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hailcaesarQualcuno nella direzione della Berlinale ha deciso di graziare il pubblico e la critica almeno all’apertura: quest’anno infatti il festival cinematografico notoriamente più PESO del mondo apre con una nota decisamente frizzante, che segna il ritorno alla commedia degli inossidabili fratelli Coen. Certo, probabilmente la scelta di Hail, Caesar! come film di apertura della 66esima edizione della Berlinale è stata dettata dal fatto che con il suo cast stellare (una parata infinita di star hollywoodiane, dai protagonisti fino a decine di cammei eccellenti) consentirà una buona copertura stampa per un festival meno glamour dei concorrenti europei, ma quello che conta è che, nonostante il box office impietoso in patria e una critica divisa, Ave, Cesare! è il primo film sopra le righe e sopra la media del 2016.

Il primo, ottimo segnale dalla proiezione di Ave, Cesare! è che si è riso parecchio in sala. Il secondo è che non so nemmeno bene da dove cominciare a parlarne perché di cose da dire su questo omaggio dei Coen al mondo degli studios e della vecchia Hollywood ne avrei davvero tante, segno che la leggerezza dei toni non equivale mai alla superficialità. Anzi, la consumata abilità dei Coen gli permette di scaldare il cuore del pubblico con una storia di amoralità e cinismo disperante, quella di Eddie Mannix, storico “sistematore” (fixer) di produzioni e scandali fuori dal set per gli studios. Una figura reale rielaborata in chiave noir e romantica il cui amore per il meccanismo folle, cinico e baro che contribuisce giorno dopo giorno a oliare salva il film dall’essere un ritratto feroce Wilder di una Hollywood macchina di bugie e autoinganni in chiave di sogni scintillanti.
Pur non risparmiando nessuno – ragazzoni bovari tagliati a forza nel ruolo di attori, fixer vari che fanno da babysitter a improbabili star, giornaliste da blandire e persino una cricca di sceneggiatori comunisti pronti a rendere gli Stati Uniti socialisti per via subliminale – i Coen non condannano nemmeno, né indulgono in nostalgia e sentimentalismi. Ave, Cesare! non prende nessuna di queste scorciatoie e diventa una commedia wilderiana con frequenti tocchi coeniani su vizi e virtù della vecchia Hollywood, prendendo in prestito i volti della nuova.

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Difficile fare un sunto esaustivo dell’imponente cast coinvolto dai Coen, nomi famosissimi che si prestano volentieri anche ad apparizioni fulminanti, perciò mi limito a qualche veloce considerazione veloce e disordinata: Channing Tatum è il nuovo amore di Hollywood (ok che nell’ultimo anno è cresciuto, ma non tanto da giustificare questa escalation) e a me piace pensare che di fondo sia un ragazzone dall’indole simile a quella di del cowboy Hobie Doyle (sostituite il cavallo con la danza e ditemi secondo voi di quanto mi sbaglio), interpretato dall’unica faccia davvero nuova di questo film, tale Alden Ehrenreich che trasforma la parte in una performance pazzesca, tanto che il dubbio è che ci toccherà imparare presto a pronunciare il suo cognome. Ralph Fiennes che in chiave comica torna a confermarsi eccezionale, così come la coeniana Frances McDormand, protagonista in sala di montaggio con una delle poche Moviola sopravvissute della scena più geniale e fulminante del film, senza dimenticarsi di Tilda Swinton, che insieme a una Scarlett Johansson risplende nei costumi di Mary Zophres. Quello che sorprende di questo film è la straordinaria disponibilità dei protagonisti di lasciar sfruttare il proprio vissuto, vero o presunto, per inserire un livello meta che colpisce la Hollywood di oggi: Scarlett Johansson è la bomba mozzafiato bionda a cui si permette per qualche minuto di tornare ad essere una lavoratrice come tante, George Clooney fa ai Coen il regalo più grande prestandosi con grande autoironia per “Sulle ali dell’aquila”.

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Insomma, il livello di godimento del film cresce esponenzialmente alla vostra conoscenza del vissuto extra cinematografico della Hollywood di oggi e di ieri, perché le situazioni più paradossali del film finiscono per essere i momenti in cui il film descrive più accuratamente la vita all’ombra dei teatri di posa (la parte sull’adozione viene dritta dritta da una soluzione che il vero Mannix trovò per Loretta Young , la McDormand omaggia chiaramente la mitica figura della montatrice C.C. Calhoun). Oppure fatevi un giro su wikipedia e scoprite il resto.

Parlando di luci e ombre, miei affezionati lettori, credo stiate aspettando il momento in cui tiro fuori Roger Deakins. Che dire, pur in maniera meno smaccata delle sue prove più recenti, ci sono un paio di momenti (il risveglio sulla sedia sdraio di Clooney, la camminata solitaria mattutina di Brolin tra i teatri di posa) in cui la poesia sta tutta nella luce filtrata da Deakins, che tra l’altro per i Coen continua a lavorare su pellicola, nonostante l’infrastruttura stia crollando e si sia ritrovato a dover fare i conti non solo con l’impossibilità di vedere immediatamente il girato come nel digitale, ma anche con ritardi e problemi di stock. Pare che i fratelli Coen siano molto dibattuti e forse pronti al salto epocale al digitale; il loro storico fotografo ha una professionalità tale da potergli rispondere che se vogliono, lui glielo gira anche con un cellulare. #TeamDeakins per la vita, dannazione. Qui tra l’altro ha finito per fare anche il camera operator in alcune scene chiave, come quella del lungo numero musicale di Channing Tatum: non fatevi distrarre da COLLO che canta, perché sennò vi perderete la maestria di una scena in cui il movimento continua a passare dalla prospettiva del pubblico a quella del teatro di posa.
La fotografia qui fa un lavoro enorme, ricreando i toni pastello e i filtri posticci che più di tanti dialoghi rendono Clooney protagonista del rip off palese di Ben Hur, l’estrema, posticcia definizione cromatica che fa il paio con la sincronia dei film acquatici per un lungometraggio di generi nati e morti nella vecchia Hollywood. In maniera più sottile, frenetica e efficace, la luce di Deakins qui segna il continuo passaggio tra visuale del pubblico e quella dello studio di posa, favorendo il passaggio tra i livelli meta di un film la cui maestria appaia solo per l’amore dell’enorme numero di persone coinvolte in questa serenata alla vecchia signora, la Hollywood delle meraviglie.

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Lo vado a vedere? Badate, Hail, Caesar! non è piaciuto a molti e ad alcuni è proprio parso una schifezza. Personalmente l’ho trovato adorabile come sanno esserlo i film sull’amore per il cinema, quello che finisce sullo schermo in primo piano, le parti ignorate sullo sfondo e perfino quello che rimane sul pavimento della sala di montaggio. Dopo l’iniezione di pessimismo esistenzialista di A proposito di Davis, ci sta tutta questa commedia leggera ma davvero mai superficiale, che trova nell’amore per questo mondo l’antidoto al mare magnum amorale e cinico in cui nuotava anche negli anni dorati della vecchia Hollywood. Certo, a parecchi non è piaciuto. Forse gli stessi che l’ultima volta definirono A proposito di Davis un film minore dei Coen, che da un paio di anni è diventato il mio aneddoto-perifrasi per un poco democratico “non capire un cazzo”.
Ci shippo qualcuno? *suoni ultrasonici da adolescente giapponese* cuoricini e spoiler, quindi mi limito a suoni inarticolati di ammmmore.

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