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regression1Che ti è successo, Alejandro Amenábar, quale catastrofe personale si è abbattuta su di te perché tu ti ripresentassi in sala con una fetecchia come Regression? (Don’t call my name, don’t call my name) Alejandro è sempre stato un regista di quelli versati per i film autoriali di piccole dimensioni e declinanti verso il PESO e, pur non avendo quasi mai raccolto unanime consenso, ha sempre saputo farsi riconoscere un certo talento e parecchia professionalità.
Per quanto uno possa essere in parabola discendente e in crisi creativa, niente giustifica un crollo verticale come Regression, un filmaccio che aspira ad essere un thriller psicologico e a malapena si qualifica come pellicola da seconda serata su Italia1 (che onta!).
Ho una teoria: niente lavaggi del cervello o crisi mistica, la colpa è del suo più grande successo, The Others.
A supporto della mia teoria vorrei citare un altro regista dalle recenti traversie non di molto dissimili: M. Night Shyamalan. Spesso mi ritrovo a sottolineare quante siano le doti extra-cinematografiche che un regista deve possedere in quantità per costruirsi una carriera solida nei decenni a venire. Chi ha la fortuna di azzeccare un film e ottenere così fama mondiale spesso più che una strada in discesa si trova davanti un baratro che deve necessariamente saltare per continuare a lavorare serenamente.
Il baratro è prevedibilmente l’aspettativa e la pretesa di ripetersi o magari fare anche meglio, possibilmente cambiando il meno possibile contesto e registro. Insomma, una volta trovata la vacca, le major sperano di mungerla e nel loro peculiare modo di vedere le cose, se una certa tipologia di film si rivela redditizia, è bene che a mungere le mammelle sia chi ha già dimostrato di poter garantire un buon prodotto in quantità.

 

Sfilandoci dalle metafore bovine, il dubbio è che il particolare a fare le spese di queste restrizioni siano soprattutto i registi non statunitensi, proprio quando riescono a fare il salto di qualità e a sfondare sui mercati di riferimento. Non credo che Amenabar o Shyamalan siano inferiori a tanti colleghi americani, quanto più deboli a trattative ricattatorie che mirano a pilotarne le carriere e che possono essere rimesse sul tavolo ad ogni fallimento, mentre i termini per i colleghi anglofoni sembrano più miti. Insomma, un ultimatum in stile “o giri questo film per me, o con le major statunitensi hai chiuso”, un capestro che nemmeno un David Fincher riesce sempre ad evitare.
Imposizioni con esiti molto spesso disastrosi, soprattutto a chi viene chiesto di replicare il film con la svolta a sorpresa finale, il film di pura sensazione.
Se ci pensate bene, lo stesso Christopher Nolan (uno che ama moltissimo il colpo di bacchetta finale, la spiegazione lì in bella vista nei titoli di testa ma comprensibile solo ad una seconda visione) si sta inerpicando su film via via più elaborati, verbosi e, ammettiamolo, talvolta molto confusi nelle spiegazioni. Amenabar e Shyamalan non sembrano disporre della stessa libertà creativa e ad ogni insuccesso, rimangono sempre più stretti nella morsa delle richieste delle major, sempre più forti con le loro imposizioni a fronte dei fiaschi precedenti.

Regression infatti cos’altro è se non il tentativo di girare uno raffinato thriller poliziesco con un gusto alla Zodiac con la necessità di inserire un ribaltone finale come in The Others? Il problema è che film come Il sesto senso, The Others e The Prestige sono sensazionali proprio per la freschezza e la naturalezza con cui conducono le loro storie, impreziosite da un colpo di scena inaspettato che le ha impresse nell’immaginario collettivo. Ripercorrere lo stesso percorso a ritroso, partendo dal colpo di scena finale (magari come in questo caso ispirato da una storia vera) e costruendoci sopra una storia, rende il film nel migliore dei casi artificioso, nel peggiore, come questo, un disastro nemmeno in grado di essere apocalittico, perché è così noioso, banale e prevedibile, oltre che pessimamente realizzato, che non è di grande portata nemmeno nella sua bruttezza (come ad esempio è il recente Pan, per tanti versi sbagliato ma in grande stile).

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Raccontarvi la trama vi darà già tutte le basi per capire come si svolgerà l’intero film, maldestro persino nel coprire le sue carte migliori: Ethan Hawke interpreta il classico detective ossessionato dal lavoro, che gli è costato anche il matrimonio (sbadiglio). Nella tranquilla cittadina bigotta e retrograda del Minnesota dove lavora con i colleghi che non lo eguagliano per dedizione al lavoro e intuito (sbadiglio) una diciannovenne Emma Watson (sì, diciannovenne) confessa al parroco di essere stata violentata ripetutamente dal padre, membro di una setta satanica. Prevedibilmente il detective in agnostico e tormentato accorrerà in suo aiuto e, con il suo indubbio talento e l’aiuto di uno psicologo sprezzantemente laico, svelerà un complotto molto più ampio e articolato (sbadiglio), che comincerà a insidiarne la sanità mentale e la capacità di giudizio (sbadiglio, sbadiglio, sbadiglio) e forse anche la sicurezza personale (pietà).
Pensate di essere un regista di thriller polizieschi e di voler piazzare un colpo di scena, un ribaltone per chiudere il film con il botto: ecco, avete già più o meno intuito il finale di Regression, un film in cui Amenabar è assolutamente irriconoscibile, così mal scritto e peggio diretto da essere indistinguibile dagli scult di Italia1 o da un servizio sensazionalistico del Tg4. Per darvi un’idea del livello, in un passaggio di questa riunione di satanisti (vera, presunta o immaginaria che sia), alcuni membri vestiti con mantelli neri e pesantemente truccati uccidono a coltellate un neonato. Dovrebbe essere una scena straziante o disturbante, giusto? La resa scenica la trasforma in un gruppo di cosplayer del killer di Scream che, male illuminati, accoltellano una ciotola di sangria non inquadrata.

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Lo vado a vedere? No. Unica eccezione: se nelle vostre perversioni rientrano i film brutti (non gli scult, sia chiaro, proprio gli avanzi di magazzino, le vergogne dei cataloghi delle major) con cui Italia1 riempie i propri palinsesti.
Ci shippo qualcuno? No (ma magari!), la noia è tale che si fatica a non guardare l’orologio o pensare al quanto bisognerà pagare di parcheggio.

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