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ancillarysword_1In un intervento sulla rubrica The Big Idea del blog di John Scalzi, è stata la stessa Ann Leckie a rivelare che inizialmente il secondo volume della sua premiatissima trilogia doveva intitolarsi Sword of Atagaris. Nelle sue intenzioni, ogni libro doveva portare il nome dell’astronave dotata d’intelligenza artificiale protagonista di quel segmento di trilogia.
L’editore è intervenuto, il ruolo della nave spaziale in questione è stato ridimensionato durante la stesura ed è andata a finire con il felice utilizzo del ricorrente “Ancillary” e ogni volume intitolato a una classe diversa di incrociatore spaziale. Dopo la placida Justice of Toren, è il turno di una sword, la tipologia di astronave più militarizzata e concepita per il combattimento puro e che, nelle parole dei protagonisti Breq e Seivarden, non manca mai di ribadire con superbia la sua supposta superiorità ad ogni intelligenza artificiale nelle vicinanze. La valenza del titolo di Ancillary Sword e il vero intento della trilogia rimangono celati dietro a un intreccio narrativo che, per ambizione e premesse, mal si accoppia con il carattere superbo dell’astronave che gli dà nome.

Avvertenza: segue una recensione il più possibile scevra di spoiler anche per chi non ha letto il primo volume. Il consiglio per chi non l’ha letto è in ogni caso di partire da dalla recensione del primo volume.

Dopo che Ancillary Justice è diventato il libro di fantascienza più premiato di sempre, chiedere un parere a riguardo del suo seguito Ancillary Sword finisce sempre per equivalere a una richiesta di equiparazione tra i due volumi: è all’altezza delle aspettative enormi generate dal volume che lo ha preceduto? La risposta può anche essere affermativa, ma in modo diverso da quanto ci si possa aspettare. Man mano che ci si inoltra nella trama e nell’esplorazione della stazione di Athoek – dove si svolge gran parte del secondo capitolo – è chiaro che se l’orizzonte ideologico e l’universo geografico sono gli stessi, il cambio di sotto-genere narrativo crea uno stacco simile alle diverse tipologie di astronavi dotate di intelligenza artificiale che compongono la flotta dell’impero Radchaii.

We are all of us only human. We can only forgive so much

Avevamo lasciato l’impero alle soglie di una profonda crisi generata da un cambiamento irreversibile della sua struttura (la fine dell’espansione interplanetaria, il trattato con i pericolosi nemici non umanoidi Presger, lo stop alla trasformazione dei prigionieri in nuove ancillary) rispecchiato in una frattura nell’equilibrio del suo capo assoluto Anaander Mianaii. L’improvvisa stasi in attesa di nuovi e ancor più drammatici sviluppi regna in Ancillary Sword, dove tutto e tutti sembrano in attesa che succeda qualcosa: Breq ha messo per il momento da parte la sua personale ricerca di giustizia (o vendetta?) e se ne va su ordine del tiranno a controllare la situazione ad Athoek con il caro Seivarden Vendaai e la sua nuova nave, la Mercy of Kalr. Il pianeta e la sua stazione, isolati come il resto della periferia dalla distruzione di alcuni cancelli che permettono il salto spaziale tra un settore e l’altro dell’impero, è uno dei centri nevralgici per la produzione del tè, bevanda centrale ed essenziale per la cultura e la prosperità dei Radchaii, nonché assoluto protagonista del libro e principe delle ossessioni dell’autrice.

