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meearl1Nuova settimana, nuovo film tratto da un bestseller per un target adolescenziale. Stavolta dietro il solito estro del titolista italiano di turno troviamo l’adattamento cinematografico di uno degli young adult più amati tra l’onda di uscite immediatamente seguenti a The Fault in Our Stars e più chiaramente influenzate dallo stesso, ovvero Me and Earl and the Dying Girl. Grande onestà fin dal titolo che mette le mani avanti e chiarisce che ancora una volta avremo a che fare con la commedia tra il commovente e l’hipster con amicizie e amori adolescenziali incancreniti dalla presenza di (almeno) un tumore incurabile.
Non è molto confortante presentare una pellicola come “la copia carbone e l’emulo di”, ma nel suo minimo tentativo di distanziarsi dal fondatore del curiosa filone dei divertenti giovani morenti che tanto appassiona i giovani di oggi, questo film finisce per essere un esperimento interessante e abbastanza riuscito.
Fermatemi quando leggerete un elenco meno che canonico nel riassunto della trama di Quel fantastico peggior anno della mia vita: Greg è un adolescente (non) come tanti, che ha deciso di (soprav)vivere al liceo destreggiandosi tra i gruppetti del sottobosco culturale a mensa (con annessa carrellata al rallenti che presenta i vari tavoli in e out), diventando amico di molti ma soprattutto non facendosi nessun nemico che gli renda difficile la vita. Si limita quindi a mimetizzarsi tra le varie aule e, novello figlio del Hipster dell’anno domini 2000, mantiene un disinvolto imbarazzo e un consistente distacco in ogni situazione sociale, comprese quelle legate alla sua (distaccata passione): girare remake low budget e ironici (ovviamente) dei film europei che suo padre guarda di continuo.
[Nota bene: film europei nell’accezione statunitense del termine, quindi pellicole d’essai di grande autorialità e stramberia che siano state girate prima del 1980 einvariabilmente contenute nella criterion collection]

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Il suo stato di calmo distacco viene bruscamente interrotto da Rachel un esponente delle “ragazze ebree noiose, sottotitolo 2” che è costretto a frequentare dalla madre, preoccupata che la recente diagnosi di tumore maligno getti nello sconforto la ragazza. Segue stramba, tenera, commovente amicizia e forse un pizzico in più tra i due, con l’aggiunta di Earl, l’amore di colore che conosce le paure e i complessi di Greg e al momento giusto è pronto a prenderlo a pugni, e della ragazza dal seno prosperoso che agita l’ormone del protagonista.

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L’aspetto più curioso e intrigante del film è che non solo ha per protagonista la versione contemporanea e hipster del protagonista di Dawson’s Creek, che a Spielberg preferisce i più celebri nomi della novelle vague, ma sembra anche girato da una personalità similare, il tipo di persona che al posto del poster del bellone o della band del cuore ha qualche locandina della criterion collectionAlfonso Gomez-Rejon gira il film come un appassionato studente di regia appena uscito dall’accademia di belle arti, con tanto di composizioni sghembe, grandangolo a pié sospinto, attacco della camera che ruota e ruota attorno ai protagonisti, carrellate che immagino vengano più da Wes Anderson che da Buster Keaton e giù giù fino a completare il prontuario di un certo tipo di appassionato di cinema.

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Uno stile che ben si adatta alla natura hipster chic della storia, con adolescenti dalle camerette studiatamente shabby chic e capaci di sparare profonde sciocchezza riflessive altamente citabili in poster motivazionali in carattere Helvetica con una foto a sfondo naturalistico. Se è una scelta voluta, è un assoluto colpo di genio. Purtroppo permane il dubbio che semplicemente ci si sia lasciati un po’ trascinare, dimenticando che un film tanto ricercato e leccato può urtare e risultare lezioso, se non si ha l’innata maestria e la professionalità di Anderson, appunto.

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Lo vado a vedere? Quel fantastico peggior anno della mia vita è senza ombra di dubbio una delle migliori uscite del comparto young adult dell’anno, un traguardo non così strabiliante data la desolante media che ultimamente ha raggiunto questo filone. Pur essendo una storia ricca di cliché e un po’ troppo impegnata a fare il verso a questo o quello, riesce nell’impresa di ricavarsi una propria identità e di essere a tratti originale, proprio quando si dimentica di dover emulare altri illustri predecessori. Uniteci un cast interessante e otterrete un film che, se sarà in grado di non urtarvi con i suoi newyorkesismi da upper street, si potrà rivelare un’ottima visione. Insomma, il prontuario fighetto di chi poi “da grande” passerà a Frances Ha e affini.
Ci shippo qualcuno? Troppo sostenuto per avere una dietrologia di sorta, spiacente.

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