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starwars_vfOra che è un lasso ragionevole di tempo dal primo giorno di programmazione è trascorso e possiamo tutti serenamente affrontare una discussione completa di spoiler sul settimo film della saga di Star Wars, la cosa più difficile da fare sembra proprio essere un commento al film in quanto tale. Pur avendo anticipato una reazione di questo tipo – istigata ad arte da un mondo virtuale e reale letteralmente trasformatosi in una sponsorizzazione perenne del film – mi ha comunque sorpreso il livello di pervasività che questa pellicola ha raggiunto sui social network e nelle discussioni che capto attorno a me. Personalmente amo molto deviare dal pacchetto recensivo tipo trama + considerazioni sul merito a un discorso più ampio, che trasformi il film in un esempio di cosa significhi fare cinema oggi o raccontare la nostra realtà. Stavolta avrei centinaia di angolature diverse attraverso cui procedere a un’analisi di questo tipo, ma ci tengo a fare ciò che sembra passato in secondo piano, ovvero: esprimere un commento sui contenuti cinematografici di The Force Awakens, e non su come fa sentire rispetto alla mia adolescenza o al mio rapporto con la Disney major megalitica dei nostri giorni.

Per una figura che sin dai tempi di LOST è stata al centro dell’attenzione di tutti, e spesso al posto di altri più meritevoli o responsabili (Damon Lindelof e Doug Dorst sono i primi a venirmi in mente, ma è una lista davvero lunga), si è parlato sorprendentemente poco di J.J. Abrams in questi giorni, soprattutto in rapporto alla gigantesca esposizione mediatica che l’annuncio della sua regia aveva generato. J.J. ha una capacità quasi soprannaturale di rendere il suo nome l’etichetta che polarizza il discorso su qualsiasi prodotto venga apposta, anche se solo in qualità di produttore distratto, eppure secondo me non è stato sottolineato a sufficienza il suo ruolo in questo frangente. Dubito che Kennedy e Disney non abbiano posto dei paletti, ma se c’è uno capace di tenere le redini di progetti enormi e carichi di aspettativa senza perdere se stesso, beh, quello è Abrams.
Mi chiedo quindi se questa resurrezione dello spirito originale della saga sia figlia di una sua volontà o di una sua deferenza rispetto al materiale originale. Nel caso di Star Trek per esempio, il suo non essere legato in modo affettivo alla saga originale (anzi, ha dato più di una volta prova di “usarla” per cercare il risultato che stiamo andando a vedere questo Natale al cinema) si era rivelato un approccio incredibilmente efficace, capace di far rivivere il cuore pulsante di quell’universo ma di farlo funzionare come forse mai prima d’ora nella forma di lungometraggio, svecchiandolo e snellendolo da tanti strascichi del passato, osando (vedi l’esplosione di Vulcano o il bacio tra Uhura e Spock, provocazioni che il fandom ha finito per amare) e soprattutto dando un’impronta personale al reboot.

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In The Force Awakens il discorso è purtroppo molto, molto diverso. Registicamente parlando, è assolutamente ineccepibile, in grado di doppiare l’originale con un paio di scene di inseguimenti col Millenium Falcon che sono pura maestria, sfruttando al meglio il mastodontico budget per riportare gli stessi scenari ma dai colori più brillanti, più vividi, senza la patina di pesantezza della seconda trilogia e quella di inventiva inversamente proporzionale al budget della prima. La scelta di costruire e ricostruire la maggior parte dei set e delle situazioni (la via maestra tracciata da Game of Thrones) come al solito paga e prego ogni sera prima di addormentarmi che chiunque abbia a disposizione centinaia di milioni di dollari per i propri progetti comprenda quanto sia saggio muoversi in quella direzione.
A ben vedere, c’è più Star Wars di George Lucas nel primo Star Trek (in cui numerosissime inquadrature sono dei veri e propri calchi dei primi tre film, al limite del plagio) che in questo settimo episodio, che sorprendentemente viene affrontato da Abrams con le sue influenze derivate da Spielberg (altro suo nume tutelare) che da Lucas stesso. Essere stato in grado di far convivere l’approccio classico di questo film a scene paesaggistiche, inseguimenti, dialoghi e duelli con il proprio stile personale è un gran merito, anche se avrei voluto vederlo osare di più.

