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theprogram1Esistono essenzialmente due tipi di film firmati dal regista inglese Stephen Frears: uno dal taglio più lieve, riconducibili alla commedia inglese, l’altro tutto incentrato attorno a un personaggio volutamente controverso, nel tentativo di narrarne la storia nel suo complesso. The program rientra sicuramente in quest’ultimo, ponendosi l’ambizioso obiettivo di raccontare il mito di Armstrong così come veramente venne costruito, a suon di doping e di menzogne.
Non è l’unico tentativo in questo senso, anche se Frears è il primo a farlo in un contesto di fiction. D’altronde un inganno così enorme e sistematico ha cambiato per sempre il modo di guardare allo sport e al ciclismo, una perdita dell’innocenza così macroscopica nel suo trascinare nel fango il sette volte vincitore del Tour de France che non poteva che cercare anche la via del cinema per tentare di spiegare, di razionalizzare l’accaduto.
Il nuovo film di Stephen Frears sceglie il taglio sportivo moderno e la sua inconciliabilità con la narrazione classica dell’impresa sportiva. All’inizio del film il giovane Armstrong è un americano osteggiato dagli ambienti “bene” europei del ciclismo, capace di ottenere buoni piazzamenti ma non di fare la differenza.
Qualche decennio fa avrebbe sarebbero potuti bastare tenacia e sacrificio ma oggi sono la medicina e la biologia a decretarne la mediocrità: ha la corporatura inadatta al ruolo di scalatore e il suo tasso di ossigenazione nel sangue non gli permetterà mai di vincere un tour.
Michele Ferrari, il dottore italiano che ne uccide le speranze, gli suggerisce anche la soluzione: utilizzare quella stessa medicina, in forma di epo, per piegare i limiti della natura e della biologia che fino ad allora avevano regnato nel ciclismo. Lance Armstrong, da subito ritratto come ambiguo nel suo approccio alla vittoria, si affida nelle mani del medico. Il resto, come si suol dire, è storia.

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In questa cornice è il classico dei classici sportivi, l’allenamento sotto l’esperta e autorevole figura paterna, a venire distorto, così come la prassi dello sport classico, irrimediabilmente compromessa in un mondo di sponsor e prestazioni prevedibili da una cartella clinica. The program è un film che più di altri sa cogliere il momento di passaggio tra lo sport inteso in senso classico, olimpico, e il business moderno che è diventato, dove bisogna tenere sotto controllo un’infinita lista di variabili biologiche e naturali, e talvolta si finisce per imbrigliare quelle insormontabili, per raggiungere i risultati. Insieme a L’Arte di vincere, mostra la componente predittiva, la matematica dello sport, che annulla la possibilità del miracolo, dell’impresa di cui ogni disciplina sportiva ha sempre vissuto.
Armstrong ha la dedizione dell’eroe olimpico, ma è rivolta al sistematico imbroglio che gli permette di passare i controlli e continuare a doparsi per mantenere le proprie eccezionali prestazioni.
Nel mezzo c’è anche il tremendo cancro che fa di lui un simbolo internazionale e Frears non gli fa sconti neppure qui, mostrando come Lance distorca il suo momento di estrema verità e sofferenza, forzandone il posizionamento in una mitologia falsa che torna a suo favore e che diventerà la sua rovina.

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Nel raccontare il programma elaborato da Armostrong, il muro di menzogne continuamente ripetute fino a suonare veritiere, il film non lascia scampo allo spettatore, filando in volata dall’inizio alla fine, appoggiandosi su Ben Foster, un attore non notissimo ma forse per questo ancor più capace di interpretare l’icona senza la fastidiosa sovrapposizione del volto noto.
Meno brillante è invece la parte dedicata al contraltare del ciclista, il giornalista che affronterà denunce e ostracismo fino a quando la verità non verrà a galla. Nonostante Chris O’Dowd sia una garanzia, purtroppo al suo personaggio non viene risparmiato neppure uno degli stilemi del reporter coraggioso, compresa la cena familiare interrotta dalla telefonata rivelatrice.
Forse il problema di The Program è che con un approccio di questo tipo e un protagonista così complesso, non rimane spazio per spalle o antagonisti di sorta, perché Lance racchiude in sé protagonista e antagonista. Sarebbe servito un approccio diverso da quello che rendere The Queen il grande film che è, perché qui oltre alla monumentale figura controversa c’era un altro aspetto che avrebbe consentito di scavare nel torbido e invece viene solo scalfito dalla pellicola. Il film infatti si limita appena ad accennare all’autoinganno che la stampa sportiva porta avanti anche dopo anni e anni di risultati evidentemente inconciliabili con un’atleta e una squadra “puliti”, e lo fa perché dopo gli scandali precedenti e le ombre sul tour ha dispersamente bisogno di un eroe e per questa storia di rinascita è disposta a chiudere gli occhi, piuttosto che affrontare l’ennesimo scandalo.

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Lo vado a vedere? Stephen Frears è un cecchino: sceglie una figura, commissiona una sceneggiatura, scegli gli attori e gira un film del genere in meno di un anno. Un’impresa notevole e un film ineccepibile, anche se meno sferzante del diretto competitore The Queen. Sarà perché le storie e tematiche inglesi sono in grado di stuzzicarlo personalmente molto più della corsa ciclistica regina in Francia?
Ci shippo qualcuno? Non direi, nonostante la breve apparizione di Lee Pace.

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