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unavoltanellavita_1Dalla fine della Seconda guerra mondiale il cinema non ha mai spesso di raccontare la Shoah e gli orrori della guerra legati alla soluzione finale nazista, che hanno toccato ebrei e altri indesiderati, carnefici, semplici cittadini, eroi laici e cristiani, tanto che analizzando le produzioni legate al filone è possibile ripercorrere lo sviluppo del discorso sull’eccidio nazista, Come si è ricordato l’Olocausto, come lo si è raccontato via via che i decenni hanno reso l’orrore vivo un misfatto storico e la Shoah da terribile eccidio novecentesco è divenuta pietra di paragone e inevitabile relazione per ogni orrore perpetuato dall’uomo?
Il problema che vive anche il cinema è duplice: parlare e raccontare l’orrore più indicibile con rispetto, ma senza lasciarsi fagocitare da una liturgia di inquadrature e dettagli visivi che ledono la causa più che perpetrarla. Il 27 gennaio 2016 è stata un’annata di uscite particolarmente ricca in questo senso: dopo Il figlio di Saul (il migliore in assoluto, da molti anni a questa parte) oggi vi parlo di altre due pellicole oggi nelle sale, Una volta nella vita e Il labirinto del silenzio, ricordandovi che ci sono due ulteriori appuntamenti: The Eichmann Show e Remember.

IL LABIRINTO DEL SILENZIO

illabirinto1Candidato per la Germania alla corsa all’Oscar 2016 come miglior film in lingua straniera (non selezionato nella cinquina finale), Im Labyrinth des Schweigens deve essere menzionato in questo blog per il sacro patto di sangue che mi piace pensare di aver stretto con Vincenzo Mollica: se il candidato tedesco agli Oscar è diretto dall’italianissimo regista Giulio Ricciarelli, allora bisogna parlarne.
Senza infamia e senza lode, questo resoconto romanzato dello storico processo intentato dal giovane magistrato tedesco Johann Radmann contro quanti lavorarono nei campi di sterminio ancora rintracciabili in Germania è un curioso misto di canonico film sull’Olocausto e moderna fiction televisiva sullo stesso tema. È da un pezzo ormai (diciamo da The Reader in poi) che l’attenzione si è spostata almeno in parte dalle vicende ebraiche a quelle controverse tedesche, tra storie di carnefici, eroi per caso e in generale quanti vivevano fuori dai campi ma nella Germania nazista o in quella ferita e negazionista del dopoguerra.
Il film di Ricciarelli si concentra su uno dei processi storici che è reso l’orrore dell’Olocausto l’evento di fortissima valenza storica e culturale che ha oggi, esito non di certo scontato. Infatti il giovane, ambizioso protagonista del film, venuto casualmente a conoscenza degli orrori e desideroso di catturare i colpevoli, deve innanzitutto lottare contro tedeschi ma anche ebrei convinti che la strada da seguire sia quella del progresso dimentico del passato.

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Il film ha quindi un approccio originale e racconta una transizione storica troppo spesso data per scontata: i genocidi devono essere narrati e denunciati con forza, altrimenti rimangono ferite silenziose e non vengono riconosciuti come tali; questa presa di coscienza, che a volte non avviene mai, può richiedere decenni. La messa in scena è la versione di lusso di una buona fiction Rai con il classico eroe laico, con Ricciarelli tutto impegnato a comporre con eleganza e maestria le messe in scena per il suo film, che pecca terribilmente di superficialità, pennellando a tinte sicure e monocromatiche i buoni  e i cattivi, finendo per disinnescare la carica controversa della stessa storia.

Lo vado a vedere? Forse una visione televisiva per qualità d’attenzione richiesta al pubblico e messa in scena complessiva, nonostante Ricciarelli salvi il film da risultati ben peggiori.
Ci shippo qualcuno? No, ma Alexander Fehling è un  vero figo nel senso ariano del termine.

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UNA VOLTA NELLA VITA

unavoltanellavita_1Questa recensione sarà la mia messa in pratica di un (per me) grande assunto: se un tema è importante e delicato come la Shoah, parlarne in un film o in una recensione sullo stesso con riverenza istituzionale, evitando critiche o conflittualità, sarà deleterio per la stessa questione, irriverente, una vera mancanza di rispetto.
Les héritiers è un film tremendo, uno dei peggiori che mi sia capitato di vedere durante il 2015. Non paga e desiderosa di esplorare i motivi del distastro, ho anche letto il libro scritto dall’attore protagonista Ahmed Dramé, edito da Vallardi con il medesimo titolo italiano del film. A quel punto la mia mia frustrazione si è trasformata in rabbia: come si può partire con le migliori intenzioni e in nome delle stesse affogare nella retorica più insulsa e irrispettosa?

Il film narra la storia vera di Ahmed Dramé, un giovane francese musulmano che svogliatamente aderisce assieme alla sua classe problematica a un concorso dedicato alla Shoah e, a sorpresa, vince il primo premio nazionale. Potenzialmente è fantastico: vedere la persecuzione degli ebrei attraverso gli occhi di un giovane musulmano europeo, che studia in una classe dove le spinte razziste, religiose, emarginanti sono fortissime, così come la disillusione verso il futuro. Uno si aspetta rabbia, una marea di rabbia giovanile, che non guarda in faccia a nessuno ed è del tutto priva di rispetto istituzionale, capace di guardare con occhi vivi e di porre domande scomode alla Shoah. Ebbene, questa rabbia viene disinnescata nel giro di un quarto d’ora, lasciandoci in balia di ragazzini difficili i lui conflitti familiari e personali vengono liquidati con un rassicurante cenno di capo e una storia di un deportato tagliata sulle loro esigenze. Sulla produzione poi, spiace sempre affossare una giovane regista, ma viene da rimpiangere certe fiction Rai.

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Lo vado a vedere? Ma anche no. Con tante pellicole in sala sarebbe un delitto dedicarsi a una cosetta retorica, ingessata, così politicamente corretta e semplicistica da poter risultare noiosa e deleteria persino a quel pubblico delle aule scolastiche a cui purtroppo verrà propinata, sulla base dell’assunto che non possano che digerire l’argomento se non con comodi bocconi premasticati.
Ci shippo qualcuno? Ma ti pare? Ogni volta che succede qualcosa di interessante (la ragazza musulmana minacciata finché non si veste da “modesta e carina”, quella con la madre alcolizzata che scopre il femminismo, il giovane musulmano appena convertito e già radicalizzatosi) il film fugge precipitosamente dallo spunto, preferendo concentrarsi sulla sua lezioncina storica.

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