Per quanto sia più raffinato e limato da ogni sbavatura, The Force Awakens è un assembramento di concetti, idee e tematiche che non fa fare mezzo passo in avanti alla saga. Certo, non prende direzioni vituperatissime dal suo fandom e dalla critica (anche se io rimango dell’idea che, affidate ad attori migliori e a un regista non a briglia sciolta nel suo delirio di onnipotenza, il risultato poteva essere sorprendente) ma il punto è che sostanzialmente ruota su un piede, guardandosi intorno a 360°, registrando la vecchiaia dei suoi vecchi interpreti e l’aggiunta di nuove leve (scelte per la loro abilità ma anche per l’incredibile capacità di esprimere una sensazione di freschezza e purezza davvero non comuni) nelle vecchie postazioni, in un caleidoscopio di viaggi interplanetari da dejavù, all’insegna del più grande (vedi il ritorno della Morte Nera) e più HD 4K. Da avida consumatrice di space opera letteraria, vi giuro che esiste una gamma enorme di possibilità interplanetarie oltre alla combo deserto+ghiaccio+foresta con avamposto civilizzato+simil fiordo dai tocchi irlandesi, ma a quanto pare a Hollywood da quell’orecchio proprio non ci sentono (per andare alla voce gente che si prende molto sul serio, Interstellar).

Lo spirito Jedi è tornato nella sua purezza e questo sembra non solo bastare, ma anche far esaltare la maggior parte del pubblico. Tra le parole chiave nelle reazioni a caldo si trovano “il mio io adolescente” e “le giovani generazioni”. Ora, il primo dovrebbe essere appannaggio dei nostalgici emotivi egoriferiti come la sottoscritta, il secondo delle strategie di marketing della Disney, ma questo film è così personale, così metafora di se stesso nella distinzione tra bianco e nero e bene o male che questa preoccupazione è diventata motivo di sollievo per il pubblico prima che per la major del topo. Quindi, a conti fatti, la mossa di J.J. è stata la migliore possibile? Eh no, vedi alla voce Star Trek. Sono più che convinta che si potesse riportare quello spirito su schermo ma senza trasportare il film intero nel contesto culturale e cinematografico di quegli anni, rendendolo importante e riuscito per lo spettatore di oggi e non per lo spirito adolescente di allora tradito dalla seconda trilogia che alberga insoddisfatto nello spettatore che oggi riversa i suoi monologhi su Facebook. O come dice la protagonista…

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Quello che rappresenta “così tanto” Star Wars per tante persone è un buco nero che inghiotte completamente la mia capacità di capire o empatizzare. Perché di tutta la produzione pop, fantascientifica, cinematografica, memorabilia dei magici anni ’80, della vostra adolescenza, perché proprio Star Wars tra tutto quel catalogo di classici, pur avendo letto articoli, e visto documentari e sentito vere storie da vera gente (in cosplay e non), beh, quello rimane un mistero per me, che non l’ho visto da adolescente e non ho mai avuto questo trasporto emotivo nei suoi riguardi.
Perché di solito sono io quella empatica, nostalgica e più che emotiva che prima di aprire bocca deve scindere il sentimento di pancia e di cuore dai ragionamenti della testa e cedere ad ammissioni giuste ma dolorose.
Voi invece siete quelli della battuta velenosa ma ficcantissima su tutto e tutti, della visione a velocità 1,5 perché vedendo una serie risparmio 10 minuti, del binge watching come risposta a ogni domanda, dell’atteggiamento distaccato, ironico, bitchy e follemente hipster, anche e soprattutto verso ciò che amate, a cui non siete mai pronti a perdonare assolutamente niente. Vedervi muovere preda dei vostri sentimenti più irrazionali mi rende necessario assumere il ruolo di quella seria, calma e posata, che pone dei paletti.

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Un discorso di indugiare nostalgico che promuove un intero film perché “ci sta” e la storia vera e nuova e interessante la faranno i prossimi, beh, da voi non posso davvero accettarlo, non senza riaprire capitoli ormai chiusi che vi hanno visto velenosissimi verso prodotti che peccavano in questa direzione. Vi porto alcuni esempi, così passiamo a parlare anche un po’ degli attori:

  • Rey per me è stata una mezza delusione. Daisy Ridley è l’incarnazione pressoché perfetta della purezza e dell’ingenuità, della curiosità e della paura di essere abbandonata, ma se mi metti di fronte alla prima protagonista femminile della saga e le metti in mano una spada laser, io poi mi aspetto che esprima qualcosa di differente rispetto a Luke Skywalker o Anakin.
    Il suo personaggio è asessuato, non ha un qualcosa che lo connoti in quanto donna (a parte tutto l’imbarazzante balletto della manina con Finn). Non intendo che dovesse infiocchettarsi o parlare di frivolezze, ma se la soluzione alla mancanza di personaggi femminili nella saga è far interpretare a una giovane attrice il ruolo che anni fa è stato di un giovane attore, senza cucirglielo addosso a parte un senso di romance impacciata, beh, non ci siamo. Continuano a non esserci personaggi femminili. Soprattutto se poi tutto si risolve con la solita fiera di figure paterne surrogate.
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  • E quindi passiamo a parlare di Kylo Ren, che è l’esempio lampante di come con un ottimo attore al comando, le peggiori derive divengano sopportabili (vi lascio due minuti per immaginare come sarebbe stato Anakin interpretato da un vero attore). Da una parte in un film di giovani adulti che dimostrano un approccio molto puro e adolescenziale a un mondo con cui si scontrano per la prima volta devo dire la verità: mi ha molto soddisfatto trovare nel cavaliere di Ren quello che di fondo è una montagna russa emotiva, incapace di gestire gli scatti di rabbia, la paura, il timore delle proprie debolezze. Non scordiamoci che il vero cattivo è sempre stato il maestro e che comunque in un universo in cui tutti hanno nomi fighissimi come Rey, Han, Leia e via discorrendo, se tuo padre ti chiama Ben merita ogni oncia del tuo odio.
    Quello che non posso accettare è che voi promuoviate un film che ha uno svolgimento così telefonato e così già visto e così impacciato (il sole si spegne, il buio, la luce rossa sul volto di Adam Driver, musichetta malvagia, venti secondi di stasi prima che succeda quello che stiamo aspettando dal piazzamento delle cariche esplosive: manco Baz Lurhmann) quando avete massacrato ferocemente l’episodio I soprattutto per questo motivo. No guarda, ok tutto, ma il punto di svolta del film è così maldestro che questo liberi tutti da solo basterebbe a redimere Liam Neeson.
    Trovo infine molto, molto significativo ed estremamente metaforico la presenza in scena di quella maschera a cui Kylo Ren chiede di essere “all’altezza”, perché non può essere un nuovo cattivo, non può aspirare a niente di meglio che essere alla pari del suo predecessore, quantomeno in questo film.
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  • Domhnall Gleeson gerarca fanta-nazista dalla leccata ramata in testa e freddi occhi di ghiaccio, in continua competizione con Kylo Ren ma profondamente più maturo pur non avendo spade laser e forza che tengano, non solo potrebbe rivelarsi una miniera di ship inaspettate, ma anche un gran bel personaggio, se qualcuno si prendesse la briga di sfruttarlo per davvero
  • John Boyega e Oscar Isaac (a cui per misteriose ragioni non è mai stato permesso di apparire davanti a una macchina da presa senza una pettinatura disturbantemente fuori moda e laccatissima) finalmente ci ricordano che siamo venuti a vedere uno Star Wars nell’anno 2015. Finn in particolare è portentoso e non perché sia primo afroamericano protagonista della saga (come era stato deciso a tavolino ben prima di vedere il film dai nostri cari amici della social justice) ma perché lo storm trooper che vacilla e passa dall’altro lato, che si toglie la maschera e diventa un uno, acquista la sua singolarità, ci apre un mondo che finora era fatto di uniformità e gente che prendeva craniate contro gli stipiti alle spalle dei protagonisti. Il suo essere impacciato, tentennante, cazzaro, generoso e talvolta pauroso lo rendono meravigliosamente sfumato in un esercito di bianchi e neri. Il pilota migliore della galassia che diventa super amico del ragazzo nero, pilota da Dio senza generare invidie nei compagni e regala senza rancore la sua giacca fighissima invece è un monumento alla bravura di Isaac, una delle poche new entry di secondo pelo, che testimonia come puoi sparare per primo, essere il primo della classe e non farlo pesare con la tua saccenteria.
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  • Lupita N’yongo e Andy Serkins ovvero non saprei nemmeno bene cosa dire. Anzi lo so: la prima mi sarebbe piaciuta davvero vederla su schermo, perché mi duole dirlo ma non sento una recitazione dissimile di quella di altri personaggi generati con i meri effetti speciali, senza l’interazione umana. Di Andy, sono contenta per lui che si sia fatto questa carriera parallela che l’ha reso famosissimo e spero non si senta più vivamente preso per il culo per il disinteresse dimostrato verso la possibilità di metterlo davanti a una macchina da presa senza tutine e puntini sulla faccia.
  • Gwedoline Christie. Se voleva essere un tributo al carattere ridicolo che gli storm troopers incapaci di sparare e sempre buoni a cozzare addosso ai muri avevano, allora è fantastica. Intendo nei quattro minuti circa in cui la si vede (anche quello in senso non letterale). Sennò è un ulteriore riprova della vostra mollezza nei confronti di questo film. Un personaggio a capo delle truppe che 1- si fa scappare il traditore 2- abbassa gli scudi senza nemmeno provare una difesa o ribellandosi 3- si fa spedire via tramite scarico dei rifiuti è inutile e nonsense quanto la vostra classifica di dettagli irritanti della seconda trilogia (tipo di midiclorians, i globuli bianchi dei Jedi che verranno citati tre volte e che odiate appassionatamente manco avessero ucciso i vostri parenti). O forse non state sperculando Phasma perché non avete proprio notato la sua presenza…tantissimi personaggi femminili, wow!
  • Il pilota cicciotello è la comparsa del ❤ e ho seriamente temuto per la sua sorte.