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Breq e il lettore conoscono parte delle risposte ai quesiti che percorrono l’impero: chi ha attaccato i cancelli? Perché la navigazione è stata bruscamente interrotta? Tuttavia Athoek costituisce un mistero a sé, che deve essere svelato nella sua interezza per garantirne la sopravvivenza sia in caso di attacco che di un lungo periodo di isolamento. In questo senso Ancillary Sword è più autenticamente space opera del suo precedessore, che si limitava ad presentare tre pianeti in punti diversi dell’impero, sottolineando le diverse sfumature dell’acquisizione locale della cultura imperiale imposta dall’alto. Siamo ancora di fronte a un romanzo povero di azione in senso lato, che concentra le situazioni di combattimento e pericolo in una manciata di pagine concitate. Gran parte del libro è quindi investita nella progressiva esplorazione di Athoek, nel tentativo di Breq di decifrare questo pianeta coloniale dalla profonda stratificazione culturale (numerose etnie dai rapporti di forza mai scontati) e un’annessione all’impero ancora recente, sommaria e piena di deficit.
Invischiato in una rete di relazioni sociali nettamente divise tra ricchi produttori di tè, lavoratori nei campi schiavizzati e funzionari dell’impero Radch dagli interessi poco cristallini, Breq dovrà sbrogliare il bandolo di una matassa ulteriormente complicata dalla presenza di un emissario Presger sul pianeta e dal comportamento ambiguo di due intelligenze artificiali “colleghe” di Breq e ancora dotate di ancillary: la Sword of Atagaris, nave che garantisce la sicurezza dell’avamposto, e la Stazione, dove risiedono i lavoratori del cuore amministrativo del pianeta. Tra gli abitanti c’è un altro elemento d’instabilità, Basnaaid Elming, la sorella di Awn,  il motivo per cui Breq ha accettato la missione (o la trappola?) del suo imperatore.

You are so civilized. So polite. So brave coming here alone when you know no one here would dare to touch you. So easy to be all those things, when all the power is on your side.

Come è facile immaginare, l’impatto stilistico di Ancillary Sword è molto ridimensionato dall’essersi già immersi nel mondo di Justice: tutto il discorso linguistico è ormai dato per assodato e anche l’idea di un frammento di intelligenza artificiale sopravvissuto all’uccisione delle migliaia di corpi in cui si era moltiplicata è ormai una mera base di partenza su cui costruire altro. Questo non vuol dire che non abbia gradito il tornare a immergermi nella scrittura di Ann Leckie, esperienza che trovo al contempo molto confortevole ma anche ricchissima di profondità per spunti e riflessioni.
Il salto di qualità è proprio questo: Sword è un ottimo secondo volume, che forse paga molto in termini di resa se letto a stretto giro dopo il primo, ma non si limita a essere un ponte tra il punto di partenza e quello di arrivo. Ancillary Justice aggrediva con forza la materia, scalpellava, sottraeva e trapanava: Ancillary Sword è un lavoro di fino, un tornare su una definita selezione degli innumerevoli spunti presentati e abbandonati dal predecessore (talvolta piuttosto disorganico) per delinearne meglio le forme.

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Se manca di aggressività e visionarietà, porta a casa indubbiamente un finale molto meglio costruito: nella risoluzione della situazione su Athoek la sbozzatura dell’opera finalmente ci concede un lampo di comprensione sull’interezza dell’immagine che Ann Leckie sta assemblando. Più di così non mi posso sbilanciare senza rovinare il vostro momento di epifania in quanto lettori, perciò mi limiterò a dire che, una volta finito il tomo, avrete una chiara comprensione dei tre titoli dei volumi, della tematica centrale dell’opera e, con buona approssimazione, un’idea generale di dove si andrà a parare con il terzo e conclusivo volume.

Sicuramente Ancillary Sword non è un romanzo esente da debolezze, ma considerando la delicata funzione che hanno i secondi capitoli delle trilogie, evidenzia ancora una volta la maturità stilistica dell’autrice. Lo scoglio maggiore rimane il fatto che ha un fluire dell’azione molto cadenzato, arricchito o appesantito (a seconda delle preferenze del lettore) da un’analisi ancora più approndita della cultura Radchaii e dell’impatto che ha su quelle preesistenti che assimila: in questo caso Ann Leckie delinea i limiti dell’assimilazione di Athoek, le intercapedini che vecchi odi etnici forniscono agli stessi funzionari dell’impero per piegare la costituzione ideale dei Radchaii ai propri interessi. Il tutto focalizzandosi sull’elemento principe della loro cultura, il tè, che fornisce lo spunto per quella che è un’analisi così complessa dal non poter essere risolta con facili risposte di una schiavitù coloniale ed economica in atto nelle piantagioni di Athoek, discorso che via via si espande fino a tornare al primo, grande quesito di Breq: cosa è davvero la giustizia? Come riconoscerla dalla vendetta, cosa la rende giusta o necessaria?

