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the5wave1Liquidare l’ennesimo film distopico basato su una trilogia young adult di grido (stavolta a firma di Rick Yancey e con discreto successo di critica e pubblico) come il tentativo di rincorrere al cinema Hunger Games è un esercizio di lassismo, ma in questo caso non sarebbe che un peccatuccio, dato il calibro del film in questione. Persino una persona prolissa come me può liquidare La Quinta Onda in un paragrafo o poco più e trovo parecchio indicativo che a poco più di una settimana dalla visione del film debba sforzarmi per ricordare a sufficienza la trama, il finale e il contesto distopico per tirar fuori una recensione coerente. Insomma, la disgrazia di Chloë Grace Moretz rimane quella di essere classe 1997 e di dover subire ancora per qualche anno un volto fresco e adolescenziale che la rende adatta a prodotti che, per il bene della sua carriera da adulta, farebbe bene a evitare.

Cassie è un’adolescente che va alle feste alcoliche del vicinato e occhieggia il quarterback idolo della scuola, salvo poi tornare in tempo a casa per mettere a nanna il fratellino e arrossire se apostrofata dalla sua cotta. Un sogno impossibile di “essere involontariamente giusta”, almeno fino a quanto una misteriosa astronave aliena appare nei cieli terrestri e staziona lì, silente. Lasciati presto da parte Indipendence Day e District 9, il misterioso nemico comincia ad attaccare i terrestri, che chiamano queste prime mosse strategiche “onde”: la prima è la scomparsa dell’elettricità, seguono maremoti, malattie letali e una prima ondata di invasione in corpi ospiti, indistinguibili dagli umani ancora padroni di sé. I vari passaggi assumono più le sembianze di un dato di fatto che non di un artificio con un tentativo di coerenza scientifica o d’indagine delle ricadute sociali e psicologiche. D’altronde stiamo sempre parlando di un film in cui un gruppo di supposti adolescenti fotomodelli si aggirano per i boschi e finiscono giusto per impolverarsi un po’ la faccia, in cui ci sono stragi e sparatorie ma senza che mai si percepisca un livello minimo di violenza, tanto che la settenne che ha visto questo film al mio fianco in proiezione stampa non si è voltata nemmeno una volta verso i genitori.

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Le scelte di cast, che palesemente privilegiano l’aspetto fisico alle capacità interpretative e la pochezza della sceneggiatura (l’incapacità di sviluppare il potenziale del libro o di migliorarne le esili premesse, vai a saperlo quale delle due opzioni dato che non l’ho letto) sono solo una delle spie che dovrebbero convincere a lasciare Hunger Games da parte in favore di un film tipo Maze Runner.
Cassie corre, si aggira qua e là nei boschi, spara, prende decisioni tra lo stupido (scendere dall’autobus per prendere l’orsacchiotto del fratellino senza avvisare l’autista o il militare di guardia di attenderla o mandare direttamente il fratello a quel paese e dirgli di non piagnucolare) e il suicida (avventurarsi senza riparo su un’autostradadove sono ben visibili per terra delle tracce di sangue fresco che affaccia su un viadotto ideale per i cecchini) ma si mantiene discretamente pettinata e carina, figlia devota, sorella sollecita, ragazza mediamente più che scopabile: da morire per lei, o fidanzarcisi assieme. Se le autrici di Twilight e 50 sfumature di grigio le hanno spernacchiate parlano dei loro prodotti come deliri romantici con versioni fittizie e magre di se stesse, di Rick Yancey non saprei proprio che dire, se questa è la sua eroina forte e se il suo fratellino diventa un pacco postale da salvare o recuperare per mandare avanti una trama inconsistente e insulsa.
Insulsa tipo convincere degli adolescenti sottratti a forza dai genitori che saranno loro a salvare il pianeta dagli infiltrati alieni che governano i corpi ospite, se opportunamente addestrati in basi militari, anche se sono altri un metro e venti e hanno otto anni.  Il regista esordiente J Blakeson fa quel che può, Chloë Grace Moretz sopporta stoicamente la serie di scene imbarazzanti di cui è protagonista, occhieggiando con pudore gli addominali che prendono aria di Alex Roe, tentando di nascondere un plot twist che sarebbe stato meglio esplicitare da subito.

per accertarmi che tu non sia un alieno, posso tastarti gli addominali un altro po'?

per accertarmi che tu non sia un alieno, posso tastarti gli addominali un altro po’?

Quando vedo degli alieni a forma di cosa viscidosa che ti colonizzano la scatola cranica prendendo il controllo della tua mente senza che gli altri umani lo sappiano una delle mia generazione non può che pensare agli Animorphs (nel mio caso, la lunga serie di libri di K.A.Applegate). Raggiunta l’età adulta anche grazie alla paranoia di un mondo letterario dove un gruppo di adolescenti lottava contro la silente invasione degli Yerk, ricordo ancora con ammirazione e sincero affetto quanto quelle storie mi hanno regalato.
Storie dove solo una protagonista era palesemente gnocca (ma ne era divertitamente consapevole) e dove nessun addominale prendeva aria, perché il pericolo era palpabile e non c’era tempo da perdere, che i casini erano già parecchi. Storie in cui i protagonisti assoluti erano 5 liceali di una piccola cittadina americana (più un alieno, a seguire), senza il bisogno di ucciderne i genitori per concentrare l’azione sui più giovani, dove il conflitto tra di loro e gli alieni era più realistico, più pericoloso e ansiogeno senza bisogno di far crollare l’intero mondo o imbastire improbabili costrutti dittatoriali post apocalittici. Il tutto si svolgeva in una cittadina, eppure c’erano veri colpi di scena, vero pericolo, vera paranoia, vera tensione e parecchi colpi da maestro che donavano personalità alla vicenda, che mi sono goduta tantissimo anche nelle riletture da adulta.

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È vero che da adolescenti si tende ad estremizzare tutto, catalogandolo come bianco o nero, ma mi sembra che questa polarizzazione sia passata in buona parte di questi autori  che scrivono per ragazzi e di questa industria televisiva / cinematografica che confeziona prodotti per loro, in cui talvolta succedono cose raccapriccianti ma estremamente banalizzate, in cui l’adolescente diventa protagonista uscendo dal suo ruolo sociale e messo forzosamente al timone della società o della rivolta, negandogli implicatamente la possibilità di essere importante nel ruolo sociale che ricopre nella propria famiglia, nel proprio ordinario.

Lo vado a vedere? Non c’è qualità che possa attrarre il pubblico adulto e, a meno che quello più giovane non sia fan di questa serie nello specifico, non vedo motivo per perdere tempo con questo film che ha tutti i tratti dell’impresa più che dimenticabile. Ad entrambe le categorie in vena di un prodotto di questo tipo consiglio di ripiegare sulla serie TV The 100: premesse distopico fantascientifiche presenti in gran quantità e tempo molto meglio speso. 

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Per quanto si disperi o ci provi, la sua rincorsa al modello di successo e qualità di Hunger Games è inutile e profondamente sbagliata nelle sue premesse.
Ci shippo qualcuno? No, ma il doppio triangolo amoroso imbastito in questo film mi ha fatto più volte alzare gli occhi al cielo.

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