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hateful8_!Rieccoci qui a parlare di un film di Quentin Tarantino, l’ottavo film di Quentin Tarantino, uno che non solo ormai gioca in una lega a sé, ma che quella lega se l’è costruita con le sue mani e la sua decina scarsa di film, collaborazioni e mediometraggi. Prima importante precisazione e successivo parere: grazie a Leone Group e Rai Cinema, la proiezione stampa si è svolta il lingua originale e in gloriosa pellicola Ultra Panavision 70 mm, con tanto di combo Overture + primo tempo + intervallo + secondo tempo + programma cartaceo. Questo non (solo) per farvi schiattare d’invidia ma per mettere da subito in chiaro che l’operazione, oltre che a consentire un momento di fruizione cinematografica super-nostalgia d’altri tempi , ha un suo notevole perché e, se ne avete l’opportunità, vale davvero la pena e i vostri denari.

Riassunto lampo per distratti: l’ottavo film alliterante di Tarantino, il fu dio dei soli cinefili feticisti attualmente idolo del genere umano, è The Hateful Eight, storia di sette brutti ceffi e una brutta ceffa intrappolati da una tempesta di neve in un emporio sperduto nel Wyoming, pronti a stordirsi a suon di menzogne fino a quando qualcuno ucciderà qualcun’altro, scoprendo le sue carte. Sei bianchi, un messicano e un nero, sette uomini e una donna, due cacciatori di teste, uno sceriffo, un boia, uno scrittore, un soldato in pensione e un guidatore di diligenza. Le combinazioni e i sottogruppi sono infiniti e Quentin Tarantino ne esplora una gran parte, prendendosi la bellezza di tre ore per sistemare, spostare e riposizionare i pezzi sulla scacchiera, sfruttando al massimo il formato molto allungato dell’immagine, che contiene azione e reazione, monologo e pubblico, menzogna e verità. Più che un western che omaggia Sergio Leone, è un enigma giallo, l’omicidio a porte chiuse non ancora avvenuto con tutti i sospettati già sulla scena, stereotipi di mezze bugie e fasulle identità ricoperti di pelli e pistole confacenti al setting interno ed esterno l’emporio di cui si dividono gli spazi e le alleanze. Non sbaglia il regista a citare Agatha Christie, sostituendo però ai dieci piccoli indiani otto pistoleri che si scrutano di sottecchi, muovendosi in una dimensione che per spazi e monologhi richiama molto da vicino il teatrale (un Carnage in cui la carneficina si fa molto attendere, ma alla fine non è solo metaforica). 

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Grazie alla scheggia impazzita  Samuel L. Jackson (una cui meritata nomination avrebbe risparmiato molti grattacapi all’Academy), partita a razzo dalla roboante sparatoria finale di Django e conficcatasi qui, il film finisce per diventare un’opera estremamente politica  e attuale come mai nessun altro dei film del regista. Un passaggio che pare per larga parte involontario, a cui è cresciuta attorno un’America che ha caricato di ulteriore forza allegorica una scena visivamente già potentissima e la solita raffica di “n word” che vola da una parte all’altra del cast. Non sono poi altrettanto entusiasta di Jennifer Jason Leigh, non per la perfomance ineccepibile dell’attrice (che però ho preferito in Anomalisa), bensì per la solita zona grigia in cui vanno a cacciarsi la totalità dei personaggi femminili tarantiniani, che quando rischiano di risultare davvero interessanti, finiscono per diventare stronze apocalittiche o essere in qualche modo incatenate (in questo caso letteralmente) alla controparte maschile del film. Sincera a costo di farmi linciare: a questo punto preferisco quando se le gode con grande sincerità con ammalianti oggetti sessuali, piedi e rotolino sulla pancia irresistibili.

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Nel mio personale rapporto con Tarantino c’è un prima e un dopo, una sottile linea di demarcazione che divide film scritti per se stesso e film scritti per il pubblico. I primi sono terribilmente egoisti ma hanno una carica sconosciuta anche ai migliori della seconda categorie, quella cronologicamente più recente, a cui concedo meno volentieri le lodi al genio del regista. A livello di critica e pubblico, The Hateful Eight è stato a dir poco divisivo. Nella mia immaginazione il primo Tarantino non sarebbe mai riuscito a star seduto due ore e quaranta a far parlare e sproloquiare tanto, tantissimo (talvolta troppo) i suoi personaggi in attesa di farli passare all’azione ma soprattutto non sarebbe stato così dannatamente prevedibile (colpa anche un po’ dei titoli di testa), che è un po’ il limite, la fin troppo coerente e prevedibile risoluzione di questo film.
Questo però è un gioco, uno di quelli divertenti perché il suo ideatore si diverte a fare cinema tanto quanto noi a vederlo, perciò bisogna giocare dentro la sua lega, con le sue regole. Bene, se lo chiedete a me, tra i migliori della seconda categoria (un Tarantino ormai maturo e consapevole del suo pubblico e del presente), ancora lontano da Bastardi Senza Gloria (l’unico del secondo gruppo che amo quanto quelli del primo) ma decisamente migliore di Django Unchained, che a distanza di qualche anno mi lascia fredda, distaccata come i paesaggi del Wyoming.

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