Tag

, , , ,


ioemabel_copertinaPer essere un libro che mi è piaciuto così tanto, provo una considerevole dose di risentimento nei confronti di Helen MacDonald, storica di Cambridge appassionata di falconeria che ha saputo conquistare tutti nel 2015 con il suo memoir. Uscito anche in traduzione italiana pochi giorni fa grazie a Einaudi, Io e Mabel ha in un certo senso irrimediabilmente compromesso il mio rapporto con due capisaldi della letteratura britannica: i diari bucolici sui paesaggi della Vecchia Inghilterra (che talvolta mi ostino a leggere pur faticando a distinguere una quercia da un pino e da una betulla) e T.H.White, il più grande autore moderno di cicli arturiani.

Questa recensione è più personale e aneddotica rispetto a quella vagamente più letteraria apparsa su Players. Se invece cercate quella più cialtrona, continuate pure la lettura di questo post.


Come fa un memoir incentrato sul periodo di lutto seguito alla morte del padre dell’autrice a rovinarti il piacere di lettura di due punti fermi della produzione letteraria inglese? Partiamo dall’inizio, da quando la copertina con un imponente astore di H is for Hawk è cominciata ad apparire ovunque nella blogosfera letteraria di lingua inglese che conta, prima ancora di vincere il Costa Book of the Year e di diventare il libro di non fiction più amato e citato nelle classifiche di fine anno del 2015. Un memoir tristo sul lutto di una tizia mai sentita prima con la fissa per i falchi (sì, all’epoca ero ancora convinta che la traduzione del titolo fosse pressappoco F di Falco…perdonami Helen!)? Ma anche no, pensavo, tirando dritto per la mia (fantascientifica) strada. Questo fino a quando una persona molto lungimirante mi consiglio di ricredermi, gettando l’esca di T. H. White. In effetti dell’uomo che creò Artù nel senso disneyano del canone arturiano non sapevo nulla e le allusioni fangirlistiche gettate qua e là erano davvero troppo ghiotte per essere ignorate.

stando con Mabel ho imparato che diventiamo più umani quando scopriamo, anche per mezzo dell’immaginazione, che cosa significa non esserlo.

Io e Mabel in effetti si apre con una biografia più che personale, ma da subito prende quota e allarga il suo sguardo su tutta la vita dell’autrice, Helen MacDonald, alla ricerca della radice del dolore incredibile che prova quando il padre, celebre fotografo della National Geographic, viene stroncato nel 2007 da un infarto.
Non è solo un legame di sangue e spirituale profondo, è anche la natura condivisa di osservatori che rende la separazione durissima. Il padre registrava aerei militari spiati nelle basi militari, la piccola Helen si acquatta nei cespugli e osserva per ore i volatili, sino a svilupparne un’autentica ossessione. Diventa una piccola saccente e interiorizza e cita dotti manuali di falconeria di gentiluomini inglesi, dorme con le braccia ripiegate sulla schiena a mo’ di ali, assilla i genitori fino a che incontra i primi falconieri della sua vita.

la piccola Helen Macdonald e il padre

la piccola Helen Macdonald e il padre

Nel momento più difficile della sua vita, senza un compagno o figli, decide di mollare il lavoro e trascurare gli amici, inseguendo gli astori che dalla morte del padre hanno cominciato a popolare i suoi sogni. Se ne procura una giovane femmina, la chiama Mabel e le dedica i successivi mesi della sua vita, incondizionatamente, nel tentativo di condizionarla (termine da falconieri che significa abituare l’animale alla presenza e al comando umano, fino a farlo cacciare).

