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Schermata 2015-03-01 a 23.40.01Pur essendo considerata a livello internazionale uno dei grandi nomi della fantascienza e giocoforza uno dei più citati in ambito femminile (dove colpevolmente si pescano sempre quei tre quattro nomi quale che sia l’ambito di discussione), James Tiptree Jr non ha mai avuto vita facile in Italia. Certo, nonostante sia di fatto rimasta fuori catalogo per anni non mancano recensioni e discussioni sulle sue opere, ma personalmente quando non la vedo figurare tra gli ebook più venduti di Urania (a cui va tributato un grande grazie per di nuovo reso disponibili i suoi due romanzi, difficilmente reperibili anche in lingua originale) mi assale la tristezza. Il vero banco di prova sarà la raccolta dei racconti brevi, il suo indiscusso capolavoro – già confermata da Segrate per i prossimi mesi – ma considerando cosa è uscito nell’ultimo anno solare è sconfortante che E sarà la Luce e La Via delle Stelle non figurino tra gli ebook più venduti.
Entrambi i romanzi non sono tra le letture più semplici, stracolmi come sono di personaggi e idee spesso inconcludenti, senza contare che qui è ben percepibile l’influenza dell’ottimismo ipertrofico degli anni ’80, diventato a posteriori l’atteggiamento mentale con cui i lettori contemporanei fanno più fatica a rapportarsi. Eppure La Via della Stelle, con tutte le sue carenze, rimane un romanzo ancora attualissimo per riflessioni e spunti, una fiocina di idee e personaggi che testimonia l’enorme talento della sua tormentata creatrice.

Se dovessi scegliere il migliore tra la coppia di romanzi che chiusero la carriera di James Tiptree Jr, la mia preferenza andrebbe di scarto a Brightness Falls from the Air. Nella decisione però ha un peso non trascurabile la mia naturale inclinazione verso storie dai toni cupi e, a differenza del sopracitato, questo romanzo del 1978 non ha alcuna sfumatura grimdark ante litteram. Anzi, leggendo i due romanzi a stretto giro è possibile intuire come la fiducia che anima il primo sia inesorabilmente perduta nel secondo, a distanza di poco tempo.

upthewallsRecentemente riproposto come numero 146 della collana Urania Collezione, Up the Walls of the World è la prima grande prova dell’autrice sulla forma a lei nuova del romanzo lungo, dopo una carriera costruita a suon di indimenticabili storie brevi. I punti in comune tra i due romanzi sono notevoli e si rifanno alla componente autobiografica che irrompe di frequente sulla scena: ancora una volta si parla di militari ed esercito -James Tiptree lavorò per la CIA e a giudicare dai suoi scritti l’esperienza non fu indolore -, troviamo esperti di psicologia (l’autrice lavorò in questa veste per il governo), oltre al tema dell’omosessualità declinata al femminile, una profonda crisi rispetto ai ruoli socialmente costruiti dei sessi e un esplicito appello a quella che in termini moderni definiremmo la fluidità del genere. Sì, la via delle stelle è lastricata di femminismo, imperdibile per chi sia interessato alla tematica specifica. Agli appassionati che si ritrovano demoralizzati di fronte a questa informazione, dico: nella fantascienza classica quando vi ricapita che questo tipo di riflessione la si faccia attraverso gli alieni, Joanna Russ esclusa? Quasi mai. Dategli una chance e sorprendete la compagine femminile dimostrandovi aperti e informati…senza rinunciare ai fottuti alieni che vogliono distruggere il genere umano, fuck yeah!

Nella fattispecie, ci sono ben due razze aliene che entrano improvvisamente in contatto con l’umanità e, ammettiamolo, la capacità di costruire specie extraterrestri affascinanti dalle psicologie altre ma solide a questo livello ce l’hanno veramente in pochissimi. Torno a ribardilo: le idee messe sul tavolo dalla Tiptree per una singola razza aliena anche tra gli scrittori migliori contemporanei le troviamo diluite in una saga.

His own mind reels, yet the others with him seem undisturbed. He recalls that their Earthly selves read, what was it, science fiction. Galaxies, super-races, marvels of space. They’re used to such notions. He himself had seen the stars as stars; they saw them as backgrounds for scenarios. Well, maybe theirs was the best preparation for reality, if wherever they are is indeed reality.

A percorrere la via delle stelle è la minacciosa razza dei Destroyers, leviatani quasi impalpabili che coprono in branchi distanze siderali, dominati da un istinto comune e superiore che li porta a distruggere ogni forma di vita, in quanto percepita come un’onta intollerabile al credo che li domina a livello subconscio. La loro psicologia di gruppo è simile a quella delle formiche, ma la loro potenza li assurge al livello di semidivinità, pervase da ondate di istinto primitivo ed emozionale. Nei capitoli che sfruttano questo punto di vista (scritti tutti in maiuscolo, quasi a testimoniare la voglia di sperimentare dell’autrice) la Tiptree è assolutamente mirabile nel calarsi in un’entità così potente ma così condizionata, così altra, insomma.

