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baru2The Traitor Baru Cormorant di Seth Dickinson sarà il mio libro dell’anno 2015, a meno di grosse sorprese. Metto le carte in tavola da subito per farvi capire con che emozione e ansia vi parlo di questo volume, consapevole che sarò probabilmente la prima a presentarvi un romanzo fantasy di cui sono certa sentirete molto parlare l’anno prossimo, quando arriverà la stagione dei premi.
Non che il libro d’esordio di Dickson non abbia già suscitato parecchio scalpore, raccogliendo recensioni più che entusiaste e una sfilza di cinque stellette da parte dei lettori e dei recensori che lo hanno letto a poco più di un mese dalla sua uscita anglosassone. Io stessa ho deciso di leggerlo subito, spinta dall’entusiasmo con cui Kameron Hurley e i miei recensori di riferimento descrivevano il tentativo di vendetta di una contabile nei confronti di un impero fantastico e terribile. Sì, una ragioneria contro il sistema in un’epica spirale di vendetta e colpi di scena strazianti.

Perché The Traitor Baru Cormorant è proprio questo; come dice l’agente di Dickison, che ha spinto l’autore a firmare con Tor e a evolvere le sue prime storie brevi in questo romanzo (da non leggere assolutamente prima del libro, causa alto tasso di spoiler), la storia di Baru sembra il punto di convergenza tra Il trono di spade e Armi, acciaio e malattie.
Il canovaccio non potrebbe essere più classico, l’incipit di una storia di Joe Abercrombie o Kameron Hurley stessa: Baru è una ragazzina curiosa di numeri e costellazioni che vive a Taranoke, poco più di un villaggio sulle sponde del mare dove improvvisamente approda l’impero delle maschere. La sua cultura viene spazzata via, la sua famiglia viene umiliata e colpita, la sua patria è irrimediabilmente perduta. Baru promette a se stessa di salvare quanto rimasto, di entrare nel sistema per vendicarsi. Operazione che finirà ovviamente per rendere ambigua la sua stessa identità: dove finisce la copertura e dove comincia la sua istintiva appartenenza all’impero di Falcrest?

I think you’ve realized that who you are will forever hold you ack from what you deserve. Because I know you’re selfish, calculating, and farsighted, and when you find no way forward through the Falcresti maze, you’ll resort to tearing it down.

Ho omesso però il particolare principe, che rende il romanzo distante dagli scrittori più amati del momento e contemporaneamente più autenticamente grimdark degli stessi. L’impero delle maschere non conquista la terra di Baru a furia di guerra e razzie, non torce nemmeno un capello agli abitanti, si limita a introdursi nella sua economia scambiando beni materiali di produzione locale con la propria carta moneta, fino a prenderne il controllo e ad esercitarlo come la più consumata della nazioni colonizzatrici.
Questo è solo il primo passaggio di un romanzo che è un succedersi di logiche economiche dissezionate attraverso la storia di Baru, in un contesto fantastico così realistico che potrebbe ricordare ora questo impero coloniale del passato, ora questa manipolazione economica del presente. Prima assistiamo all’economia coloniale che si insinua in nuovi territori come partner commerciale, poi a quella che piega il sistema culturale ed economico della colonia lontana dalla capitale a propria immagine e somiglianza, poi ai meccanismi con cui affamare e acquietare quella politicamente instabile, fino a passare all’economia della guerra e della ribellione.

baru5Seth Dickinson ha l’indubbio metodo di restituire autenticità a uno sviluppo quasi svilito dal continuo perpetuarsi macchinoso e privo di coerenza dell’ingranaggio che spera di bloccare la macchina e ha la maturità di un veterano nel gestire il cammino di Baru, a cui non viene risparmiata alcuna difficoltà, alcun imprevisto, alcun tradimento e dolore.
Tranne per un unico, fin troppo conveniente deus ex machina, il libro sa sempre superare in peggio i timori del lettore, senza però perpetuare in maniera gratuita la violenza e la brutalità della strada scelta da Baru. Dickinson gioca bene le sue carte e racconta più che mettere in scena la violenza di quest’invasione, riservandosi la violenza più terribile e devastante per il gran finale, dove colpisce al cuore il lettore. Piuttosto che mettere in scena stupri e sgozzamenti, l’autore rende più dolorosa la stretta dell’impero stando lontano dalla capitale e lasciando che dicerie e aneddoti ne dipingano la maniaca ricerca di controllo psicologico sui sudditi. Per esempio questa manciata di righe sono un particolare del tutto accessorio del romanzo, eppure ti si marchiano indelebilmente nel cervello:

There are surgeons in the Masquerade who cut away the vocal cords of dogs so they couldn’t howl. They made for a terrifying guards – silent and maddened.