hisforhack_coverA guidarla è proprio T. H. White, il peggior astoriere lettarario di sempre, che raccontò in The Goshawk la sua disastrosa, catartica esperienza di condizionamento di un giovane astore di nome Gos, tentativo che lo condusse quasi alla follia. La storia del rapporto tra Mabel e Helen vive del continuo paragone con quella tragica di Terence e Gos, fino a creare una biografia ombra del celebre scrittore britannico (e lasciatemelo dire: ingiustamente, tragicamente fuori catalogo in Italia). Quella che viene fuori è un’opera di ricostruzione storica mastodontica (anche se con molta modestia Helen la fa fluire poco a poco, non riferendosi mai all’immane opera di lettura dei carteggi dell’autore conservati in Texas o dei mirabolanti trucci da storica con cui ha scovato foto dell’autore da ragazzino, aneddoti, dolorose verità) che restituisce un ritratto tragico e dolorosissimo dello scrittore inglese. A questo riguardo non voglio anticiparvi nulla, ma l’impressione terribile è che dalla più tenera età non ci sia stato mai un singolo momento in cui una delle penne più ricercate del 900 inglese sia stato davvero felice. E qui arriviamo al primo punto di non ritorno: a posteriori avrei tanto voluto rileggere per l’ennesima volta The Once and The Future King con gli occhi innocenti delle altre volte, godendomi la magia di Merlino e il mondo fantastico di Artù, senza vedere ovunque la tragica ombra dell’autore.

Come White, anch’io volevo tagliare con il mondo e anch’io desideravo ritornare alla natura primitiva e inviolata, desiderio che può strapparti di dosso ogni morbidezza e farti naufragare in un mondo di disperazione, cortese e selvaggia. 

ioemabelIl memoir di Helen e quello parallelo di White sono strepitosi, ma a sorpresa a colpirmi di più è stata la breve ma ficcante critica letteraria che corona la parte finale del libro, quando Helen ha fatto pace coi i suoi rapaci e con suo padre. Analizzando il proprio avventato comportamento, l’autrice si rende conto di aver inseguito un falso mito interiorizzato sin da bimba con quelle letture di gentiluomini falconieri, quello della Natura consolatrice e guaritrice di ogni dolore. Segue una splendida riflessione che mi ha turbato molto: Helen si chiede quindi quanti capi saldi del genere (per esempio la difficoltà dell’addestramento degli astori) siano figli di un’effettiva verità e quanti del condizionamento dei loro autori, appartenenti a una classe sociale elevata, misogini, snob, immersi in una visione colonialista della Vecchia Inghilterra. Una terra divisa in classi sociali anche nel paesaggio, con le riserve di caccia precluse alla plebe e con passeggiatori che, alla vista dei daini, incarnano in questi animali l’immagine di un’Inghilterra rassicurante e omogenea, senza immigrati. Il libro è un grande monito all’uomo contemporaneo: innanzitutto alla sua distanza fisica dal mondo naturale (fa impressione fare un confronto tra la conoscenza di Helen del comportamento di flora e fauna, della sua capacità di descriverlo con ricchezza di linguaggio e puntualità e la mia conoscenza meno che superficiale dello stesso) ma ancora di più la pericolosa pratica dell’appiccicare l’etichetta della vecchia Inghilterra sulla nuova, annullandone i cambiamenti (i migranti ad esempio ma anche l’inquinamento, che cambia irreversibilmente il paesaggio).

helenmacdonald2

Lo leggo? Il terzo e ultimo motivo di rammarico verso l’autrice è che H is for Hack è un libro tanto potente quanto irripetibile. Il suo essere così intimamente toccante è figlio del fatto che condensa l’intera vita dell’autrice, la sua passione per la falconeria e il suo rapporto con la natura in un tomo che, per avere un seguito dello stesso livello, richiederebbe un’altra vita di esperienze, passioni, dolori.
Ci shippo qualcuno? Non esattamente, ma fa sempre piacere scoprire quante perversioni si nascondono dietro certi (molti) numi tutelari della letteratura mondiale.

ioemabel2

Helen gioca con Mabel

Disclaimer: la casa editrice mi ha fornito gratuitamente una copia recensione del libro

Annunci