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macbeth1Comincio subito col dirvi che non avete letto di questo film nel Listone 2015 perché in Italia esce ufficialmente domani e quest’anno non ho voluto fare la carogna che mette in classifica film visti in proiezione stampa ma non ancora usciti in sala (spoiler: nella top ten ci sarebbero stati almeno tre posizioni diverse, film di cui vi parlerò a strettissimo giro). Provate a indovinare un po’ dove è stato presentato questo film che considero tra i dieci migliori visti nel 2015? Bingo, a Cannes, dove sembrano essere stati presentati il 75% dei film degni di menzione nelle classifiche mie e altrui. Giusto perché no, non permetterò davvero a nessuno che si lamentò di un’annata di presunta magra sulla Croisette di passarla liscia, non dopo aver chiuso la rassegna dei film in gara parlando di questa prima pellicola di serie ambizioni e proporzioni di Justin Kurzel come di un fallimento. Non è per tutti? Certo. Osa troppo? Può essere. Richiede grande concentrazione? Senza ombra di dubbio. È compiaciutissima? A livello Joe Wright. Non vedo come potrebbe essere altrimenti, dato che siamo di fronte a uno degli adattamenti teatrali più riuscitamente cinematografici degli ultimi anni.

Il problema dell’adattamento da un media letterario a uno visivo e dinamico come il cinema è sempre una bella gatta da pelare, ma se il felino in questione è una delle tragedie più ambigue e universalmente note di Shakespeare, beh, la sfida si sposta al livello successivo. Come adattare una lingua desueta e uno svolgimento che alterna scene immortali a passaggi storico-culturali tutto tranne che immediati (per non dire noiosi, vedi la pletora di messaggeri e cugini di questo e quello)? Come rendere intrigante una tragedia che ha in sé caratteri cinematografici forti come il sangue vero e immaginato, il misticismo religioso e la preveggenza delle streghe, ma anche una pletora di duelli e omicidi? Quando ambientarla (si è visto davvero di tutto in questo senso: io ho avuto la fortuna di vedere James McAvoy a teatro in una versione distopica futuristica, per dire)? E soprattutto, in che modo utilizzare quell’intreccio di psicologia e psicosi che porta il nome di coniugi Macbeth? La risposta del regista Justin Kurzel è sicuramente tra le più interessanti viste al cinema perché coniuga l’eleganza formale a un deciso taglio personale della vicenda.

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A livello produttivo questo film è capace di far arrossire parecchi concorrenti ai Golden Globes di quest’anno per l’imbarazzo. Lo scenario è quello scozzese, l’epoca tardo medioevale, con un perfetto miscuglio di carattere primitivo e artigiano, eleganza regale (vuoi per l’innegabile bellezza fuori scala dei protagonisti, vuoi perché i costumi sono a firma di una Jacqueline Durran che non azzeccava una scelta così stilosa e iconica da parecchi film) e asperità naturale. Se gli scenari naturali e gli abiti dalle texture grezze ma dai tagli raffinatissimi della Durran non fossero sufficienti, aggiungiamo il carico da novanta della colonna sonora di Jed Kurzel (parentela o omonimia?), davvero difficile da non notare per come mescola impressioni sonore tradizionali di quella parte del Regno Unito con un taglio ipercontemporaneo, elettronico, minimalista.

Il bello è che il meglio deve ancora venire: Adam Arkapaw e la sua fotografia, una visione leccatissima di aria satura di ceneri rossastre e lutti nei giorni cristallini ricchi di non colori metallici e terreni: un livello di tirarsela a cui non si può che fare il complimento migliore: pare Roger Deakins che fa la cosa di pavone. In tutto questo anche il caro Justin Kurzel non è che se ne stia con le mani in mano, anzi, la sua regia insiste proprio su uno dei caratteri che io apprezzo di più: il racconto visivo per accostamento d’immagini, reso ancora più vivido da una narrazione che non disdegna il motivo circolare, con immagini che solo a fine film ricorrono di nuovo su schermo e  finalmente acquistano senso.

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Se sul lato tecnico non è praticamente nulla di contestabile, l’adattamento in sé è parecchio coraggioso, perché pur mantenendo una certa aderenza con la lingua originale, apporta grosse modifiche al nucleo iniziale della storia. La più marcata e immediata è quella di desaturare la figura di Lady Macbeth come la donna nera, la femme fatale ante litteram, privandola del ruolo di eguale (e forse superiore) profondità d’animo e di nefandezza al fianco del marito.
Il risultato è quello di mettere al centro perfetto del film la lenta involuzione/evoluzione psicologica di Macbeth, da valoroso vassallo a tiranno traditore: una parte che indubbiamente si confà a Michael Fassbender (che infatti è ancora una volta DA KING) ma che insomma, non una di cui si senta la carenza all’interno della produzione culturale di qualunque media. Invece si sente una gran mancanza di una Marion Cotillard che possa tirar fuori le sue espressioni più psicotiche. O forse sono io che mi irrito oltre modo quando i caratteri negativi legati a un personaggio femminile vengono spiegazioni a-la-Gravity, andando sempre a parare sulla dimensione femminile e materna. E quindi no, ancora una volta non hai il diritto di essere stronza in quanto donna, no, deve esserci una causa importante, anche se sei un premio Oscar.

Il resto dei cambiamenti apportati invece l’ho molto apprezzato, specie quell’aggiunta proprio sul finale con la spada e il bambino che corre, che sposta un po’ il discorso dal carattere unico e totalitario di Macbeth al potere che plasma menti diverse nella medesima paranoia di poter perderlo.

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Lo vado a vedere? Non è un film per tutti ma è una gran trasposizione al cinema di un’opera teatrale, capace di replicarne i contenuti senza farne sospettare la forma originaria. Io ho un punto debole per i film a questo livello di estetismo, però dopo averlo visto mi è venuta voglia di finire il libro, fermo da anni sul comodino: nel film ho rivissuto le sensazioni che dà la scrittura di Shakespeare, che sono sì alte ma non sempre accessibili e sempre richiedenti grande attenzione. Ha un taglio realistico e appropriato al contesto medioevale della vicenda originale ma nel contempo sa tradire quando necessario e donare una nota contemporanea, trasmettendo un che di Shakespeariano piuttosto forte, perciò direi missione compiuta, anche se comprendo benissimo quanti l’hanno trovato freddo e incapace di farsi ricordare a lungo. È la classica situazione in cui anche il gusto personale gioca un ruolo abbastanza rilevante nel gradimento finale.
Ci shippo qualcuno? No, ma come coppia di pazzi corrosi dalla colpa e dall’amoralità il duo Fassbender/Cotillard ha davvero poco da invidiare ad altri noti murder husbands e trasmette una grande affinità coniugale.