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cannes son of saulIn un festival di Cannes che ha fatto fronte a una mole incredibile di lavori speranzosi di accedere al concorso ufficiale affidandosi ad autori scoperti e consacrati sulla Croisette, il fattore innovazione e l’operazione di scouting verteva con molte polemiche su un unico nome, quello del regista ungherese László Nemes, esordiente trentanovenne che sulla carta presentava un barbosissimo film sull’Olocausto, uno dei tanti che andrà a confondersi nella sterminata produzione priva d’idee e ingessata dal timore reverenziale di dire o fare qualcosa al di fuori del rigido canone cinematografico creatosi attorno al racconto dell’orrore nazista. A posteriori la Croisette ha fatto un investimento sicuro, piazzando un film che non sembra di certo e un esordio e non si dimentica tanto facilmente, mettendo ancora una volta il suo marchio su uno dei nomi che, con la giusta carriera, potrebbero popolare i festival dei decenni a venire.

Lontano dalla declinazione glamour che una certa parte di Cannes ormai rappresenta, László Nemes è un autore europeo fino al midollo, di quelli che fanno cinema e critica sociale, denuncia senza tanti abbellimenti e senza curarsi troppo d’intrattenere lo spettatore. Questo per chiarire che Saul Fia è un film PESO come pochi se ne sono visti quest’anno e non solo per la tematica.

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È curioso e peculiare come nel regista ungherese convivano urgenze dello studente di cinema al primo grosso progetto e maturità formale di chi ha sulle spalle molto più di una manciata di corti e una quarantina d’anni d’età. Che però Nemes non sia un irruento ventenne lo si capisce subito dall’impostazione del suo film: girato in quattro terzi e con molta, moltissima camera a spalla, alterna quasi ininterrottamente piani sequenza a rotta di collo nel salire e ridiscendere i livelli del campo di concentramento a primi piani insistiti, pressanti, sul volto del protagonista Géza Röhrig, unico, assoluto protagonista della vicenda (e i cui parenti del nonno non sono mai usciti dai campi di concentramento in cui erano stati internati). Questa confezione rende la visione un’autentica maratona da cui uscirete stremati a livello emotivo e anche fisico, perché è un film che si fa rincorrere dallo spettatore e lo lascia scomodo e a disagio, a intravedere e intuire l’orrore che si consuma ai margini, attaccandolo con le ombre in secondo piano, nutrendone la percezione di quanto si consuma di raccapricciante oltre allo sguardo vitreo e disumano di Röhrig, incarnazione perfetta del trauma e dell’orrore.

Inconsueta e ferocissima anche la scelta di usare come protagonista un membro del sonderkommando, un piccolo gruppo di detenuti che si sporcava le mani al posto delle eleganti, innocenti uniformi delle SS. Rassicurare ignari nuovi arrivati, stiparli ordinatamente nelle docce, attendere che le loro urla strazianti si smorzassero, trascinare via i cadaveri, bruciarli nei forni, pulire il sangue e ricominciare, in una sintesi perfetta e potente della logica industriale ed economica dello sterminio. Il ciclo infinito e disumanizzante a cui questi prigionieri si prestano serve a malapena a sottrarli dal sadismo delle SS a rimandare per una manciata di settimane terribili il loro ingresso in quelle stesse camere.

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Saul Fia è una discesa girone dopo girone nell’orrore più disumanizzante che il protagonista compie meccanicamente, in una spirale fuori dal tempo e senza fine, almeno fino a quando nella folla intravede un volto che ama e alla camera di morte scampa per qualche ora un ragazzino in cui lui crede di riconoscere il proprio figlio. Il film è così lapidario da suggerire in più di un’occasione che sia un transfer, una visione, una follia delusionale e non il corpo del figlio amato.
Posto di fronte al suo cadavere, Saul non può tornare ad annullarsi e comincia una drammatica e straziante risalita verso la sua umanità, nel folle e delirante progetto egoistico di ottenere per quel corpicino un funerale ebraico consono. Una salita consapevole, faticosa e costellata dal tornare ad essere testimone consapevole della banale brutalità delle SS, che può significare vita o morte in ogni tappa del suo cammino: nascondere il corpo, trovare un rabbino che reciti le preghiere, seppellire il corpo.

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Lo vado a vedere? Andateci assolutamente, ma a patto di essere pronti a subire un trauma che fa impallidire tanta, troppa produzione sull’Olocausto già nei primi minuti. Ci si è chiesto spesso se quell’orrore si potesse narrare a parole. Nemes ci riesce sfruttando la potenza visiva del cinema e senza mai cadere, nemmeno una volta, nella tentazione di fermarsi a rassicurare, a razionalizzare, a interrompere la folle corsa del suo protagonista, alla ricerca di una luce o di un senso. Per gli amanti del cinema più autoriale il titolo da recuperare assolutamente quest’anno.
Ci shippo qualcuno? Ovviamente no. Mi è piaciuto molto il parallelo tra i due giovani all’inizio e alla fine, anche se forse è quel rincorrersi ciclico di immagini un po’ smaccato l’unica vera sbavatura del classico film bellissimo e che pure non riguarderesti tanto facilmente.

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