upthewalls1Un altro punto di vista centrale per la narrazione del romanzo è quello di Tivonel, un’operaia del pianeta Tyree, abitato da una sorta di “razza aliena” (nel senso di pesce, badate bene) che vive costantemente librata nella stratosfera, terrorizzata dalle profondità della superficie terrestre, come nella copertina qui a lato (nota inutile: io possiedo l’edizione con la copertina nel paragrafo precedente, che con un po’ di pazienza si recupera usata per cifre ridicole tipo DUE DOLLARI).
I tyrenni, con le loro evolute doti di comunicazione telepatica attraverso un’aura colorata extracorporea (ricordate quando dicevo che faceva molto anni ’80? Ecco) e la loro particolare struttura sociale, sono l’incarnazione di un modo di vivere i ruoli sociali e i generi a cui Alice Sheldon forse anelava. Su questo pianeta i grandi saggi sono gli uomini ed esiste la discriminazione sessuale, sì, ma ciò che li rende superiori alle donne è il sacro compito di prendersi cura della prole. Anche qui, la capacità di rendere realisticamente questo capovolgimento e il terrore di questa specie rispetto alla vita senza la possibilità di librarsi nell’aria degli umani unito al sospetto verso chi affida la prole alle donne è davvero sublime. Il meccanismo funziona alla grande perché grazie a questo ribaltamento e al loro modo di comunicare e relazionarsi alieno, i tyrenni evidenziano i paradossi del nostro vivere in comunità ma soffrire delle nostre emozioni in solitudine.

Poco che si facciano fighi i tyrenni, dato che quando i loro hearers (gli ascoltatori, gli anziani che riescono a captare le voci di mondi lontani via telepatia) scoprono la minaccia incombente, pongono ai voti una scelta drastica: trasferirsi nelle menti umane e sopravvivere, almeno mentalmente, alla morte incombente del loro pianeta, rendendoci però loro schiavi. Sempre per rimanere negli anni ’80, il nucleo di personaggi positivi protagonisti si oppone sulla base della sacra regola di non schiacciare entità intelligenti sviluppate, anche se inferiori.
Dato che Alice Sheldon in questo periodo conservava ancora un po’ di speranza, la lenta invasione della terra si risolve in una conoscenza reciproca che allarga gli orizzonti di entrambe le specie. Altra nota anni ’80 che devo assolutamente sottolineare: una scena di sesso alieno degna del più ispirato Delany. Senza contare un segmento molto WTF!? ma praticamente visionario su internet e la singolarità tecnologica che Vernor Vinge, levati.

la piccola Alice Sheldon

la piccola Alice Sheldon

E sulla terra? Qui troviamo la nota più angosciante e autobiografica, con i militari che fanno esperimenti su un gruppo di telepati (o supposti tali) per utilizzarli nell’ambito della guerra fredda. Trascinati a deerfield (sentite odor di fottuto cervo metaforico, vero?) e influenzati dai tentativi di contatto dei tyrenni, a colpire è soprattutto la paura che porta ad erigere un muro invisibile tra militari e soggetti, che si vuole sfruttare ma si teme per la manifesta diversità, il tutto in piena metafora con altre diversità e altri timori.
Tra i personaggi di questo gruppo di ESP molto folto e molto interessante, il più conturbante e rilevante a livello di trama è Margaret Omali, tecnico informatico e bellezza esotica che forse, senza voler troppo psicanalizzare l’autrice, manifesta più chiaramente il suo disagio. Bellissima ma frigida fino a quando bloccata nel proprio corpo, Omali esplode come personaggio quando la barriera fisica svanisce e lei diventa una sorta di divinità incorporea, finalmente libera e felice, nella sua forma glaciale ma infine serena.

Nothing about her is even overtly feminine or flamboyant, only the totally of her shouts silently, I am.

Lo leggo? Non lo nascondo, cambia registro e toni così tante volte da essere disorientante, senza contare la grande quantità di personaggi coinvolti. Eppure Up the Walls of the World ti rimane dentro con i frammenti conficcati nella carne, vuoi per la sensibilità alle macchinazioni militari e tecnologiche, vuoi per questo incredibile, continuo florilegio di corpi abbandonati, scambiati, spezzati, fino a trovare la vera felicità in un contenitore nuovo o senza una forma stabile.
Ci shippo qualcuno? Non c’è bisogno: l’amore adolescenziale tra due giovani soggetti degli esperimenti è bellissimo e straziante già così com’è.

Ho letto l’edizione americana del romanzo, quindi non posso dare valutazioni sull’edizione italiana, tradotta da Marika Boni Grandi. Per chi volesse tentare la sfida in lingua originale, occhio, non è impossibile ma è molto complesso per l’ampio utilizzo di termini alieni “da capire” e una ricchezza di contenuti tecnologici (la parte finale) e cambi repentini di ambientazione (ancora, la parte finale) che non lo rendono certo una passeggiata. 

Fottuto cervo metaforico – in una base militare che si chiama Deerfield!

“Oh, look, aren’t those real deer?”
Winona’s turquoise arm points to a dozen pale tan silhouettes grazing in the woods alongside.

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