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StampaConfessione forse non così sorprendente per voi lettori: all’epoca della vittoria a Cannes ero rimasta abbastanza contrariata dalla scelta di premiare il nuovo film di Jacques Audiard, il regista dell’acclamatissimo Il Profeta. Il dramma di una famiglia di migranti proveniente dal Bangladesh e finiti nella periferia degradata francese sulla carta mi sembrava meno appetibile di tanti altri titoli, alcuni dei quali dati per favoriti.
Stavolta però mi tocca ricredermi e lo ammetto con gioia, quella che si prova di fronte a una grande prova di cinema.
Non siamo certo ai livelli del sopracitato lavoro, considerato uno dei film più sorprendenti del nuovo millennio, ma questa prova cinematografica e umana val bene una palma.
Dheepan, la moglie e la figlioletta sono una delle tante famiglie giunte dal Bangladesh in Francia per chiedere asilo politico dalle violenze delle tigri Tamil nelle campagne della loro terra. Verrà assunto come guardiano e spazzino all’interno di un gruppo di palazzoni popolari, abitati da migranti e francesi indigenti e popolati da gang di spacciatori locali.
Non è la prima volta che Jacques Audiard scrive e dirige dalla prospettiva degli ultimi e ancora una volta non lo fa ammantando la storia di patetismo e sconforto.
Deephan infatti non si chiama davvero così e vive con due estranee; una famiglia formata dagli scafisti, che hanno fornito loro documenti falsi e consigliato di presentarsi come parenti per non essere respinti. Anche in questo caso i protagonisti audiardiani si ritrovano a fronteggiare violenze e ingiustizie, ma non sono colombelle da immolare all’altare di una facile retorica buonista, anzi, possiedono la stessa umanità dei loro persecutori, attuano le stesse tattiche, utilizzano le stesse menzogne, perché anche loro vogliono sopravvivere.

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Compito non semplice anche in Francia, lontano dalle violenze settarie, ma attorniati da un realtà incomprensibile e altrettanto pericolosa. Fuori le mura di casa, tra persone disponibili ad aiutarti ma anche pronte a sfruttarti e dentro, perché i tre inquilini non sanno nulla del passato l’uno dell’altro e non sono certo uniti da legami affettivi e di sangue.

Da questo canovaccio iniziale Audiard tira fuori una splendida prova di cinema, variante mai scontata quando il versante umano della storia è così preponderante. Non solo il film è scritto magnificamente, alimentato com’è dai nostri pregiudizi su cosa ci mostrerà un film sui migranti e capace di utilizzarli per confermarne le difficoltà senza appiattirne il carattere, ma è anche capace di ritrarre degrado e squallore in maniera squisitamente cinematografica, senza per questo cadere nella pornografia della miseria umana.
I palazzoni, l’appartamento spoglio, la sporcizia, il tutto diventa il campo di una difficile tensione interna e esterna, dove le aspirazioni dei singoli si scontrano con la necessità di fare fronte comune per mantenere il loro segreto e rimanere a galla.
Il tutto in un crescendo di tensione e rilanci che corona in un grande finale, dove il cinema ha la meglio su tutto il resto, e la potenza delle immagini fa il paio con quella degli eventi, tanto da travalicare la realtà in senso lato, a favore di un finale aperto all’interpretazione della sensibilità del singolo.

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Lo vado a vedere? Non è certo l’allegro film scacciapensieri da vedere in comitiva, ma pur affrontando la dura attualità non è nemmeno un drammone indigesto. Deephan sa accostare il dramma all’affetto, i segreti che tornano a galla e le aspirazioni individuali in una grande lezione di cinema. Forse il modo più bello per ricordarci quanto sia solo una questione di da quale parte della linea bianca ci si trova e chi l’ha tracciata.
Ci shippo qualcuno? No.