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jessica jones movie posterContinua il cammino di Netflix verso The Defenders, un gruppo di quattro supereroi che sulla carta dovrebbe diventare una sorta di Vendicatori della serialità. Per la prima volta però la release di una delle quattro serie tv che introdurranno i supereroi (Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage e Iron Fist) coinvolge ufficialmente anche l’Italia nel lancio mondiale della serie, disponibile dal 20 novembre sul servizio di streaming televisivo appena sbarcato nel Bel Paese. Lancio che ha riscosso notevole eccitazione, trasformando lo scorso weekend in una maratona tra quanti hanno sottoscritto l’abbonamento alla piattaforma.
Dopo il notevole successo di critica di Daredevil (da molti definito come il miglior prodotto etichettato Marvel da parecchi anni a questa parte) ovviamente c’era molta attesa per Jessica Jones, l’eroina scaricata a metà lavorazione del concept da ABC (che ha poi ripiegato su Marvel’s Agent Carter) e recuperata da Netflix.
I primi pareri sono stati più che entusiasti, ma forse siamo già di fronte a un condizionamento da serie Netflix, perché Jessica Jones è davvero una questione incasinata. E non mi riferisco alla burrascosa protagonista.
Non bisogna sottovalutare l’enorme potere che il pubblico è pronto ad accordare per ottenere ciò che vuole (belle serie, idee originali, niente attese, niente cancellazioni) dopo anni di delusioni e privazioni, ma giudicando dalle recensioni mi sembra che l’approccio alle serie Netflix sia ormai sfasato e troppo indulgente. Sicuramente il metodo di fruizione non è da sottovalutare, ma promuovere a pieni voti la prima stagione di Jessica Jones significa soprassedere a una serie di debolezze davvero troppo lunga, pur rimanendo una serie gradevole da vedere.

Celebrity Sightings In New York City - March 10, 2015

Creata da Melissa Rosenberg sulla base di Alias, una serie molto cupa e violenta a opera di David Mack (che cura i bozzetti che sono stati inseriti nella sigla dello show), la Jessica Jones made in Netflix non è la gioiosa ragazza con la superforza strizzata in un improbabile costume attillatissimo bianco lattice, con un altrettanto improbabile nome di battaglia (Jewel, liquidato nella serie come un nome da “spogliarellista disinibita”) che andava ad ingrossare le fila di comprimari nel grande universo Marvel, bensì la protagonista assoluta della sua storia.
Jessica è una detective privata dai metodi sbrigativi e “grigi”, dal carattere quantomeno ruvido, il cui modus operandi prevede notti insonni e una quantità spropositata di alcol. Vive da sola in uno spartano appartamento a New York che le fa da ufficio, intrattiene relazioni sociali minime (l’amica d’infanzia Trish, i vicini di casa squinternati, l’avvocato Jeri che le passa i lavoretti più scomodi, che consistono solitamente nel fotografare il coniuge del cliente che vuole il divorzio con le braghe calate) e tira a campare, perché “sbronzarsi ha un costo economico non indifferente”. Non è difficile però individuare nel suo continuo guardarsi le spalle e tenere a distanza emotiva ragionevole persone e casi i sintomi di uno stress post traumatico fortissimo.

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Questa Jessica Jones è quello che accade dopo la serie canonica con la persona dotata che si mette a servizio della comunità e tenta di fare il supereroe. Il suo iniziale proposito di essere una supereroina si è trasformato in un incubo dopo l’incontro con Kilgrave, il villain della serie, che la perseguita costantemente, di persona o via paranoia che Jessica ha sviluppato nei suoi confronti. Difficile biasimarla: il cattivo di David Tennant è uno dei migliori della storia cinematografica di Marvel, finalmente fornito di una biografia e di motivazioni forti, sensate, di un potere spaventoso e soprattutto della capacità di suscitare preoccupazione nello spettatore: Kilgrave non è il cattivo generico che vuole conquistare la terra o uccidere il supereroe di turno because of reasons e non è nemmeno il classico psicopatico che sfrutta le proprie abilità a fini sadici. Non che Kilgrave non sia entrambe le cose, ma la sua genesi è sapientemente dosata di episodio in episodio, fornendogli anche elementi umani, debolezze, incomprensioni, alcune parziali giustificazioni, fino a renderlo una figura del tutto imprevedibile, al cui solo apparire lo spettatore teme il peggio, e spesso viene superato dalla capacità del cattivo di ferire emotivamente Jessica, di toglierle ogni occasione di redenzione e ogni piccola vittoria.