Non importa quante recensioni abbiate letto, anzi, io stessa nel mettervi in guardia dal livello di strazio del libro vi sto facendo cadere in trappola. Pur non avendo superato la prima quarantina di pagina, perché voglio che quanti tra voi lo leggeranno si godano la prima grossa sorpresa nella difficile scalata di Baru Cormorant. Il libro ruota teoricamente intorno ai suoi due inconfessabili secreti, quelli che se scoperti la renderebbero una donna morta nel migliore dei casi.
In realtà stando al fianco di Baru sarete ben consapevoli di entrambi, ma questo non lenirà lo strazio nell’assistere allo svolgimento del suo piano, tra imprevisti e tiri andati in porto, fino a quelle ultime trenta pagine a cui approderete sicuri di aver intuito e vi ritroverete ancora una volta ad aver sottostimato il costo del tradimento di Baru, verso se stessa, verso la sua patria, verso il suo impero, verso il suo lavoro.

No home will ever love you. No one will ever call you good or just again without thinking of what you did to those who raised you up. You cannot avoid this price.

Baru Cormorant è il cardine di un libro che si fonda sul suo essere traditrice: la sua insopprimibile curiosità e il suo talento matematico-analitico la rendono eccezionale, ma il suo carattere contiene in sé anche tutti i tratti che rendono impossibile riuscire a prendere il controllo dell’impero spaventoso in cui si è infiltrata. Baru parte dal punto di partenza di tante eroine pronte a distruggere la distopia in cui vivono, ma il suo non è un assurdo sistema dittatoriale, è una moderna potenza capitalista e coloniale, rafforzata da un parlamento che si occupa della situazione finanziaria, da un re eletto quinquennalmente con potere assoluto di vita e di morte e da figure misteriose che portano avanti le proprie politiche nelle colonie. Un’idra spaventosa che Baru conosce così poco da non poterla fronteggiare senza compromessi terribili e ogni preziosa informazione sulla sua natura le costa un pezzo dell’integrità che vorrebbe mantenere per salvare la sua terra. Con le sue doti matematiche Baru intuisce soprattutto la fallacità delle sue previsioni mentre il lettore assiste all’ambiguità della sua posizione: cosa sta inseguendo veramente, a cosa sta sacrificando sistematicamente la sua vita e la fedeltà che riesce ad ispirare nelle persone a lei vicine?

I have committed a terrible sin. So terrible that I feel I can do anything, commit any sin, betray any trust, because no matter what ruin I make of myself, it cannot be worse than what I have already done.

 

Nel suo carattere poi gli anni della scuola costruita nel suo villaggio hanno inculcato un continua paranoia nei confronti di quei lati insopprimibili della sua cultura originaria, già troppo radicati per venire estirpati dalla rigida dottrina religiosa dell’impero. Baru non può più aderire sinceramente alla sua cultura originaria ma vive con paranoia il fatto di dover falsare parte del suo essere per aderire ai dettami dell’impero, e nella paura di venire colta in fallo.

The Masquerade had taught her all the names of sin. But her parents taught her first. And she knew in her heart, in the habits of her eyes and thoughts, what she was.

L’impero promette inoltre l’eguaglianza della maschera: soldati, politici ed amministratori portano una maschera di porcellana che rende virtualmente impossibile riconoscerne il sesso e la provenienza, ma poi, specie nei territori marginali, sono le inflessioni nella pronuncia della lingua dell’impero Falcresti e il genere a continuare a generare pregiudizi. A Baru in quanto donna e plebea è comunque permesso aspirare ad ogni carica, ma il sottotesto rimane questo:

They would forgive a man who struggled to string. But never you. Your errors will be written on your blood and sex. You must be flawness.