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Lo vado a vedere? La sensazione più forte che ho avuto durante Star Wars è stata quella di vedere un film natalizio. Non perché sia un classico senza tempo, ma perché si rifà così fedelmente a film che poi hanno raggiunto quello status, non manca mai di smancerie robotiche, di piccole attenzioni e coccole, rifiuta il cameo per il suo cast originale è ancora attivamente, interamente inserito nella storia (e la cui evoluzione narrativa non è propriamente convincente). È così concentrato ad essere sempre avventuroso, spensierato e mai drammatico (o nolanizzato, che è la vera cifra dei reboot di questo decennio) che non si lascia mai andare e tenta di non lasciarci mai staccare da un infinito abbraccio, che talvolta finisce per soffocare. È un bel film? Sì, per scrivere questo pezzo l’ho rivisto una seconda volta con discreto piacere, ma da cinefila e amante della fantascienza non mi sento colpita nel profondo, né al cuore né al cervello.

Tre ulteriori motivi di riflessione:

  1. Anni fa Massimo Raveri, docente di religioni orientali a Ca’ Foscari, tenne una lunga disquisizione su come i jedi delle due trilogie (e il personaggio di Yoda in particolare) incarnassero pienamente l’evoluzione dell’assimilazione e semplificazione occidentale di millenarie correnti filosofiche orientali, dal confucianesimo al buddhismo. L’unico momento in cui, in qualche modo, ho trovato un elemento attuale in The Force Awakens, è quando l’arma di distruzione di massa viene alimentata ad energia solare.
  2. L’annuncio ufficiale del settimo episodio giunse durante la proiezione di Pacific Rim, a cui erano presenti due giornalisti (due IDOLI) che io affettuosamente chiamo Ciccio e Capellone, non conoscendo i loro nomi ed adattandosi nel loro stile a questi due stereotipi nerd alla perfezione. Ovviamente intavolarono una discussione fittissima a riguardo, complice la loro conoscenza dell’universo letterario, che io origliai indegnamente, affascinata dalla loro competenza. Alla fine se ne uscirono fuori con una trama tipo, che era assolutamente identica a quella del film, a un livello di dettaglio da lasciare a bocca aperta, previsione che si estende in realtà anche al prossimo film e che sono curiosa di vedere se si rivelerà altrettanto vera. Ai tempi non c’era un nome, un immagine, nulla, solo “settimo episodio” e J.J. Abrams.
  3. Durante lo scontro finale tra Kylo Ren e Rey l’unica cosa a cui sono riuscita a pensare è stata Beatrix Kiddo e O-Ren, Kill Bill volume 1.

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Ci shippo qualcuno? Credo che qui rischio seriamente la vita quindi mi limito a dire che come tutti i franchise che millantano questo livello di purezza e asessualità la risposta è ovviamente sì e che a me personalmente stuzzica molto la vibrazione incestuosa tra Kylo Ren e Rey, o Kylo Ren esangue che viene recuperato dal gerarca nazista dagli occhi di ghiaccio, o un’iniziazione a carattere sessuale da parte del Primo Ordine. Kylo Ren mi scatena un filone mentale masochista e proibito da lato oscuro del rating NC-17.

Avrei voluto parlarvi anche dei costumi (che mi sono piaciuti tantissimo!) ma per fortuna ci ha già pensato l’esperta QUI, sperando che riprenda a postare presto a pieno regime. Incidentalmente, lei è piena di entusiasmo, sense of wonder e aneddoti adolescenziali, perciò se cercavate quello, beh, è un ottimo post da leggere.

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