica volentieri) il cambiamento più profondo, quello che riguarda la sfortunata Fanny (interpretata dalla sempre sottovalutata Juno Temple) e l’evento che mette in moto la tragedia che colpisce molti protagonisti, la versione scritta da Nicholls faccia sembrare la sventurata una perfetta idiota e tolga pathos alla vicenda. No, lo scambio di chiesa non è la sventura del fato, è un passaggio assolutamente ridicolo.

madding crowd 1Il tradimento per me più doloroso è quello di Thomas Vinterberg, il fantastico regista de Il sospetto alla sua prima prova da major per un lancio sul mercato anglofono. Se c’era un direttore in grado di imprimere una sua firma personale su un prodotto le cui forme tendono a ripetersi come quello dei film in costume, era proprio lui ed ero curiosissima di vedere in che direzione si sarebbe mosso, di confrontarlo con Fukunaga (il maestro del paesaggio) e Wright (il portento degli adattamenti). Peccato che la sua mano sia assolutamente non pervenuta e quando il film risplende sullo schermo è più per merito di un lavoro maniacale di scouting di luoghi e scenari, dei costumi realistici, agresti ma non privi di grazia di Janet Patterson (signora assoluta per costume drama che presto vedremo all’opera di Pan di Joe Wright), e non certo per la regia, completamente anonima. L’unico momento in cui c’è un guizzo personale è quello della celeberrima scena della spada, peccato che questo passaggio così allusivo, così erotico, si trasformi in qualcosa di ridicolo, grottesco, capace di impressionare in negativo, risultando la scena nettamente peggio girata dell’adattamento.

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Altro momento di stizza è stato generato da una scelta a mio parere fatale di casting, pur essendoci alla sua direzione Nina Gold, un nome di cui io mi fido ciecamente. Se la sceneggiatura e la regia non esaltano il materiale di partenza come sperato, Carey Mulligan affossa del tutto il film. La sua figura slanciata e delicata è perfetta per incarnare Bathsheba anche se, permettetemi una malignità: Carey Mulligan ha trent’anni e seppur aggraziatissima non può essere portatrice della freschezza ammaliante di Bathsheba, della sua ingenuità e malizia quasi adolescenziale: stiamo parlando di una donna che è ventenne all’inizio della vicenda e ventitrenne alla fine!

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Quel che è peggio, la Mulligan con la sua area malinconia e mestizia in questa sua prova è assolutamente perfetta per le fasi finali della vicenda, quando appunto quella freschezza ammaliante di Bathsheba si è quasi esaurita, provata dalle vicende drammatiche attraverso cui è passata, mitigata dalla tardiva serenità che ha conquistato sulla conclusione. Sì, ma appunto, la conclusione! La Mulligan è perfetta per alcuni ruoli (per esempio la trovo iconica in Non Lasciarmi) per quella sua aria sottilmente malinconica, una certa tristezza dello sguardo. Mai però la definirei sbarazzina e innocentemente erotica, cioè Bathsheba Everdene.

Uno dei pochi meriti della pellicola e forse l’unico motivo assieme a costumi e scenari per recuperare il film è Matthias Schoenaerts, un altro tentativo di lancio sul mercato anglofono incappato in produzioni deludentissime in cui l’unico pregio è proprio lui (vedi Suite Francese). Se Bathsheba è deludente, Gabriel Oak è assolutamente perfetto, grazie allo sguardo sincero e alla recitazione moderata di Schoenaerts e alla sua figura capace di restituire il fascino stoico e bucolico di Gabriel. Insomma, oltre che ad essere un oggettivo bel vedere, uno guarda Matthias su schermo e ci crede, che sia un pastore di professione e d’animo.

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Lo vado a vedere? Non illudiamoci, le uscite in questo comparto sono talmente rarefatte che ormai agli appassionati come me e come voi tocca davvero andare tutte le volte. L’unico modo per apprezzarlo è partire con attese medio basse e concentrarsi sui pochi punti di forza: gli scenari meravigliosi ma fedeli al romanzo (consiglio la visione dopo il film di questo video a riguardo), i costumi fantastici della Patterson e la presenza di Schoenaerts. In tutti i sensi.
Ci shippo qualcuno? No, ma ovviamente non è il punto di questo film.

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