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scatolaneraCon profondo disappunto mi  accorta in questi giorni di non avere recensito in questo blog neppure uno dei romanzi di Jennifer Egan che ho letto. Da una parte è una degli autori contemporanei su cui sono tornata più spesso negli ultimi anni, dall’altra tende inspiegabilmente a essere completamente ignorata dalla mia mente per lunghi periodi di tempo, fino a che non noto un suo nuovo titolo edito da Minimum Fax sugli scaffali della biblioteca. Così, pur non possedendo un suo libro e non avendo letto un rigo della sua produzione in inglese (e desiderando abbastanza intensamente di entrare in possesso almeno di una copia di A Visit from the Goon Squad) sono arrivata al terzo incontro con lei, una sessione di lettura fulminea ma ricchissima di spunti intitolata Scatola Nera.

I libelli che si leggono in poco più di un’ora hanno il gusto di un incontro amoroso clandestino: si consumano con rapidità e passione, ma spesso dopo poco tempo lasciano dietro di sé solo il vago retrogusto di un errore da cui non si è ricavato nemmeno un piacere duraturo in forma di ricordo. Certo, per i lettori di genere assediati da tomi possenti e saghe infinite sono una veloce parentesi di decompressione a cui forse si dovrebbe ricorrere più spesso, però il dubbio di fondo resta: vale davvero la pena (in termini di qualità e tempo, per non parlare di denaro) dedicarsi a qualcosa di tanto breve? In questo caso sì: l’unico aspetto sintetico dell’esperimento Scatola Nera è il numero di battute, perché gli spunti sono innumerevoli.


scatolanera2Innanzitutto la forma: Jennifer Egan non è certo la prima a costruire un racconto formato da soli tweet (anche se originariamente erano brevi frasi appuntate su un taccuino giapponese diviso in piccoli riquadri, ma il risultato è molto levigato (pare abbia tagliato buona parte del corpus iniziale), calibrato al millimetro. Soprattutto funziona per la volontà di raccontare una storia mettendo insieme le notazioni speech to text che un avveniristico software consente alla protagonista di fare: può pensare una frase e questa si salverà in forma di testo nel suo cervello, fino a creare una sorta di manuale pieno di notazioni pratiche per chi dovrà vivere un’esperienza simile. Talvolta però vengono registrati anche pensieri intimi, scambiati per comandi da questa tecnologia. Potrebbe essere frutto di autosuggestione, ma leggendo il libro ho provato più volte la sensazione che la forma mal si conciliasse con il sicuro, scandito ritmo della carta stampata: l’effetto che regala scorrere questa manualistica alternativa doveva essere molto più amplificato leggendolo di volta in volta su twitter.


scatolanera3Altro motivo d’interesse, per me e per alcuni di voi, è il fatto che sia un racconto breve di stampo fantascientifico ottimamente gestito. Ora, per il quieto vivere di Minimum Fax e dei lettori che scapperebbero a gambe levate di fronte a quest’etichetta potremmo anche fingere indifferenza (come si è sempre fatto in passato quando la Egan si è spinta molto più in là di una semplice strizzatina d’occhio alla speculative fiction) ma stavolta è proprio una produzione distintamente fantascientifica, di quelle che segnalo puntualmente qui. Il racconto si apre come una storia di spionaggio: abbiamo una Bellezza inviata dal governo degli Stati Uniti al fianco di un uomo pericoloso, un probabile terrorista. Sarà il suo Partner Designato, che lei dovrà sedurre rimanendo al suo fianco il più possibile: dei potenziamenti tecnologici nascosti nel suo corpo la rendono una scatola nera umana, capace di registrare ciò che vede, sente, capta. Quando necessario, verrà esfiltrata, viva o morta: l’importante è che riesca a riportare il proprio prezioso corpo-contenitore al sicuro per consegnare le informazioni raccolte. Abbiamo quindi una visione futura con al centro l’utilizzo di una componente tecnologica plausibile e coerente, il cui impatto psicologico e sociale funge da arco tematico del racconto. No, ditemi voi.

Una delle tematiche su cui la scrittura della Jennifer Egan diventa quasi profetica per chiarezza di visione è proprio il terrorismo. Qui, utilizzando uno dei personaggi di Il Tempo è un Bastardo (Lulu), la Egan lascia intuire quali saranno in questo futuro prossimo le nuove strategie del terrore e come muterà il concetto di patriottismo statunitense di conseguenza: l’eroe non è noto e non è il singolo larger than human, quanto piuttosto una massa di persone anonime dalle vite frivole, che si fanno avanti volontariamente e senza una retribuzione, insospettabili proprio per la vita condotta sotto l’occhio dei social. Verranno impiegati per una sola missione, poi saranno liberi, se sopravvissuti, di tornare alla vita di tutti i giorni. Lulu sente nel profondo il bisogno di impiegare i suoi talenti per ottenere successo in un campo che sia importante, essenziale e non superficiale come il suo impiego quotidiano, ma gli basta partire per la missione per capire che il prezzo da pagare sarà un cambiamento irreversibile di se stessa, che renderà un’incognita il ritorno a casa.

scatolanera_egan

Lo leggo? Pensavo potesse essere una buona lettura veloce e invece si è tramutato in una sorgente di riflessioni di cui non ho ancora visto il fondo, oltre che a amplificare certi stilemi del racconto dello spionaggio femminile classico utilizzando una componente fantascientifica. Può essere anche un’ottima introduzione alla scrittura pulita e alle tematiche cardine della Egan, fermo restando che la sua opera migliore è Il tempo è un bastardo. Avergli donato un valore letterario oltre a quello del mero esperimento di forma gli fa già onore. Data la brevità del racconto consiglio magari di cercare il flood originale di tweet o di fare un salto in libreria.
Ci shippo qualcuno? No, ma la coppia Bellezza/Marito ha un che di Jessica Jones/Luke Cage che mi è davvero piaciuto.

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una pagina delle prima stesura del racconto

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