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life1Il problema dei grandi miti del cinema è che ogni volta che li riporti sul grande schermo devi ricordare allo spettatore perché sono diventati tali. Bionde fatali e giovani ribelli, non importa chi sia il tuo bersaglio: se li prendi dal lato umano e decidi di ripercorrere la strada che li ha trasformati da uomini a miti, non devi mai dimenticarti di mostrare il loro potenziale e il contesto che ha permesso loro di esplodere.
Il nuovo film di Anton Corbijn, Life, prende la strada del flash biografico, raccontando una settimana della vita della stella nascente di Hollywood, James Dean, e del giovane fotografo convinto di aver scorto in lui l’icona di una generazione da consacrare.
Il problema è che perde da qualche parte parte la sua motivazione, il suo perché.

Perché questo servizio fotografico è tanto importante nella costruzione della gioventù bruciata e del suo idolo? Solo perché immortala l’attore pochi mesi prima della morte, nell’ultimo suo ritorno a casa? Perché le sue foto meravigliose, a causa della morte di Dean, rimangono tra le poche non realizzate in studio, forse le uniche autentiche, sicuramente tra le più iconiche? Difficile dare una risposta quando è lo stesso film a fallire, incapace di spiegare la sua importanza, giustificare la sua esistenza e l’impellenza di raccontare la sua storia.

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A dire il vero è anche difficile riconoscere la mano di Anton Corbijn, il regista di The American e del notevole A most wanted man. E dire che non è certo uno dallo stile di conduzione anonimo. Qui però il suo intervento sembra marginale, in una pellicola biografica che si appoggia a tutti gli stilemi del genere e si limita ad essere testimone dell’incontro, dello scontro e dell’intesa tra i due protagonisti nella settimana in cui comincerà e finirà il loro rapporto. Mai un guizzo, una complicazione, un’impennata repentina del ritmo piuttosto lento di racconto che ci ricordi che oltre alla storia c’è anche un autore tanto apprezzato.

Non rimpiangeremo certo il sostanziale silenzio in cui questo lungometraggio è apparso alla Berlinale e scomparso dall’attenzione della stampa per l’interpretazione di Robert Pattinson, annichilito dalla vicinanza con Dane DeHaan, che si conferma un talento raro, ben oltre la media della sua generazione. Il che è abbastanza peculiare, perché in realtà il suo ritratto di James Dean funziona a corrente alternata. In campo lungo, con un cappotto nero fino alle ginocchia che evidenzia impietosamente l’abisso che lo separa dalla corporatura dell’originale, la finzione scenica si interrompe immediatamente, ma basta un primo piano, un gesto, una frase mormorata, un vezzo per rianimare la finzione e renderla naturalistica. Oltre i facili proclama delle cartelle stampa, il lavoro di mimesi di DeHaan nel suo personaggio è stupefacente, soprattutto per chi ha visto le sue precedenti pellicole ed è abituarlo ad identificarlo con i suoi ruoli via via più vendicativi e drama queen che ne hanno costellato l’attività recente. Qui invece è possibile vedere nei suoi occhi quello sguardo malinconico, quell’indolenza che avrebbe incarnato l’inquietudine di una generazione e, facendosi due conti, ci si ritrova a chiedersi quale sia il vero DeHaan, a quale personaggio somigli di più, e quindi quale sia il suo grado di versatilità ancora non testato. Su Alessandra Mastronardi non fatemi dire nulla per favore, limitiamoci a constatare il c’è anche un po’ d’Italia.

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Lo vado a vedere? Solo per estimatori di DeHaan o per nostalgici di Dean. Sfortunatamente per il protagonista, la sua performance passa inosservata un po’ per l’immediata riconoscibilità del suo modello, che lo rende spesso fisicamente poco credibile, ma soprattutto per un film che non lo sostiene, non lo aiuta, e anzi si affida a peso morto ai suoi occhi espressivi e alla sua gestualità apparentemente naturale ma studiata fino all’ultimo spasmo muscolare. Davvero troppo poco.

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Ci shippo qualcuno? OHHHHH, finalmente dopo un periodo di vacche magre (tipo due mesi dalla fine di Hannibal?) ci ritroviamo a rispondere sì, ovviamente sì. Non che la presenza di DeHaan preveda una risposta diversa da questa, anche se qui non limona con il fu Cedric Diggory dopo essersi ripassato l’ex Harry Potter in Kill Your Darlings. Però suvvia, l’intera storia si basa sulla fascinazione misteriosa che calamita Pattinson verso DeHaan, tanto da mollare soldi facili, il figlio e la moglie e da seguirlo a fare bisboccia, poi nella fattoria sperduta in Indiana tra maiali e trattori, a minacciare più volte di abbandonare il progetto ma poi a rimanere sempre inchiodato a lui, accogliendone le confidenze più intime e cogliendolo coi lucciconi agli occhi, nell’attimo di vulnerabilità che Dean gli premette di desacralizzare in nome della sua carriera. Quando poi Pattinson se la prende così male origliando quello che DeHaan pensa di lui e gli pianta una scenata isterica che appunto, manco il miglior DeHaan nei suoi ruoli drama queen. Non devastante, d’accordo, ma piacevolmente ambiguo. Aggiungiamoci la zazzera bionda, le ciglione lunghe di DeHaan e le numerose, amichevoli foto dietro le quinte tra i due accordiamogli una pecorella, d’accordo?

Ship Sheep

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