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Anche Krysten Ritter è assolutamente perfetta per la parte e forse l’unica scelta possibile per un personaggio tanto travagliato e esasperato sul fronte hard boiled. Jessica sembra non conoscere mezze misure: beve forte, scopa forte, mena forte, sbaglia forte. Eppure la Ritter le preserva sempre una un lato femminile e una grande umanità, anche quando la scrittura di Melissa Rosenberg si addentra troppo negli stilemi del noir senza averne la raffinatezza necessaria, ma soprattutto senza che la New York attorno ai protagonisti riesca mai a riflettere le loro tenebre interiori. Il personaggio che però ha attirato le mie simpatie è stato il Luke Cage di Mike Colter, che per i seguaci de The Good Wife significa Lemond Bishop che smette definitivamente col traffico di droga. In attesa della sua serie dedicata, bisogna dire che nonostante la biografia standard e il poco spazio concessogli, ha saputo funzionare in alchimia con Jessica e sviluppare un suo approccio calmo, potente, con una forte moralità.

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Prendiamo l’unico altro termine di paragone televisivo in casa Marvel, Agent Carter: due eroine secondarie dell’universo Marvel con una serie televisiva a loro dedicata ambientata a New York e su base investigativa con qualche iniezione action, strettamente connessa alla continuity di progetti più grandi. Agent Carter va in onda su ABC, quindi ha notevoli limitazioni di campo: deve inseguire il rating e non turbare il sensibile pubblico di famiglie americane, per citare le principali. Agent Carter ha cinque episodi in meno di Jessica Jones, parte indubbiamente come il meno brillante dei due, ma a stagione conclusa arriva più lontano, perché sa donare episodio dopo episodio solidità e carattere alla sua storia e alla sua protagonista. Jessica Jones invece, pur con toni più adulti, limitazioni ridottissime e molto più spazio di manovra (qualche riferimento agli Avengers e a Dare Devil non è esattamente come essere in un passato in corso di sviluppo creativo, stiracchiati tra Avengers 2, Ant Man e il secondo Captain America) fallisce completamente la prova dello scontro frontale tra eroe e villain nel cruciale episodio nove e riesce in qualche modo a tirarsene fuori arrivando a un finale comunque coerente ma sottotono dopo un guazzabuglio di passaggi a vuoto, ripetizioni e un generale senso di disorientamento.

A livello più profondo però vale la pena di chiedersi se, con una trasmissione settimanale della serie, Jessica Jones avrebbe saputo portarsi così tanti spettatori al finale. Se il binge watching implicito nel modello Netflix ostacola la creazione di veri e propri fandom (dato che la discussione e le analisi cominciano e finiscono nel giro di un paio di settimane dall’uscita del primo episodio), finisce anche per falsare una seria analisi dei contenuti, assunti così velocemente da essere talvolta accettati in maniera acritica.
Quante serie televisive vi sarebbero piaciute se avessero avuto più di 10 ore della vostra attenzione e non un paio di episodi (magari visti a velocità 1,5x, perché tanto non cambia niente e si guadagna mezzo minuto *rolleyes*) per giocarsi le loro chance? Di fondo a Netflix basta un’ottima idea e un buon cast di partenza, per sfornare un pilota abbastanza godibile per indurvi a scolarvi tutta la bottiglia, o per creare una pressione mediatica tale da indurre il pubblico a decidere a priori di recuperare tot serie appena uscita perché è piaciuta a tutti. Quanti di voi hanno visto tutto Agent Carter seguendolo settimanalmente? Quanti di voi avrebbero mollato Jessica Jones perché il pilota non era abbastanza forte o la serie ha un tracollo quasi verticale a cinque episodi dalla fine?

