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Il commento diventa inevitabilmente spoiler nel affrontare la parte finale dell’episodio, quella legata alle suffragette. Ora, sulla carta è di fatto una dichiarazione di buoni intenti da parte di Moffat e Gatiss, che riconoscono un ruolo chiave all’altra metà del cielo e, attraverso la battaglia che i protagonisti maschili “devono perdere perché hanno torto”, fanno inevitabilmente un pubblico mea culpa rispetto al trattamento della materia nelle tre serie precedenti, oltre che a rendere palese la volontà di fare bene e fare meglio in futuro. Un po’ quasi spiace criticarli, se non fosse che la loro gestione di questa delicata questione è così goffa da risultare quanto più problematica del solito.

Il problema si può analizzare e criticare su tre livelli. Il primo è quello del caso specifico, dove le suffragette diventano la soluzione per l’enigma impossibile della morte di Emilia Ricoletti. Innanzitutto il caso sviluppato in maniera così promettente e comica viene completamente sgonfiato dalla sua soluzione, che risulta frettolosa e sin troppo benevola. Di fondo il mistero viene risolto dietro le quinte da Mary, non si sa bene come e Sherlock si limita ad entrare in scena, suonare il gong e attaccare una mansplanation (termine inglese molto efficace che descrive una situazione molto ricorrente: “ la spiegazione di qualcosa a qualcuno, tipicamente di un uomo a una donna, in una forma condiscendente o paternalistica”, insomma “lascia che te lo spieghi io che sono uomo e quindi so”) tra le più indifendibili di sempre. Di fondo è un’immagine illuminante della problematica più profonda della serie: Sherlock/Moffat che spiega e validifica quanto fatto da un gruppo di donne senza volto, senza nome, indistinte una dall’altra, il loro stesso piano. Soprattutto, perché i due Holmes dovrebbero arrogarsi il diritto di giudicare e validificare gli omicidi di una setta, perché poverine, sono sopraffatte?

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Non sono poi mancate sottolineature alla cattiva gestione del ritratto del movimento per il voto femminile stesso. Il ritratto è gestito da veri principianti, da una parte descrivendolo come un gruppo di oppresse dai violenti in cerca di giustizia (e quindi una donna come Mary, con un marito che la ama e una posizione indipendente, non dovrebbe aspirare al voto?) dall’altra santificando un momento storico che ha conosciuto anche momenti molto controversi, come la campagna delle piume bianche (ricordate Downton Abbey?) e le inevitabili problematiche rispetto al comportamento razzista denunciato da alcune attiviste nere (con azioni e rivendicazioni non molto lontane da altri movimenti incappucciati).

Il problema si fa ancora più viscerale se analizziamo la figura di Mary, la moglie di John. Da una parte in questo speciale risalta come tra le figure più adulte e apertamente intelligenti del cast, molto più che lo stesso Sherlock o il marito. Dall’altra però rimane un comodo artificio di narrazione per sbloccare le situazioni di stallo: insomma, l’onore della ribalta e delle spiegazioni rimane un’esclusiva dei personaggi maschili, lei si può limitare ad hackerare sistemi supersegreti o rintracciare occultiste assassine, ma non le viene concesso più di un “fatto!”.

Il discorso su Mrs. Hudson invece è decisamente più complicato, almeno per me. Da una parte nonostante il suo malcontento sia esplicito, non viene comunque liberata dal suo ruolo di personaggio che fa entrare gli ospiti e prepara il tè, dall’altra c’è poco da fare: per quanto adorabile, il suo ruolo consta più o meno di quello, a differenza di Mary.

Insomma…

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Se siete rimasti, siete in cerca di fangirlismi. Ovviamente li trovate in coda, negli [appunti fangilistici]

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