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caliban3Pare quasi una serie televisiva con lento andamento orizzontale, questo Caliban’s War, secondo volume della saga di The Expanse, appena arrivato in Italia e nel frattempo sbarcato con alterne fortune anche sul piccolo schermo sul canale SyFy. Fatto singolare e non troppo rassicuramente che il secondo volume di una serie che promette di durare ancora a lungo (il sesto volume, Babylon’s Ashes, è atteso per il 2016) si svolga a partire dallo stesso incipit – scompare una persona di sesso femminile – e coinvolga l’equipaggio della Rocinante con il medesimo ruolo di ricerca e salvataggio.
Fortunatamente però il duo dietro allo pseudonimo di James S.A.Corey dimostra di essere attento alle voci e alla critiche del proprio fandom, presentando un sequel che, al fianco di perplessità, dimostra di aver tamponato le debolezze del primo.

Attenzione – la recensione a seguire è per quanto possibile spoiler free ma può contenere anticipazioni importanti dal primo volume e dalla prima stagione della serie tv. Paura degli spoiler? Date un’occhiata alla recensione spoiler free del primo volume.

It’s a simple complex system. That’s the technical name for it. Because it’s simple, it’s prone to cascades, and because it’s complex, you can’t predict what’s going to fail. Or how. It’s computationally impossible.

Una bambina malata viene rapita mentre su Ganimede, importantissimo centro di produzione alimentare per i pianeti interni e ancor di più per la sopravvivenza degli abitanti dell’APE (alleanza dei pianeti esterni, le varie stazioni oltre la fascia di Marte), mentre sul pianeta appare una creatura mostruosa frutto della protomolecola, che fa a pezzi il contingente di sicurezza a guardia delle serre prima di esplodere. Caliban la guerra si apre con una nuova, spaventosa minaccia agli equilibri diplomatici tra pianeti esterni e interni, dopo la sostanziale rottura dell’asse Terra-Marte avvenuto in Leviathan Wakes, innescato da una escalation politica e militare simile.

Proprio quanto successo dalla prima apparizione della protomolecola nel sistema solare segna però una sostanziale differenza: se da un lato infatti assistiamo ancora alla preoccupante miopia decisionale che segue quello che si configura da subito come un grave tentativo di destabilizzare la già precaria situazione diplomatica tra i tre contendenti umani del sistema solare (Terra, Marte e APE), dall’altra la presenza della protomolecola che continua un ciclo instancabile e inspiegabile d’evoluzione sul pianeta Venere non può essere ignorata nemmeno da quanti vorrebbero attaccare i rivali umani per poi fronteggiare un elemento alieno così altro e così sviluppato da sconfinare nel campo del divino, che persegue i suoi misteriosi obiettivi alla luce del Sole, sotto lo sguardo attonito e inerme dell’intero sistema solare.

“Every empire grow until its reach exceeds its grasp”

Continua quindi sottotraccia il quesito attorno a cui verte l’intera saga: l‘umanità colta nel suo momento di espansione oltre i confini del sistema solare è all’alba di una nuova era o al crepuscolo della sua stessa estinzione, autoindotta per l’incapacità di fare fronte comune alla prima minaccia aliena? I limiti dell’impero umano sono quelli del sistema solare? Il fatto che le modifiche morfologiche degli abitanti della Fascia e ancor di più quelle ideologiche e utilitaristiche di terrestri e marziani abbiano spaccato il fronte in tre al posto di unirlo non sembrano essere una risposta rassicurante, anzi, confermano semmai che gli esseri umani sono propensi a fare causa comune solo se sono confinati sullo stesso pianeta o nella stessa stazione spaziale.
Esiste poi un quarto polo, ancora più preoccupante: quello di quanti nell’ombra continuano a servirsi della protomolecola seconda una tabella di marcia da lungo tempo pianificata per portare il caos o lanciare messaggi politici, nonostante la Protogen fosse stata debellata nel volume precedente. Quest’ultimo filone è particolarmente interessante perché in un’epoca di superamento del potere politico e statale a favore di quello finanziario di mastodontici poli economici multinazionali trasporta questa svolta storica anche nello spazio narrativo fantascientifico. Un piano così subdolo e incurante delle vite altrui che dopo due attacchi non è ancora chiaro quale sia esattamente lo scopo di chi ha questi interessi e se l’estinzione del genere umano sia stata contemplata tra i possibili effetti collaterali.