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Mettendo da parte l’attesa, la soddisfazione di seguire una serie Marvel al femminile, la comodità di sedersi in poltrona e lasciare fare a Netflix tutto il resto (e magari i sottotitoli in italiano un pochino meno tradotti a spanne, grazie), mi sembra che Jessica Jones mi prenda più per affezione a determinati attori che interpretano determinati personaggi che per la forza della serie in sé. L’ambientazione noir è intrigante ma tagliata con l’accetta, poco adattata all’immagine contemporanea di New York e alle relazioni sentimentali dei personaggi (ehi, Jessica beve come una spugna e quando fa sesso va fino in fondo! Aspetta, ti ripeto questo concetto venti volte senza evolverlo di una virgola, perché sai, questo è un noir!).
I suoi colpi di scena funzionano, ma spesso sono spiacevolmente anticipati da una regia che da una parte ricerca angolazioni ardite tipiche delle tavole dei comics americani (il tombino fumante, l’inquadratura ripresa dall’alto, da lontano, dove manca solo il riquadro rettangolare con scritto “nel frattempo…”), dall’altra è incapace di creare l’atmosfera giusta (New York sembra Toronto che finge di essere New York, di notte è cupa e hard boiled, di giorno sembra uscita da un episodio di Suits) e spesso è così maldestra da svelare troppo velocemente dove vuole andare a parare (la scena dell’ascensore di Hope). La gestione dei combattimenti non è poi così soddisfacente e la resa visiva dei poteri di Jessica è sconcertante: vuole essere appunto un approccio da comics, dove servono tagli statici di particolari come gambe o pugni perché il movimento su carta si rende così? Non vengono mostrati appieno se non a serie molto avanzata per un motivo che mi sfugge? Qualche che fosse l’intento, il risultato mi è parso molto goffo.

Anche la scrittura ha i suoi problemi, che appuntano coronano in una seconda parte di stagione che annaspa per mantenersi a galla, come la sua eroina. La serie sfugge davvero di mano nel nono episodio. Per un momento ho sperato che il risultato sarebbe stato quel ribaltamento suggerito nel finale: quando ti spingi oltre per essere super, non sarai mai abbastanza in controllo per sapere se diventerai un super eroe o un super cattivo. Insomma, se quel tentativo di Jessica su Kilgrave fosse coronato in una genesi un cattivo ancora più sadico e terribile, creato proprio da Jessica stessa, che in quel frangente diventa il villain che tortura la persona “con un dono” per ottenere ciò che vuole, sarebbe stato pazzesco. O forse è quello che la serie tenta di fare, ma il risultato sembra un trascinare le stesse dinamiche in maniera molto più confusa che nella prima parte della stagione. jessica gif 2
Lo recupero? Ammetto di essere stata cattivella in quella recensione, ma ci tenevo a fare qualche considerazione in merito a come vengano percepite le serie televisive di Netflix e al fatto che prima di urlare “miglior serie dell’annoooo” a novembre forse bisognerebbe concedere alle altre novità almeno un paio di passaggi e riflettere su alcune pecche di una serie comunque molto solida per più di otto episodi. Sicuramente è una delle novità più interessanti ed è assolutamente godibile, imperdibile per chi ama i supereroi Marvel.
Fosse dipeso da me però avrei insistito meno sul noir (almeno se il meglio che si può fare è questo) e avrei per una volta giocato più spesso sul lato contemporaneo di una supereroina che si destreggia coi tirapiedi di turno ma anche col caricabatterie del cellulare. Se vogliamo supereroi che sembrino persone normali, forse è il caso che comincino a fare anche cose normali, in maniera accattivante e divertente.
Chi shippo qualcuno? No, ma uno dei motivi per cui anche nei punti più bassi della serie si rimane incollati è che Jessica e Luke assieme sono adorabili, teneri e strepitosi, più l’atmosfera cool di quando vanno in giro in Harley, ma Luke fa mettere il casco a Jessia “perché è la legge”. Awwww.

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