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rams_8Altro contendente alla statuetta come miglior film in lingua straniera, Rams ha già un curriculum di tutto rispetto, il che lo renderebbe un film piuttosto interessante anche se non fossi così ossessionata da quella specifica categoria degli Oscar. Il candidato islandese di questa tornata infatti si è già portato a casa il premio nella sezione Un Certain Regard all’ultimo festival di Cannes, il che vuol dire che ci troviamo inequivocabilmente di fronte a un film strano forte, data la specifica sezione festivaliera.
Capirai, penserete, cosa ci vuole ad essere strani se si è in una commedia nera nord europea? Da latini probabilmente avrete già testato con mano quanto l’umorismo nero siderale dei nordeuropei ci faccia sentire dei papisti bacchettoni.
E invece no, Rams è proprio un film strano forte, anche considerando la lunga strada innevata che ha percorso per raggiungere i nostri cinema.

Gummi e Kiddi sono due fratelli allevatori di una pregiata e rara specie di pecore in una valle islandese in cui non pare esserci altra attività economica. Se montone significa lavoro e sussistenza per i concittadini, per i due fratelli dirimpettai è motivo di contesa nell’annuale gara per stabilire il capo più bello ma anche l’unico, tenue legame che li tiene uniti, dato che non si parlano da quarant’anni e, in caso di estrema necessità, si inviano scorbutici messaggi via cane addestrato.
Quando però il morbo della scrapie costringe l’intero villaggio ad abbattere tutti i capi per limitare il proliferare della malattia, il rapporto già ai minimi termini dei due raggiunge una svolta decisiva.

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Ah, la piccola, dimenticata Islanda! Quest’anno hanno dovuto penare un poco per scegliere il candidato perché mentre questo film vinceva a Cannes, il compaesano Virgin Moutain (passato in Berlinale e da noi disperso) faceva strage di cuori al Tribeca. Entrambi i film pongo al centro della loro storia il mancato adattamento di una fascia di popolazione molto anziana nella moderna società islandese. E detta così, aggiungendoci le pecore, uno si immagina un mattone micidiale sulla vita agra nell’inospitale valle islandese, invece fortunatamente Rams scampa del tutto quel tono mesto e piagnone che uno si aspetterebbe da una pellicola con la stessa trama ma, chessò, ambientata in Molise (sempre che esista davvero, il Molise). D’altronde non è che durante la visione si scoppi a ridere di frequente, anzi, anche se il genere di appartenenza è proprio quello nordico della commedia nera.

È come se in fase di scrittura, il regista e sceneggiatore Grímur Hákonarson avesse voluto donare alla narrazione lo stesso carattere essenziale e rurale del narrato e del suo contesto. Ancora una volta parliamo di cinema che indugia in immagini più che in parole e ci troviamo di fronte a una pellicola che non si cura nemmeno troppo di spiegare chi cosa dove quando e perché al suo spettatore, prendendosi anzi il suo tempo per posizionare i vari elementi in ordine sparso, anche molto prima che lo spettatore ne comprenda il senso.

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Ridotta all’osso la narrazione e tosata di ogni elemento accessorio, a risaltare ancora di più è il rapporto tra i due fratelli protagonisti. Sebbene i contorni dell’intera vicenda non vengano mai del tutto chiariti, il fatto che Rams non sia un film trascurato quanto piuttosto alternativo è provato dalla potenza che raggiunge lo spezzone finale, che conclude in una bellissima metafora fisica sul legame tra i due fratelli. Dopo un lungometraggio essenziale e trattenuto al minimo nei colori e nelle ambientazioni, rimane la forza dell’epilogo e di un legame tra due personaggi potenzialmente opposti ma in realtà legati dall’ossessione verso l’eredità ovina di cui si stanno prendendo cura. Una storia con una stoccata potente sul finale, raggiunta però senza mai alzare la voce, come un rombo cupo e continuo che disorienta lo spettatore, salvo poi attirarlo a sé con forza nel finale.
Anche i personaggi seguono un percorso mai banale: ad esempio il fratello buono e responsabile, interpretato dall’attore comico Sigurður Sigurjónsso (piuttosto noto in patria), diventa pian piano una figura enormemente più complessa, intrappolata com’è nella gelosia verso le doti del fratello burbero e asociale, ma anche in una sudditanza e un timore che mal si conciliano con il suo ruolo di responsabilità rispetto al consanguineo ubriacone, interpretato da Theodór Júlíusson.

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Lo vado a vedere? Non è certo un film per tutti, ma Rams è in grado di prendere una via piuttosto inaspettata anche considerando le sue premesse parecchio alternative. L’aspetto più emozionante è come sappia restituire anche nel suo linguaggio e ritmo l’essenza del mondo rurale, senza però mai renderla un’operazione pesante e retrograda, volta a cogliere la miseria e non la forza dei personaggi.
Ci shippo qualcuno? Stavolta non sono poi così sicura.

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