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creed1Dopo Southpaw, eccoci tornati nel pieno della tag film coi pugni nelle mani, con il ritorno al cinema di uno dei capostipiti del genere, Rocky Balboa. Data l’età del suo protagonista, il candidato e frontrunner per l’Oscar come miglior attore non protagonista Sylvester Stallone, la rinascita e lo svecchiamento di un classico del cinema sportivo statunitense non poteva che prevedere due soluzioni: uno, girare la versione seria di Rocchio 47, due, ricominciare tutto dall’inizio con carne fresca. Una volta convinto Stallone ad essere della partita, non c’è stato bisogno di utilizzare lo stesso nome, anzi, si è potuta sfruttare la mitologia originale, espandendola in una direzione contemporanea e sorprendente.

Non si può non tirare in ballo la questione razziale parlando di Creed, uno degli esempi più citati con hashtag #OscarSoWhite (hashtag di protesta per le nomination all white nelle categorie attoriali e registica). Affrontando fiumi della peggiore social justice (di quella che vanifica il discorso sacrosanto che chiede equità di rappresentazione e spazi oltre il genere, il colore della pelle e l’orientamento sessuale) e risalendo l’hashtag mi sono fatta un’ipotetica lista di esclusi su base razziale e devo dire con molta sincerità che uno dei pochissimi per cui vale la pena di indignarsi è il regista Ryan Coogler. La lista infatti è un pastrocchio imbarazzante di gente di minoranze varie in film non “eligible” (ovvero non candidabili in base alle regole dell’Academy) per la corsa agli Oscar, film senza il responso di critica o pubblico necessario a sognare di poter far parte di questa competizione (con buona pace di Spike Lee e del suo Chi Raq, che aspetto comunque di visionare) e, con molto realismo, film che non hanno nemmeno gli elementi essenziali per imbarcarsi in quest’impresa economica e politica, ignorando quasi del tutto una serie di performance che invece avrebbero potuto farcela e risolvere la questione. Sono gli Oscar, bellezza.

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Discorso diverso per Ryan Coogler appunto, che si presenta con un film che le carte in regola le ha eccome, anche a livello promozionale. Il lavoro registico che svolge su Creed si fa decisamente notare, con una raffinatezza nelle transizioni, una eleganza nella composizione delle immagini (date un’occhiata al bilanciamento delle figure negli screenshot che vi propongo) e una capacità di rendere cinematografica la vita ordinaria e l’attimo sportivo straordinario che non possono che attirare l’attenzione, soprattutto considerando che siamo al suo secondo lungometraggio importante. Siamo sinceri: forse non era da nomination e indubbiamente Ridley Scott subisce un esclusione ben più amara, ma l’Academy avrebbe potuto risparmiarsi tante noie premiando il suo talento. Voi tenetelo d’occhio nel prossimo supereroistico blockbuster Black Panther e dite che vi ho mandato io.

Sarei curiosa di sapere quanto le sue scelte abbiano influenzato la stesura della sceneggiatura che ha co-scritto, perché è lì che Creed raggiunge una quadratura perfetta, una sintesi che riesce a svecchiare tutte le pietre angolari dei film di boxe investendole di una luce contemporanea che dona loro rilevanza e freschezza. Creed funziona dentro e fuori il pugilato perché riesce a far convivere il protagonista guidato dalla voglia di riscatto senza renderlo il solito analfabeta tutto cuore, la fidanzata preoccupata a bordo ring nobilitata dall’interazione con l’allenatore che la tratta sempre da sua pari e da persona importante per il suo campione e da Rocky appunto; un bandolo di nostalgia e rimorsi ormai sbiaditi che si sbroglia con semplicità, cristallina onestà e affetto, regalando a Sylvester Stallone l’interpretazione che forse gli mancava e al film una figura paterna del tutto non problematica e mai paternalistica.

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Un altro aspetto che in tanti dovrebbero cercare di emulare (e occhio, non solo la leadership caucasica hollywoodiana) è come il film racconti una vita afroamericana in maniera particolare e universale, coniugandola a una parabola sportiva esaltata nei suoi toni epici dalla controparte quotidiana, raccontata con la giusta dose di realismo e senza mai drammatizzare. Così una scena iconica, importante e potenzialmente problematica come D. che pettina i capelli di Bianca (la cui rilevanza forse si perde un po’ qui in Italia, dove comprensibilmente è sconosciuta la delicatezza dell’argomento “capelli delle donne afroamericane”) diventa un attimo di intimità quotidiana autentica quasi più esplicativo dell’immancabile scena spiata dalla tartaruga voyeur.

Rispetto ad altre critiche entusiaste, ho trovato la performance di Michael B Jordan solida me lontana da una vera chance di nomination, a differenza di quella di Jake Gyllenhaal in Southpaw, tratta però da un film sicuramente inferiore. Mi ha invece colpito davvero molto Tessa Thompson, sicuramente aiutata da un personaggio femminile mai banalizzato che ne esalta la naturale avvenenza, ma dotata di un allure femminile che cattura lo sguardo. Se venisse confermato il rumour che la vuole tra le protagoniste di Annientamento, l’adattamento del romanzo di Jeff VanderMeer diretto da Alex Garland, non potrei essere più soddisfatta.

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Lo vado a vedere? Degno erede di Rocky senza Rocky, Creed è un film sportivo che rischia di scontentare più gli amanti del pugilato che il pubblico del cinema, per come decide di risparmiare sull’enfasi e la retorica per utilizzarle nei pochi, condensanti momenti sul ring, comunque amplificati da una regia che non sfigura con gli incontri entrati nella storia del cinema. Il sentore è che questo film sia il punto di partenza per almeno un paio di carriere stellari e un più che doveroso sequel.
Ci shippo qualcuno? No, virilità a fiotti, nonostante il tranello del rapporto allievo maestro.
Anche un po’ d’Italia – Stallone è il lottatore che dice sempre buon appetito, anche quando si ritrova per la prima volta davanti a un piatto non condito con la salsa. 

[Extra – avete notato qual era il film che Donnie, Bianca e Rocky guardano dopo il primo incontro? Skyfall.]

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