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joy1Ci sono film impossibili da descrivere e valutare, ma quelli di David O. Russell non rientrano di certo in questa categoria. Il regista newyorkese ha uno stile personalissimo e immediatamente riconoscibile e un nucleo piuttosto ristretto di tematiche e personaggi totemici che si rincorrono da un film all’altro. Caratteristica che ha distrutto carriere cadute nella ripetitività nel giro di una manciata di film, ma per Russell la storia è diversa, perché la sua seconda caratteristica vincente è saper raccontare storie simili rendendole ogni volta divertenti, trascinanti, appassionanti, donandogli un alto voltaggio emotivo per lo spettatore. Insomma, se il mondo e l’Academy sono perdutamente innamorate di Jennifer Lawrence è anche merito dello sguardo di Russell, attraverso cui la ritroviamo ancora una volta irresistibile.

A quanti contestano a Jennifer Lawrence di interpretare sempre la stessa donna tra il rutilante e l’isterico per il regista consiglio di guardare con attenzione Joy, in cui l’attrice è per la prima volta l’assoluta protagonista di una storia russelliana popolata di famiglie allargate e ingombranti, truffatori, perdenti e tanti Stati Uniti in chiave carnale e popolana. Il film racconta ancora una volta la storia di una donna energica e combattente, quella Joy Mangano che creando il mocio magico cambiò per sempre la vita delle casalinghe e la stessa grammatica delle televendite. Questo biopic però è tutto concentrato sull’evoluzione personale di Joy, sul periodo drammatico intercorso tra la disperazione di una vita che odia, il tentativo di avviare un’attività imprenditoriale e i numerosissimi momenti in cui fallisce rovinosamente. Il film si conclude sì con una Joy finalmente al comando della propria vita e della propria famiglia (un altro esempio di grande nucleo familiare matriarcale nella cinematografia del regista) ma in realtà è tutto concentrato su una donna disperata, infelice, debole e succube come non mai dei parenti avidi, traditori, egoisti che le succhiano letteralmente l’energia necessaria per realizzare i suoi sogni.

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Quella che seguiamo per gran parte della storia è una Jennifer Lawrence debole, costretta a prendersi cura di quanti la dovrebbero sostenere: la madre e il padre per cui ha rinunciato all’università vivono una come un hikikomori appassionata di telenovele, l’altro (Robert De Niro) come donnaiolo occasionalmente violento che sfrutta la figlia per portare avanti la piccola azienda di famiglia. È un padre terribile, la cui violenza è mitigata dal tono da commedia del film: assieme alla maligna sorellastra di Joy la rende vittima di una vera violenza psicologica, imponendo la sua deleteria presenza e quella della sua nuova fiamma (Isabella Rossellini) che porta più volte la figlia sull’orlo della bancarotta, mal consigliandola, sfruttandola, spingendola egoisticamente nella direzione sbagliata, facendo poi ricadere sulla figlia i propri errori e, terribilmente, tentando di convincerla che il suo destino sia quello di essere la serva di famiglia, che il suo talento sia un sogno tanto finto quanto le telenovela della madre.
Nella famiglia Mangano c’è già chi insegue i suoi sogni, l’ex marito di Joy (Edgar Ramirez), cantante squattrinato che ancora una volta si appoggia completamente sulla ex per il proprio tornaconto.

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L’unica sempre dalla parte della ragazza è la nonna, la voce narrante del film,  a cui la nipote succederà in qualità di capo clan, savio e risoluto, ma solo dopo essere stata illusa e calpestata così tante volte che la visione tragicomica della sua scalata al successo (intessuta dal livello meta della soap amata dalla madre e interpretata da alcuni volti storici del settore negli Stati Uniti e dalla parentesi delle televendite in diretta). Il risveglio di Joy non è il primo, quando con le mani ferite e il morale a terra crea la sua invenzione di maggior successo, ma l’ultimo, quando capisce di dover lottare per ottenere la serenità necessaria a dedicarsi al suo successo e ai suoi figli, per uscire dalla casella di perdente e colpevole in cui è stata spinta per tutta la vita da quanti le hanno remato contro.
In tutto questo Jennifer Lawrence riesce per una volta a levarsi i panni della Jennifer Lawrence risoluta e caciara che ormai le si sono incollati addosso (e che hanno una componente caratteriale non da poco), incarnando perfettamente la debolezze e la quieta disperazione del suo personaggio.

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Una piccola considerazione finale: molte delle critiche al film vertono intorno al suddetto mocio e alla supposta fiacchezza di una storia che verte attorno alla sua invenzione. Il che mostra innanzitutto come buona parte di queste persone i pavimenti della propria casa non li abbiano mai puliti, per dimostrare tanta cecità di fronte a un piccolo cambiamento industriale che ha saputo interpretare le priorità della casalinga tipo fino ad allora ignorate (velocità, maneggevolezza e igiene: fuori il metallo dentro la plastica, largo a utensili duraturi e lavabili, restituendo un po’ di dignità a chi li usava quotidianamente). Certo, gli abiti supersexy, le truffe e lo spionaggio di American Hustle sono più luccicanti e attraenti, ma Joy racconta a tutto tondo un personaggio con maggiore coerenza e minore minutaggio, senza perdersi per strada come il film precedente. Insomma, è molto triste che quando è un uomo a presentare un’invenzione geniale pesando sulla propria famiglia e i propri collaboratori (vedi Steve Jobs) sia comunque riconosciuto come un innovatore epocale, mentre quando fa lo stesso una donna nonostante le pesi addosso una famiglia allora il film manca di allure e universalità.

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Lo vado a vedere? Diversamente dai pareri contrastanti della critica, ho trovato Joy un più che buona prova di David O. Russell e del suo gruppone di attori feticcio. Forse è meno glamour del predecessore, ma è sicuramente meglio gestito e definito, oltre che ad essere il rarissimo equivalente femminile dell’abusatissimo canovaccio del genio maschile che si inventa qualcosa ma non viene inizialmente compreso. L’unico vero discrimine alla visione è il vostro rapporto con le opere del regista.
Ci shippo qualcuno? No, non direi.

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