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stevejobs_1Nonostante l’uscita di un lungometraggio che preferiamo tutti ignorare, Hollywood non ha desistito e ha continuato la ricerca di un film e un interprete che potessero portare su schermo la spinta prorompente che il vero Steve Jobs ha dato alla contemporaneità prima di spegnersi, ammantato già nella nomea controversa di genio e demonio dell’era tecnologica.
Stavolta però era già evidente che si faceva sul serio: non metti nelle mani di Aaron Sorkin (che via, è il Steve Jobs degli sceneggiatori americani) il libro biografico di Walter Isaacson chiamando dietro la macchina da presa Danny Boyle e davanti un duo come Michael Fassbender e Kate Winslet se non hai intenzioni più che serie (nel senso di Oscar). Portare su grande schermo uno come Jobs può rivelarsi una scommessa rischiosa: l’azzardo qui però ha dato i suoi frutti e il film è una partita biografica vinta. 

Steve Jobs è un ottimo film che svolge il suo compito così puntualmente da poter ambire a smorzare, almeno per qualche anno, la corsa alla narrazione di Jobs uomo e mito. La parte sorprendente non sta certo nella sceneggiatura di Aaron Sorkin, il solito compito ottimamente eseguito ma ostentatamente compiaciuto che trasforma Jobs in un album di figurine in cui si ripete all’infinito lo stesso modello di protagonista: maschio bianco statunitense asociale e vagamente anaffettivo, la cui incalcolabile genialità giustifica inettitudine emotiva e relazionale, in un affresco che all’inizio pare controverso salvo poi risolversi sempre in un progetto destinato ad essere rivoluzionario in cui il nostro esprime la sua tutto sommato bontà nell’unico modo che gli riesce possibile. Il Jobs di Sorkin è ovviamente tutto frasi taglienti e battute fulminanti, dialoghi a perdifiato in cui via via il manager assolutista e votato all’azzardo si rivela essere un padre che non conosce altro modo se stare al fianco della figlia con le sue visionarie invenzioni per esprimerle la sua affezione, in una spirale di errori genitoriali madornali compensati da una figura materna altrettanto tremenda (ma non geniale).

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Se l’esito non sfugge di mano come Newsroom lo si deve al grande lavoro e alla grande umiltà dimostrata da Danny Boyle. Chi legge da lungo tempo queste pagine sarà ora piuttosto sorpreso, perché negli anni ho criticato anche ferocemente questo regista, tra il novero di nomi su cui solitamente si scaglia la mia ira funesta. Stavolta però voglio essere io a tributargli l’onore più alto, trascurato come è stato per la presenza ingombrante dello sceneggiatore più celebre al mondo, che finisce per fagocitarsi tutte le attenzioni. Se però Steve Jobs è un film autenticamente di Aaron Sorkin (nel senso migliore dell’espressione) lo deve al certosino lavoro di Danny Boyle, che ha messo il suo protagonismo per far primeggiare ed esaltare le qualità (e l’ego) del celebre compagno di viaggio.

La regia di Steve Jobs mostra ben poco delle peculiarità e del carattere di Boyle, che invece si mette a servizio del ritmo di dialogo forsennato, delle lunghe scene senza tagli, delle dinamiche da presentazione e da dietro le quinte, portando il montaggio e la regia allo stesso ritmo forsennato della scrittura, facendo in modo che visivamente il film fosse veloce e tagliente quanto lo è a livello dialogato, donandogli una rigida eleganza formale e un paio di passaggi da regista hipster del Sundance.
Altro gran merito in un contesto piuttosto canonico del filone dei film biograficio è la puntuale, precisa riduzione
 a un vero e proprio ritratto storiografico del nostro passato più presente, che difficilmente si vedere così ben messo un scena e ricreato per quanto, ce ne dovremo fare una ragione, sarà sempre più necessario vista la nascita e crescita di intere generazioni per cui oggetti come il i primi iPod e MacBook hanno solo l’aspetto di fatti remoti, senza la componente emotiva che assumono per chi ha vissuto nel suo quotidiano quei piccoli, grandi cambiamenti del modo di comunicare. 

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Per passare invece agli interpreti, ormai non è rimasto molto da analizzare dei pregi e dei limiti di Michael Fassbender, qui ovviamente avvantaggiato delle declinazioni burbere e taglienti del personaggio. Il suo lavoro sul timbro della voce di Jobs è eccezionale, ma purtroppo andrà perduto in un doppiaggio che difficilmente renderà un buon servizio a un film in cui per esempio Kate Winslet si ritrova uno dei migliori ruoli della sua carriera tra le mani, a cui si dedicata con grande passione e un notevole accento polacco, lasciando da parte il divismo allegato ai suoi ultimi ruoli. Spogliata dal bisogno di essere protagonista e glamour, la Winslet raggiunge quella che forse è la sua miglior interpretazione di carriera. Ricordiamo anche Seth Rogen, sicuramente marginale ma capace di non sfigurare di fronte a questi due giganti.

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Lo vado a vedere? Io che consiglio un film di Danny Boyle, poi ci stupiamo del crollo dei mercati finanziari. La gente ha bisogno di certezze e gli crolla anche il mio granitico odio per il cinema di Boyle addosso. A livello tecnico è impeccabile, le performance attoriali sono strepitose: sicuramente un film che si è meritatamente portato a casa le sue nomination e forse si sarebbe meritato qualcosa di più (e non mi riferisco alla mancata nomination a Sorkin). A mancare al film è solo la coerenza di renderla una storia controversa dall’inizio alla fine, senza cercare per forza la redenzione anche laddove non c’è.
Ci shippo qualcuno? No, erano tutti troppo impegni a parlare.

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