calibanLa scelta vincente di James S. A. Corey è quella di allargare il raggio d’azione e l’ambizione del romanzo introducendo finalmente due personaggi che incarnino la voce dei pianeti interni. Bobbie, una marine marziana sopravvissuta al mostro di Ganimede e soprattutto Avarsala, politica di lungo corso terrestre, permettono al romanzo di entrare nelle dinamiche politiche tra le tre fazioni non più da spettatori esterni sulla Rocinante ma da protagonisti al tavolo delle trattative. Ancor di più, forniscono un’essenziale punto di vista sui due pianeti e permettono di capire le profonde differenze ideologiche e culturali dietro a una disparità fino ad allora declamata solo su piano nominale e da punti di vista terzi. In particolare Bobbie permette di comprendere l’unicità di Marte, pianeta interno dove però la sopravvivenza non è più un fatto naturale ma frutto dello sforzo dell’intera collettività in quella che è la prima terraformazione di sempree e quanto questo renda la terra un luogo unico e a tratti miracoloso, ma anche distorto a fini di propaganda tra il suo popolo. Sorprende quanto poco Bobbie in effetti comprenda e conosca la Terra, prima di metterci piede.
Il fatto che questi due nuovi personaggi (velocemente promossi a protagonisti della saga insieme all’equipaggio della Rocinante) siano entrambe donne anticonvenzionali e lontane dallo stereotipo della bella e impossibilmente intelligente che purtroppo continua ad essere Naomi mette finalmente fine a una grande disparità di cui soffriva il primo volume. Certo, forse su Avarsala si potrebbe andare un po’ oltre il linguaggio scurrile e la volontà di ferro, però con il suo fisico imponente e polinesiano e la sua disciplina militare non carente di umanità Bobbie rimane un ottimo acquisto.

Passiamo alle note dolenti, che purtroppo abbondano. Punto primo: se da una parte la ripetizione della struttura del primo volume permette all’universo The Expanse di espandersi ulteriormente senza perdere il controllo, Caliban finisce per risultare troppo simile al predecessore e, quel che è peggio, tremendamente prevedibile nei suoi colpi di scena (oltre a quelli riguardanti le macchinazioni politiche, più volte mi sono chiesta se non si sarebbe verificato quanto poi puntualmente successo con quel finale sorpresona che è assolutamente una carognata che ci si poteva tranquillamente risparmiare).

Punto secondo: non vedo l’ora che qualcuno mi venga a tirare il solito sermone su quanto la fantascienza di penna femminile sia indebolita dallo stressare il lato psicologico per rimpallargli l’accusa con tutto lo struggimento sentimentale tardo adolescenziale di cui Holden non esita a renderci partecipi a metà romanzo. Lodevole l’iniziativa di farlo crescere attraverso quello che pare essere un disordine psicologico post-traumatico, peccato che la risoluzione oltremodo semplicistica vanifichi lo sforzo. Per fortuna non sono mancati i momenti in cui potevo inveire ad alta voce (anche in luoghi pubblici) per il suo essere un autentico coglione. Altra nota un filo stereotipata, il background di Amos (in attesa di quello tutt’ora inesistente di Naomi, che continua ad essere un love interest privo di conflittualità). In generale invece ho apprezzato come venga introdotta gradualmente una soluzione di comodo tutto sommato soddisfacente per mantenere al centro della scena l’equipaggio della Rocinante.

Punto terzo (un po’ spoiler): il pulsante di autodistruzione e la vittima sacrificale a portata di mano. Ma soprattutto il pulsante di autodistruzione. Io non lo accetto. Capisco il bisogno fisiologico, data la destinazione commerciale, delle parentesi action e horror in claustrofobiche astronavi infettate dalla protomolecola, ma che risoluzione sciatta. E dire che i due combattimenti di Bobbie invece erano perfetti per gestione della tensione ed elemento tattico.

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Lo leggo? Come Ganimede nella prima citazione, la saga di The Expanse si conferma essere un sistema semplice complesso, in cui una miriade di variabili rendono difficile capire se il prossimo volume sarà migliore o peggiore senza averlo letto. Lo stesso Caliban La Guerra non perde il controllo della situazione allargando il suo raggio d’azione e il numero dei personaggi e anzi migliora qualche debolezza del primo volume, salvo poi scivolare terribilmente sul finale e cominciando già a consumare una gestione della narrazione verticale dei singoli volumi che, per una saga tanto lunga, non può che essere un segnale preoccupante. Aggiungiamo poi l’arrivo della serie tv e il quadro non potrebbe essere più complesso. Personalmente credo continuerò a utilizzare i volumi della saga per colmare la mia saltuaria voglia di space opera improvvisa, moderna e non troppo impegnativa. La mia speranza è che nei prossimi volumi ci si concentri sempre di più, come da titolo e da citazione shakesperiana sulla guerra di Calibano, il rapporto ambiguo tra protomolecola e umanità, perché sul lungo periodo per una saga con così poca dimestichezza nel gestire personaggi complessi e sfaccettati, sarà quella la chiave per uscirne vincitori o sconfitti.
Ci shippo qualcuno? Me stessa e l’antipatia che Avarsala prova per Holden.

L’edizione italiana, tradotta da Stefano A. Cresti, è a cura di Fanucci, che mi ha inviato una copia del libro a titolo gratuito in cambio di una mia onesta recensione, che avete appena letto.

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