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desde_allaViene da chiedersi dove siano oggi gli estimatori della rassegna cinematografica veneziana, quelli che la Croisette quest’anno ha toppato invece Venezia propone una selezione coraggiosa e interessante. Non ho mai fatto mistero di prediligere la selezione della Croisette a quella della Laguna. Seguendo i post di questi mesi immagino sia chiaro quanto sia anche solo pervasiva l’offerta francese, che da maggio ad oggi ha saputo portare quasi ininterrottamente tre, quattro film nelle sale italiane, dalla sezione principale e dalle minori. Venezia invece batte un colpo oggi con Desde Allá, il vincitore: la data di uscita nel picco di proposte di qualità non aiuterà questo film venezuelano, ma la mia percezione è che i suddetti amanti veneziani nei fatti non stiano aiutando questo film.

Scrivevo il 12 settembre: “Questa vittoria non giova a nessuno. Non a Venezia, che ha scelto un vincitore che non verrà ricordato a distanza di mesi.” Quanti di voi leggendo il titolo del post hanno fatto immediatamente la connessione col Leone d’Oro? La verità è che riguardando la selezione veneziana, quest’anno mi riesce anche difficile esprimere un parere sulla vittoria di questo film, perché nei nostri cinema è passato poco e quasi sotto silenzio (l’unico titolo spendibile in una conversazione casuale è Beasts of No Nation ma solo grazie a Netflix, le uniche pellicole che hanno smosso la critica sono Spotlight e Anomalisa, qui da noi ancora inedite). Difficile quindi capire se il solido, autoriale e maturissimo debutto filmografico di Lorenzo Vigas avesse le carte in regola per strappare la vittoria, anche conteggiando l’aiutino di Alfonso Cuaron verso il cinema sudamericano. A Venezia e ai partecipanti stessi avrebbe forse giovato la vittoria di uno dei film che sono stati i grandi snobbati delle nomination agli Oscar. Lasciamo la Laguna e a mio modesto parere la necessità di rivedere l’intero meccanismo, specializzandosi in un settore o rassegnandosi a diventare un evento provinciale cedendo il posto a Toronto e parliamo un po’ di questo film.

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Anzi no, torniamo in Laguna: mentre guardavo Desde Allá non ho potuto fare a meno di pensare che, al netto del glamour che due attrici come Rooney Mara e Cate Blanchett donano a una pellicola, la perdita di terreno di Venezia è evidente nell’incapacità di ottenere visibilità per un film d’esordio che condivide molte di queste tematiche e forse ha uno svolgimento ancora più realistico e feroce.
Alfredo Castro non ha nulla da invidiare alla Blanchett (anzi, con le sue rughe e il suo aspetto scavato dalla quotidianità può spingersi il luoghi impensabili per il volto artificialmente levigato dell’attrice) e per il cinema sudamericano è una musa e un nome quasi scontato, un po’ come in Italia un Toni Servillo o in Francia un Fabrice Luchini. La sua perfomance, al fianco di un cast formidabile che arruola talenti e grandissimi nomi anche per ruoli marginali, è quella che di fatto salva il film da scelte autoriali ineccepibili (e che dimostrano una maturità dietro la cinepresa che non è poi tanto lontana da quella dell’esordiente della Croisette László Nemes) ma talvolta umanamente gelide, da un film che si propone un tema forte e un esposizione così scarna da poter spesso ricadere nel noioso. Tuttavia per quanti hanno trovato la regia di Todd Haynes del tutto priva di sensualità questo potrebbe essere un ottimo rimedio, perché Vigas non sarà così raffinato, ma sa cogliere il lato carnale l’attimo in cui il desiderio dilatato si fa atto fisico con una naturalezza sconcertante, quasi fosse un’impresa facile. 

A salvare dagli attimi di distacco e noia lo spettatore propenso a questo genere di prodotto è Armando, un odontoiatra 50enne che vive con relativa agiatezza a Caracas e scarica i suoi impulsi sessuali in vagabondaggi urbani dove recluta ragazzi poveri che soddisfino la sua perversione; niente rapporti sessuali, solo starsene lì, col culo in bella vista, in balia della forza economica di Armando che, soddisfatto il suo bisogno di dominarli e annientarli, si soddisfa da sé. Ti guardo propone come Carol un incontro e scontro tra un personaggio manipolatorio in posizione di vantaggio, economico ed esperienziale, e un giovane completamente travolto dalla forza delle emozioni provate per la prima volta, che odora la trappola ma non si può sottrarre. Elder (un ottimo Luis Silva) colpisce Armando e lo tiene in suo potere proprio perché non si arrende alla sua forza, ai suoi soldi, e anzi si dibatte e si divincola, suscitando il suo interesse e la sua temporanea sottomissione, in un gioco in cui è consentito sfruttarsi e farsi del male, osservarsi e trarne piacere, ma mai entrare in un vero e proprio contatto. Un gioco in cui rientrano figure paterne assenti e manie di controllo, apparenze quotidiane ed emozioni travolgenti, in quello che potrebbe essere quasi un involontario prequel per l’altro, terribile personaggio interpretato da Castro quest’anno, uno dei protagonisti di El Club (la cui data di uscita italiana sta diventando il quarto segreto di Fatima). Cosa non ha funzionato quindi, perché nessuno sta parlando di questo film? Forse il problema è proprio la vetrina che si è scelto. 

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Lo vado a vedere? Difficile consigliare questo film a priori perché richiede una propensione al cinema autoriale innanzitutto, ma il gradimento finale sta anche nell’apprezzare uno svolgimento scarno e brutale, che personalmente mi ha molto colpito ma che potrebbe anche irritare per il suo eccessivo calcolo. Grandissimo Alfredo Castro.
Ci shippo qualcuno? Se vi piacciono quelle fanfiction di amore malato, giochi mentali e angst e non vi spaventa la prospettiva che uno dei due protagonisti non sia un aitante trentenne, dateci davvero un’occhiata.

Il finale di Ti guardo – [SPOILER] questo è proprio il classico finale che so già attirerà disperati googlatori anonimi alla prima messa in onda, perché non spiegato e che richiede allo spettatore di accostare vari elementi e trarre le sue conclusioni. Incidentalmente è anche un finale fantastico, di quelli che senti arrivare ma quando il vedi ti fanno comunque male.
Dunque, papale papale: Armando è inizialmente attratto da Elder perché questi non si sottomette e anzi, lo domina, rifiutandone il controllo (e probabilmente risvegliando in lui lo strascico lasciato dal terribile padre). Per buona parte del film quindi è succube di Elder, ma in realtà sta tentando di riacquistare il controllo. Sfruttandolo e standogli vicino però Elder trova quell’affetto, quella direzione paterna che non ha mai avuto e forse si innamora o forse scambia questo senso di protezione per amore. Una volta che Armando lo ha in pugno inizialmente cede al bisogno trattenuto ed esce dalla posizione solitaria di dominio e controllo da cui appunto “lo guarda” (e ci fa sesso), poi però si sente incastrato in una dinamica che non gli permette di controllare la situazione, di sfogare il suo sadismo e il suo masochismo, e anzi gli richiede di essere alla pari. Finisce quindi per prendersi appieno la sua posizione dominante, distruggendo Elder, forse chissà, anche perché in fondo non può perdonagli il fatto di aver dominato sull’odiosissimo ma imprescindibile di lui padre. Non è l’unica interpretazione possibile ed è solo la mia personale opinione, ma almeno è un punto di partenza. 

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