“I find forgiveness overrated. There are times and places when it’s appropriate. But not when the demand that you forgive is used to keep you in your place.”

Questo non significa che la nostra Leckie abbia perso quel tocco leggero ma particolarmente efficace con cui introduce personaggi capaci di suscitare l’affezione dei lettori. Insomma, ancora una volta gli spunti narrativi rischiano di essere messi in ombra da protagonisti per cui si finisce per provare un continuo senso di urgenza dettato dalla curiosità e dall’attaccamento. Uno dei limiti soggettivi del libro è la presenza limitata dell’amato Seivarden, anche se egregiamente sostituito da Kalr Five, una sorta di attendente diviso tra spiccata professionalità, amore per gli oggetti di ottima fattura e muto autocompiacimento per la propria competenza, e Tisarwat, il contraltare perfetto a questo stadio dell’evoluzione di Breq oltre che un gran personaggio dal punto di vista ideologico. Vorrei dire di aver adorato Dilque (e in realtà l’ho fatto), ma purtroppo c’è troppo poco materiale a disposizione e troppi misteri irrisolti (si possono avere particolari sulla sorella? Perché gli organi erano fuori dal corpo?).
L’unico forte limite oggettivo del libro, ad eccezione della forte staticità che può pesare a una certa tipologia di lettori, è lo sviluppo altalenante della minaccia Presger, ogni volta accresciuta nello sviluppo del romanzo e puntualmente messa parte per il capitolo successivo quando arriva il momento di tirare le somme.

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Lo leggo? In tanti sostengono che Ancillary Sword sia inferiore al predecessore. Potrei anche essere d’accordo, ma l’essere inferiore al romanzo più dirompente e discusso di questi anni all’interno del mondo fantascientifico (all’estero questo compito è svolto da The Martian) non è di per sé una condanna a livello qualitativo. Contando che i pareri sul seguito Ancillary Mercy variano dall’encomiabile allo sbalorditivo, direi che a questo giro è proprio il caso di sottoporsi alla lettura non di un capitolo ponte, non di una seconda parte di, ma di un romanzo riflessivo e ricco di per sé.
Ci shippo qualcuno? L’unico motivo per cui non sto insultando Ann Leckie è che so già che l’amato Seivarden tornerà in gran spolvero nel terzo volume. Per quanto abbia adorato Dilque e Kalr Five (Tisarwat è fantastica a livello concettuale, ma la sua stessa genesi la rende meno incline a suscitare affezione), nessuno potrà mai prenderne il posto al fianco di quel babbeo di Breq, che intuisce sempre tutto, salvo quando si tratta di dare soddisfazione ai nostri trepidanti cuori.

ancillarysword_4L’edizone italiana è a cura di Fanucci e presenta ancora una volta la traduzione di Diari M.,  ad oggi unico artefice noto del disastro del primo volume (trovate più informazioni a riguardo in coda alla recensione di Ancillary Justice). A quanto mi hanno riportato i miei piccoli aiutanti di Babbo Natale, la situazione è migliorata, pur mantenendo quell’impostazione alternata tra maschile e femminile che io non trovo fedele a sufficienza rispetto al romanzo in lingua originale. Il mio vero timore è che però le sviste grammaticali e quel tradurre a senso riassumendo più che riportando fedelmente da una lingua all’altra si perpetri anche qui. Non ho ancora avuto modo di accertarmene ma permettetemi di essere ancora diffidente dopo il presunto stupro inventato in apertura dello scorso volume in italiano.
Questa accanto è invece la bellissima copertina dell’edizione di lusso con copertina rigida, illustrata ancora una volta da Lauren Saintonge.

When I had been a single ancillary, one human body among thousands, part of the ship Justice of Toren, I had never been alone. I had always been surrounded by myself, and the rest of myself had always known if any particular body needed something—rest, food, touch, reassurance. An ancillary body might feel momentarily overwhelmed, or irritable, or any emotion one might think of—it was only natural, bodies felt things. But it was so very small, when it was just one segment among the others, when, even in the grip of strong emotion or physical discomfort, that segment knew it was only one of many, knew the rest of itself was there to help.

Oh, how I missed the rest of myself.

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