Bastano questi dettagli a far capire che Dickinson si colloca lontano sia dal trend eroina VS sistema di tanti young adult contemporanei, ma anche dal high fantasy americano attuale, che ha enormi problemi a gestire la complessità dei suoi protagonisti, specie se femminili, all’interno di una storia sempre uguale a se stessa. Dickinson eroe della social justice (in realtà no, hanno avuto da ridire pure su un romanzo in cui la protagonista ha un mix di tratti di varie minoranze poco rappresentate nel fantasy e una cultura riconducibile a nessuna…folli!) e avverso ai complottisti dell’ideologia gender.
In un certo senso Dickinson è una delle incarnazioni più belle del grimdark perché ancor più di Richard K. Morgan con la trilogia A Land Fit for Heroes riesce a mostrare quanto vuote siano le convenzioni del filone americano ma anche della deriva gratuitamente violenta in cui è deragliato un filone di protesta come quello grimdark.

seth_dicksonQuello che rende il romanzo d’esordio dell’autore eccezionale è il fatto che Baru è solo una delle figure ambigue che rincorrono il medesimo obiettivo di entrare nel sistema falquestriano e piegarlo ai propri scopi. Figure terribili e affascinanti come la duchessa Nayauru o, ancora, la terribile Xate Yawa, che con gli scampoli della loro storia che conosciamo eguagliano Baru per ambiguità, dramma e fascinazione. Hanno entrambe le carte in regola per essere le protagoniste, sono entrambe terribili e tremende come la nostra, spietatissime nella ricerca di una strada per piegare l’impero ai loro desideri, tanto che quasi sembra che solo il caso ha voluto che sotto i riflettori finisse Baru.
Un altro personaggio essenziale e indimenticabile è Tain Hu, che però non potrebbe ricoprire lo stesso ruolo perché è uno dei pochi personaggi privi di compromesso, assolutamente trasparenti, senza che la sua visione diventi superficiale e anzi, riservando alcune delle visioni più acute sull’impero.

L’impero, con la sua capitale e i suoi giochi di potere evocati da tutti ma sempre lontani, irraggiungibili dalla periferia in cui si svolge l’azione eppure da tenere sempre in considerazione. L’ossimorica repubblica imperiale che propone l’eterno dilemma: valgono di più le vite umane che la sua tecnologia e la sua economia possono salvare o l’identità locale che le stesse costeranno? Un luogo di eguaglianza e di oppressione, in cui anche la norma più liberale nasconde una manipolazione psicologica ossessiva, senza neppur dover tirare in ballo l’eugenetica o le persecuzioni religiose che Falcrest opera sistematicamente per i suoi scopi.

In our imperial repubblic you can be what you desire, if you are disciplined in your actions and rigorous in your thoughts. That’s why’s Empire of Masks, dear.When you wear a mask, your wits matter.

Lo leggo? Non negherò neppure per un secondo che The Traitor Baru Cormorant racchiude tutti gli elementi che adoro in un libro e quindi sì, è un po’ vincere facile: grimdark, introspezione psicologica, personaggi più che a tutto tondo, un sacco di personagge fighissime, angst a fiumi, ambientazioni cupissime, un world building da cui è difficile uscire anche a fine libro, una costruzione però ineccepibile e capace di essere rilevante (in questo caso economicamente) anche per il nostro di mondo. E sì, si shippa a domineddio.
Detto questo, The Traitor Baru Cormorant è scritto con l’eleganza di un professionista della parola e l’intreccio da veterano del genere fantastico (ci sono giusto due debolezze di numero a tradire il suo status di esordiente), ha dei personaggi assolutamente fantastici e una storia che ti sta così a cuore che finisce irrimediabilmente per spezzartelo con uno dei finali più strazianti di sempre. Seth Dickinson ha un contratto per altri tre romanzi con Tor e io vivo nella speranza che il prossimo arrivi prestissimo.
Mi sono tenuta volutamente vaga (anzi, non vi ho detto praticamente nulla sui tre quarti del romanzo) perché è presto, ma torneremo di certo a parlarne, magari con un post dedicato ad alcuni aspetti su cui vorrei tornare quando saranno meno spoilerosi e avrete avuto più tempo per mettere in pari. Consiglio: se vi intriga, non leggete altre recensioni rischiando di spoilerarvi più del necessario, guardatevi quella dell’ottimo Thomas Wagner QUI, fidatevi di noi e leggetelo. Nella speranza di annunciare prestissimo l’edizione italiana. Nella quasi sicurezza di aver già recensito un frontrunner della prossima stagione dei premi.

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Ci shippo qualcuno? Ok, mettiamola così: pensavo che dopo il finale di Hannibal niente potesse farmi di peggio quest’anno. Dopo aver finito il romanzo, ci sono stata male allo stesso modo per giorni. Ragazzi, fino al 2016 solo sorrisi e limoni duri senza pensieri, per favore. Ok?
Ship SheepShip SheepShip SheepShip Sheep

Il sito dell’autore Seth Dickinson
, da cui provengono parte delle immagini.

What she tried to tell herself was: when this is finished, I will remake the world so that no woman will ever have to do this again

 

 

 

 

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