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freeheld_1Sono innumerevoli i motivi per cui vale la pena produrre, realizzare e vedere un film. Alle volte prevale la nona musa, altre l’intrattenimento e infine ci sono storie che vale la pena raccontare, quelle a cui dobbiamo la formula tratto da una storia vera e l’epilogo narrato con brevi didascalie e foto sui titoli di coda: Freeheld ricade decisamente in quest’ultimo gruppo.
Questa storia si è già guadagnata un Oscar nel 2008, grazie al cortometraggio documentario girato da Cynthia Wade per raccontare e ricordare la battaglia di Laurel Hester, agente di polizia a Ocean County, New Jersey. L’intento qui è stato quello di trasformare il documentario in fiction, un formato di nicchia in uno accessibile al grande pubblico, che magari occhieggiasse anche all’Academy, dati i temi trattati.
Purtroppo però si è scelto di valorizzare la storia nella maniera canonica e stereotipata che ci aspettiamo di fronte alla tripletta malattia, omosessualità e diritti negati sin dai tempi di Philadelphia, facendo ricadere il film nel gorgo di una banalità e di uno stereotipo che proprio non dovrebbero appartenergli.
Laurel è un agente di polizia che ha servito i valori di libertà, giustizia e sicurezza per 23 anni, fino a quando un tumore terminale spezza in anticipo i due sogni della sua vita: diventare il primo tenente donna di Ocean County e vivere felicemente nella villetta familiare recentemente acquistata con Stacey, una meccanica molto più giovane di lei di cui si è innamorata. Le due aspirazioni in realtà contrastano parzialmente tra loro, perché nonostante lo Stato abbia approvato le unioni di fatto, il forte elettorato repubblicano consiglia prudenza a Laurel e ai suoi colleghi nell’esternare le proprie inclinazioni, soprattutto se vogliono fare carriera.
La prudenza e il riserbo di una vita però si spezzano via via di fronte all’affetto che prova per Stacie. Un amore che porterà una donna profondamente calata nel quotidiano a intraprendere una battaglia di risonanza nazionale, per ottenere la pensione di reversibilità per la compagna negatale dall’assemblea di Freeholders chiamata a pronunciarsi sul tema, nel poco tempo che le rimane a disposizione.

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Presentato alla Festa dei Film di Roma, Freeheld ha fatto parlare di sé soprattutto per il duo di protagoniste prestate alla causa dei diritti LGBT e per le loro interpretazioni. Sul risultato, nulla da ridire: Julianne Moore e Ellen Page funzionano davvero bene grazie a un trucco spartano, una sincera adesione alla storia e una buona alchimia di coppia. Certo, dopo le recente dichiarazioni di Ellen Page (che il film lo produce) il film risulta per ragioni esterne alla sua storia ancora più toccante, nonostante Stacey sia di fondo la lesbica mascolina vestita male che ricopre più il ruolo di un simbolo che una persona vera e propria.

Il problema di Freeheld alla fin fine è tutto lì, nel suo muoversi in maniera anche parecchio paracula tra simboli e stilemi, spalmando la storia personale che ha al centro sul canovaccio utilizzato da manciate di altri film precedenti, quasi che si senta il bisogno di timbrare annualmente il cartellino, come un Dallas Buyers Club qualsiasi. Sulla carta è toccante e personale, persino sfaccettato, ma sullo schermo risulta convenzionale e terribilmente corretto, quasi avesse paura ad ammettere una debolezza delle proprie eroine.
Certo, dal regista di Nick & Norah’s Infinite Playlist Peter Sollett uno non si aspetta un No i giorni dell’arcobaleno della propaganda per i matrimoni gay, però gli spunti sono tutti ordinatamente presentati e ignorati, il che risulta ancora più irritante. Almeno dacci il cinemozioni5, se non può darci il film socialmente importante e toccante che vorresti venderci. Se solo si fosse sottolineato con più forza l’iniziale ipocrisia di Laurel, che mette la privacy ancor prima dell’amore, per esempio.

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L’aspetto più irritante rimane l’assoluta incapacità di realizzare un film a prova di stereotipo repubblicano alla io ho tanti amici gay ma, anzi, in parecchi frangenti sembra caderci dentro. Vedi alla voce Steve Carell, che interpreta Steven very gay Goldstein, un attivista newyorkese dei diritti LGBT orgogliosamente checca ed ebreo. Dovrebbe essere enormemente spassoso e soprattutto convenientemente controverso, dato che usa una donna morente come propaganda politica, facendole girare uno spot da trasmettere dopo la sua morte per sostenere il matrimonio gay in cui lei non crede. Nemmeno in questo frangente però il film risulta un minimo graffiante, mancando completamente nel donare umanità e ambiguità a Carell, che quindi rimane la simpatica sagoma di una checca rumorosa, da usare a piacimento per rassicurare un certo pubblico “con tanti amici gay” insieme al rude, impacciato ma fedele partner di lavoro di Laurel, interpretato da Michael Shannon, manco fosse un San Bernardo.

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Lo vado a vedere? Freeheld è la scolorita giustificazione di un impegno civile che si ferma al cinema tra una lacrimuccia e una pellicola che non indigna, ma rassicura: va tutto bene, siamo stati bravi con gli amici omosessuali. L’unico momento in cui ha un po’ di mordente è quando cerca di lisciarsi l’Academy, il che è tutto dire.
Ci shippo qualcuno? Non l’ho ancora visto, ma se questo è il presupposto lesbo dell’anno, allora tutta la vita Margherita Buy e Sabrina Ferilli pragmatiche lesbiche romane, ovviamente in attesa di Carol. Josh Charles, ti pentirai a vita di aver lasciato The Good Wife, credimi.

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