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Schermata 2015-11-20 a 11.36.16Si può fare un solo rimprovero a Giallo Banana e alla sua energetica copertina che anima da pochissimi giorni gli scaffali delle librerie italiane, in qualità di nuova uscita della collana I Neri di Neri Pozza: dove sei stato mentre noi sudavamo sul bagnasciuga, mentre tentavamo anche noi di finire il numero agostano de La Settimana Enigmistica?
Con il Natale alle porte non è poi così difficile immaginare di utilizzarlo come lettura digestiva con cui scansare i parenti nel post pranzo natalizio, ma non sarà la stessa cosa.
Giallo Banana è sin dal primo rigo una detective story italianissima, anzi romana de Roma, eppure capace di presentarsi col piglio molto internazionale della lettura di genere veloce, sarcastica, capace di catturare l’attenzione e l’affezione fino a diventare un appuntamento fisso per gli amanti del giallo contemporaneo sotto l’ombrellone o l’ombrello.

Non che io sia un’amante dei gialli all’italiana, con i saggi, simpatici ispettori dei borghi del centro Italia o quelle storie che urlano “corruzione, malaffare!” peggio delle collane saggistiche di Chiare Lettere. La detective story è un genere tanto amato quanto inflazionato e tirarci fuori qualcosa che spicchi sul mucchio non è un compito facile. Giallo Banana si affida fin dal titolo a una commistione di classici del genere e brio contemporaneo nella narrazione, lasciando che siano le stesse esagerazioni dei protagonisti a farli scivolare sulla proverbiale buccia di, con effetti ora comici, ora da freddura che gela il sangue nelle vene. Senza però mai puntare il dito o descrivendo lo scenario del racconto da una posizione più alta, puntellata dalla presa di distanza o dallo snobbismo.

Mi tocca ricorrere a un paragone ormai abusatissimo, ma Giallo Banana si muove brioso, caustico e consapevolmente lezioso tra i salotti della Roma nobiliare e le ricche feste borghesi, dimentico dello snobbismo di un immaginario romano sorrentiniano. Non è una Roma di grande bellezza quella in cui si muove quasi invisibile Vittorio Maria Canton di Sant’Andrea, forse non è nemmeno la Roma delle feste nelle ville paparazzatissime dai reporter romani quella in cui vorrebbe stare, però per nascita e casato ci si ritrova dentro e la commenta caustico e velenoso dall’angolo in cui è stato relegato, non disdegnando né i pochi salotti a cui è ancora invitato né il controllo quotidiano sui social network.
In tutto questo intreccio di nobili “che non hanno più i soldi veri”, scandali messi a tacere col denaro rimasto, politici corrotti e feste di comprovata pacchianeria, il conte Vittorio si muove impacciato, un po’ per la stazza notevole, un po’ per la sua presenza appariscente, un po’ perché il suo bruciante desiderio di essere la prima donna della situazione cozza con la sua scarsa popolarità, doppiata persino da quella di zia Magda, la vetusta zietta con cui vive assieme allo slavato e prestante maggiordomo Gelasio, raccolto letteralmente per strada e trasformato nell’unico simbolo di nobilità rimasto in una casa con le mura ricoperte dalle macchie lasciate dai vecchi cimeli di famiglia venduti negli anni per sbarcare il lunario.

Come rientra il delitto in questo quadro un po’ malinconico e degradato? Semplice, è l’attenzione per il dettaglio dell’appassionato compilatore di cruciverba e proprio quel sentimento di divismo mancato e conseguente inadeguatezza a trasformare il conte sconosciuto nel principe investigatore, in un’indagine amatoriale costellata di geniali intuizioni e rovinose figuracce. Vittorio, Magda e Gelasio introducono il delitto in una routine nobiliare un po’ polverosa e nonostante gli improbabili metodi risultano efficaci per la capacità di guardare con sincerità il mondo a cui appartengono loro, le vittime e i carnefici attorno a cui ruota il caso, rinunciando gradualmente alle ipocrisie di comodo che usano abitualmente per raccontarsi, ma mai al gusto spiccato per l’esagerazione.

[…] e ogni giovedì apriva la rivista nella speranza di trovare lo schema di incroci obbligati firmato con lo pseudonimo Cher Lo Colmes, sintesi perfetta dei suoi due modelli di riferimento di una vita: la persona più intelligente e arguta che abbia mai calpestato il suolo di questo pianeta e Sherlock Holmes, di cui apprezzava la giustificata boria nel rispetto del prossimo oltre al ricorso abituale a droghe pesanti.

A livello investigativo si tratta di un giallo che forse non soddisferà gli abili solutori: pur presentando un caso intrigante il giusto, che non si nega nemmeno il ribaltone e la ricostruzione di fronte ai sospettati, gli indizi necessari sono tutti a portata di mano  e non è troppo difficile prevedere dove si andrà a parare, soprattutto quando nel finale il fluire del racconto risulta un po’ macchinoso. D’altronde è lo stesso Vittorio a considerare insopportabili gli intrecci troppo imprevedibili nella loro risoluzione ad opera di Agatha Christie.

