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quovadoNon si può che essere curiosi in quanto appassionati di cinema italiani rispetto alle future prestazioni di Quo Vado?, il nuovo film di Checco Zalone che si trova a dover fare i conti con lo strepitoso, si sospetta ineguagliabile successo della sua pellicola precedente. Se c’è una pellicola che può farcela e fare la gioia degli esercenti italiani, è proprio il quarto lungometraggio del comico del piccolo schermo sempre più a suo agio sul grande, sbarcato in un numero di copie capace di far impallidire distribuzioni mastodontiche come quella di Chiamatemi Francesco e di Star Wars, il sacro e il pagano a cui si è affidato il circuito delle sale italiano per batter cassa a Natale. Non solo, si è talmente creduto nel film da metterci un impegno straordinario e aprire molte sale per proiezioni di mezzanotte e dell’una, cominciando lo sfruttamento della pellicola dalle prime ore del 2016.

Doverosa premessa: la mia conoscenza della filmografia di Luca Medici aka Checco Zalone è quantomeno frammentaria, quindi ogni raffronto con le pellicole precedenti è viziato più dalla sensazione che dalla presa visione.
Su Quo Vado? però sembrano concordare davvero tutti: il salto qualitativo e lo sforzo produttivo è più che evidente, con un film che si presenta ambizioso, capace di inserire lunghi spezzoni girati ora in Norvegia, ora in Africa, alternandosi agli orizzonti più consueti del Meridione italiano. La scelta coraggiosa è stata quindi quella di reinvestire parte degli introiti (oltre cinquanta milioni di euro, il miglior incasso italiano di sempre) in un progetto capace di rilanciare verso l’alto offerta del film, sia in termini di location che in termini di contenuti.

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L’aspetto forse meno immediato è come Quo Vado? sia un ulteriore passo che Zalone e Nunziante compiono in direzione della commedia all’italiana di stampo classico, allontanandosi contemporaneamente dal format stantio del film cinematografico del comico televisivo. In realtà però il film tende a fermarsi a metà strada, in una dimensione divertente ma curiosamente molto istituzionale (con tanto di ritratto fotografico di Mattarella), che manca quasi totalmente delle svolte caustiche simili a schiaffi che i mostri sacri della commedia italiana non si facevano mancare mai. Per ammissione stessa di Zalone infatti, il film non finisce con la chiusa più classica e amara, quella della scena del gabbiano, ma preferisce perdere il suo naturale climax in favore di un finale più positivo e conciliante.

Succede in un film che in realtà a tratti sembra persino didattico, senza mai rischiare di essere lezioso: non si spiegano altrimenti i lunghi spezzoni con il zampino del CNR dedicati al riscaldamento globale e le piccole lezioni di civiltà e progresso in cui Zalone si fa carico di impersonare la reazione gretta e arretrata di fronte alla novità di lavori precari, famiglie multietniche e allargate, relazioni al di fuori del vincolo del matrimonio, pari opportunità e via dicendo, fungendo poi da tramite per inserirle in un’atmosfera in cui diventano elementi normali e quotidiani.

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Il tutto con una notevole padronanza dei tempi comici, sicuramente non caustici come personalmente vorrei, ma anche piuttosto agili dal deviare le svolte più ovvie e volgari, fino a rendere insieme del personaggi (femminili inclusi) un ritratto piuttosto aggiornato della relazione di amore e odio dell’italiano verso il miraggio di stabilità o l’incubo d’immobilità del posto fisso.

Insomma, un film gentile, a tratti timidamente romantico e familiare, senza mai essere lezioso o impomatato, che sa alternare benissimo frammenti di vita italiana contemporanea al gusto ficcante per lo sberleffo o la parodia, con almeno due fulminanti passaggi su Adriano Celentano e La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (ormai assurto allo status definitivo di classico, all’altezza persino di una parodia che dà per scontata la sua conoscenza). Sull’altro lato dello spettro, si introduce un volto iconico per una certo tipo di produzione scult italiana come Lino Banfi in un ruolo piuttosto canonico, eppure gli si dà la possibilità non dico di nobilitarsi, ma quantomeno di condividere con gli altri quell’atmosfera di realismo lievemente irridente ma mai gratuitamente volgare e caciaro.
Si è riso? Sì, e sinceramente, perciò missione compiuta. 

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Lo vado a vedere? In quanto palese esterofila rivolta a tutt’altro genere, non sono conquistata dal film, ma devo dire che il primo, importantissimo appuntamento per il cinema di casa nostra non ha assolutamente lasciato l’amaro in bocca: una produzione dignitosa, una scrittura che evita il più possibile il banale e rassicura senza negare l’evidenza, un cast lungimirante e che funziona di cornice a Luca Medici, sempre protagonista ma al centro di uno film che finalmente esiste intorno a lui. Statisticamente è probabile che abbiate già testato almeno un film precedente di Checco Zalone: se vi è piaciuto, potrebbe essere un modo divertente per sostenere il cinema italiano.
Ci shippo qualcuno? Un film italiano così lo stiamo ancora aspettando.

 

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