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zoolander_2Non c’è concetto più precario di fine nella Hollywood attuale. The End è un nonsense, un errore di sistema facilmente aggirabile a suon di reboot, sequel, prequel e qualsiasi altra operazione post mortem possa riportare in vita un progetto capace di capitalizzare la propria fama.
Quella di Zoolander è stata un’operazione di lungo corso, perché quando uscì nell’ormai lontano 2001 forse era troppo demenziale o troppo all’avanguardia per fare immediatamente presa su una cultura pop globale e digitale in via di formazione. Quindici anni dopo però anche chi non ne aveva intuito il potenziale ha dovuto ricredersi e Ben Stiller ha deciso che era arrivato il momento d’incassare i crediti accumulati nei 15 anni che hanno reso la sua opera stramba una pellicola di culto.

L’operazione Zoolander No 2 viene condotta esattamente così, come un’opera di riscossione. Difficile parlare di qualcosa di diverso a un ritorno a territori già battuti, alla ricerca di uno sfruttamento che in una prima fase non era stato possibile, perché lo status diffuso di bello bello in modo assurdo il film lo ha acquisito solo dopo anni.
Può suonare un po’ ironico dire che il sequel di Zoolander manca di trama e d’idee, visto il precedente esilissimo, ma è esattamente così. Insomma, cazzari lo si può essere in scioltezza (e in pigrizia), ma esserlo in maniera geniale e iconica è tutto un altro paio di maniche.

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Forse è la sua stessa fama che spinge i creatori nella trappola noiosa del più grande e più aggiornato, ripercorrendo le medesime tappe con Derek e Hansel, ricordandosi qua e là di dare una sfumatura vagamente più adulta ai personaggi, intercambiando vecchie e nuove bellissime fiamme (con una risibile e ridicola Penélope Cruz, di cui purtroppo viene sfruttato solo il corpo mozzafiato) e introducendo personaggi identici, solo fisicamente e metaforicamente appesantiti rispetto all’originale.

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La crisi spirituale di Derek e l’immaturità di Hansel, se maggiormente indagate, potevano dare vita a qualcosa di innovativo e antologico come il primo film? Forse, ma che bisogno c’è di impegnarsi quando la scommessa l’hai già vinta con il primo film e il mondo della moda che deridevi, notoriamente parco di autoironia, si inchina ai tuoi piedi ed è pronto a celebrarti (e, alla fine, a inglobarti nel suo vortice)? Il film lo si mette presto in piedi quando si può sfruttare una chilometrica lista di cammei: da Justin Bieber a Benedict Cumberbatch, da Neil deGrasse Tyson all’interno gotha del mondo della moda, disposto ad apparire ancora più settario e messianico di quanto già non sia.

Lo vado a vedere? Vi si pone il classico dilemma: la voglia di riunirsi a personaggi tanto amati è alta, ma anche la possibilità di rimanere delusi da una reunion che sul momento fa ridere e stupire per portata di presenze e tormentoni, ma si rivela dopo un’attimo vuota. Esattamente il contrario del primo film, che ci ha messo 15 anni ma ha capitalizzato quanto celato dietro la vuota demenzialità di facciata.
Ci shippo qualcuno? Oltre l’ovvio bromance tra Hansel e Derek, accentuato dalla pretestuosità grottesca dei personaggi femminili, occhio a Benedict Cumberbatch versione vampiro pansessuale.

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C’è anche un po’ d’Italia? Vede la foto qua sopra con i protagonisti versione tricolore? Ecco, qui c’è a malapena un po’ di non Italia, decretando dopo SPECTRE e U.N.C.L.E. (per citare solo i più recenti) il ritorno glamour cinematografico di una Roma in realtà in piena crisi identitaria. Un plauso per aver scartato le location più ovvie, concentrandosi per esempio sull’inedito ma assolutamente bello bello in modo assurdo palazzo dell’EUR, rivisto in chiave Donatella Versace.

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