Il punto forte del romanzo è un altro ed è chiaramente figlio delle biografie dei suoi due creatori, della profonda conoscenza delle logiche seriali di Giovanni di Giamberardino e Costanza Durante. Giallo Banana possiede tutti gli elementi di una storia in cui il lettore si sente a suo agio, con cui acquista in fretta familiarità e che si segue volentieri a prescindere dal caso investigativo in questione.
Abbiamo un investigatore, un maggiordomo affezionato, l’anziana congiunta, un fratello arrivista, un amante capriccioso ma talvolta indispensabile, una spalla insperata nel ramo investigativo: il cast fisso della serie è già in posizione, ispirato a figure archetipe del genere giallo capaci però in poche pagine di acquistare personalità propria e caratterini niente male. Giallo Banana è brillante e frivolo come il suo titolo, ma mai superficiale, un po’ come il suo protagonista Vittorio, di cui colpisce il continuo senso di inadeguatezza fisica e sociale, mascherato con umorismo senza essere mai completamente celato, che lo accomuna ad altre figure decadenti che lo attorniano, mescolate agli squali dell’alta società, di cui  la pochezza degli scopi e degli obiettivi che li guida nelle azioni più turpi. Forse il passaggio più potente del romanzo è dedicato alle nevrosi di uno degli esponenti più in vista della società romana, al suo odio ossessivo e totalizzante verso un imprecisato difetto fisico che ne condiziona l’aspetto e l’agire.

Quanti avrebbero applaudito all’uscita del feretro dalla chiesa? Quanti avrebbero ripetuto al vicino: “Sono sempre i migliori che se ne vanno”? Che fosse questo il motivo per cui era ancora lì, vivo? Perché non era uno dei migliori?

Leggere Giallo Banana somiglia a quelle sedute collettive di commento di programmi ed eventi sui social network. La pervasività del contemporaneo italiano, soprattutto di stampo gossiparo, rende la lettura diabolicamente gratificante, un’esperienza simile al leggere i commenti al vetriolo degli utenti di Twitter seguendo gli hashtag dedicati delle trasmissioni in diretta. D’altronde chi segue i profili twitter dei due autori non si stupirà di certo nello scoprire dotte citazioni della discografia degli One Direction e del sorriso panacea di ogni male di Harry Stiles (anzi, mi stupisco che abbiano resisto per tante pagine), mescolate a comparsate di tutta la Roma dei rotocalchi dietro nomi lievemente taroccati, senza dimenticare un intero palinsesto del peggio del trash televisivo italiano fedelmente seguito da Vittorio e Magda, fonte d’invidia, culto dell’orrido e inaspettato aiuto per le indagini. E come per le twitter cronache del meglio del peggio del piccolo schermo italiano, forse si corre il rischio di faticare a seguire il discorso, se si arriva troppo in ritardo.

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Lo leggo? Giallo Banana è un esordio investigativo brillante e intrigante, forse non imperdibile per i cultori del genere investigativo classico ma assolutamente perfetto per quanti di voi amano approcciarsi alla vita con il sopracciglio un po’ alzato e la battuta in centoquaranta caratteri, gif inclusa. Tra amarcord televisive degli anni ’90 e contemporanei tripudi di cattivo gusto reale e catodico, non si può negargli di riuscire a cogliere l’anima di un strato genealogico romano in via d’estinzione, tanto quanto una vasta serie di opere filmico-letterarie che negli ultimi anni ci hanno raccontato il lato oscuro della città eterna. Nessuno però lo aveva ancora fatto col piglio di Angela Lansbury, ballando sulle note di una giovane Whitney Huston. Ne voglio ancora.
Ci shippo qualcuno? Sì, tantissimo, in maniera assolutamente deliziosa. Il romanzo è popolato di una bella fetta di marchettari e omosessuali non dichiarati, a differenza di Vittorio, che non ha bisogno di dichiarare nulla che i suoi strambi accostamenti di vestiario non gridino già al mondo. Quanti romanzi italiani troverete là fuori con un corpulento conte gay assoluta prima donna che vive un romantico tira e molla con un elegante ma talvolta criptico gentiluomo napoletano, il tutto coadiuvato dall’affetto sincero di uno statuario maggiordomo dallo sguardo di ghiaccio e dal cuore d’oro? Insomma, quanti batticuori in questo trio talvolta triangolo, quanti! Nonostante tutto io trovo che Gino abbia un po’ quella stucchevolezza da pigro principe azzurro, mentre tutta la fatica e l’ardore ricadono sul fido Gelasio, quindi mi dichiaro orgogliosamente #TeamGelasio, mollo una shipsheep e attendo le fanfiction o importanti e gustosi sviluppi nei prossimo volumi della saga.

Ship Sheep

 

 

Disclaimer: ho ricevuto dalla casa editrice una copia a titolo gratuito del romanzo. 

 

 

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