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berlinale66_3Si è chiusa con una fiammata tricolore l’edizione numero 66 della Berlinale, dove è regnata fino all’ultimo la mestizia. Pur rimanendo la kermesse cinematografica più estesa al mondo per numero di film coinvolti in concorso (che quasi mai si rivela la branca più forte), sezione Panorama, sezioncine minori e angolo di compravendita di diritti e pellicole, quest’anno dopo Ave, Cesare! dei Coen (che comunque non ha entusiasmato tutti, stolti!) è stato il gelo, il silenzio, l’irrilevanza.
In particolare la pattuglia statunitense era così misera che nemmeno col glamour è riuscita ad entrare nel post successivo, più che mai necessario (quanto avrei voluto trovare io un sunto così, che non elencasse i film più attesi prima dell’inizio della Kermesse, quando buona parte di loro si sono rivelati inenarrabili ciofeche).
Dopo lo strepitoso successo di 45 anni e una selezione che nel 2015 si è dimostrata in grado di approdare nei nostri cinema e nelle classifiche di fine anno, stavolta come l’orso in locandina conviene poggiare il sedere a terra e gettare uno sguardo sconsolato sullo skyline di Berlino e chiedersi “ok i film PESO, Berlinale, ma perché tutta questa robetta?“.

A seguire riassunto e pararecensione (che ancora nessuno si è deciso a mandarmi in quel di Berlino a vedere e recensire per davvero il PESO del primo festival dell’anno, perciò mi devo muovere per sentito dire) (pratica non del tutto sconosciuta anche per chi a Berlino poi c’è stato, ma questa è un’altra storia) di tutti i vincitori e di un paio di esclusi che si sono fatti notare. L’obiettivo è come sempre uscirne con un’ampia (e quest’anno desolante) panoramica su quello che è stata questa Berlinale 66. Spesso ci azzecco, talvolta prendo delle cantonate micidiali…staremo a vedere.

Nelle puntate precedenti: Berlinale 65Berlinale 64

zerodaysNascita, sviluppo e diffusione incontrollata di Stuxnet, arma informatica sviluppata dall’NSA per sabotare strutture iraniane, scoperto dai bielorussi e portato alla luce da Edward Snowden, solo dopo che sfuggisse al controllo dei suoi creatori e infettasse un target ben più ampio del previsto. 
Il documentarista che non ha vinto l’Orso d’Oro ma che ha presentato il documentario che ha raccolto il maggior plauso è stato Alex Gibney che tributa alla vicenda Snowden forse il miglior contributo visivo ad oggi, mentre il già flebile ricordo di The Fifth Estate sbiadisce dalle nostre menti. Portare a casa definizioni come “thriller angosciante” e “tensione e verità” con due ore di precisa ricostruzione storica di una tematica tanto attuale quanto tecnica denota un certo talento. Non solo in fase di montaggio, riuscendo a creare un crescendo via via più inquietante per lo spettatore, ma anche per la capacità di parlare con tutti i protagonisti, anche quelli che ai tempi della vicenda stavano agli alti livelli. Sulla carta non l’avrei degnato di una seconda occhiata, ma alla luce della fiacchezza di quest’annata, un pensierino che lo faccio anche.

17anniIn un tranquillo paesino montano, Damien e Thomas sono compagni di classe, diciassettenni e avviluppati da un rapporto pieno di tensioni e scontri che, quando si ritroveranno a vivere insieme, coronerà con il momento di angst omoerotica adolescenziale di questa Berlinale. 
A un film con questa sinossi e questo responso critico io posso perdonare persino l’orrore (si spera provvisorio) a lato. Ancora una volta è un plusettantenne, lo svizzero André Téchiné, a tirare fuori dal cappello il film più vibrante e giovanile di una kermesse spesso all’insegna della senilità più sfrenata. Lo voglio vedere? Tantissimo. E non solo perché lo scatto più bello dell’intero ciclo dei phocall è quello qua sotto, (più o meno) no. È che da questo film nessuno o quasi si aspettava niente e invece, complice una veterana dell’aura adolescenziale al cinema come la sceneggiatrice e regista Céline Sciamma (Tomboy, Girlhood), la scrittura di questo film è diventata una delle poche a salvare un’annata tanto, tanto sciapa.

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berlinale_crosscurrentGao Chun attraversa l’immaginario straniante, onirico e poetico del Fiume Azzurro a bordo della sua piccola imbarcazione, mentre cerca di liberare l’anima del padre defunto e trovare l’amore della sua vita, continuando ad imbattersi in diversa incarnazioni della medesima donna. 
Quando arriva il film che fai decisamente fatica a capire un barlume di trama atto a buttar giù due righe di sunto, allora sei probabilmente di fronte alla pellicola poetica, allegorica, tutta fotografia strabiliante e zero storia di un qualche senso concreto. Qui siamo decisamente da queste parti e probabilmente una certa percentuale dei 116 minuti di durata è investita (sprecata?) in visioni estetizzanti che non fanno bene all’economia del film. In realtà non se ne è parlato poi così male (anzi, era uno dei favoriti ai premi di un certo peso, anche se più per favorire una presenza extraeuropea nel filotto dei vincitori che per unanime convinzione) ma per capire quanto il delirio estetico sfugga di mano bisognerebbe proprio vederlo. Intanto si è portato a casa il premio più enigmatico della rassegna, Orso d’argento per il miglior contributo artistico.

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Dopo l’euforia seguita alla conquista dell’indipendenza, la Polonia del 1990 si risveglia dall’ebrezza per riscoprirsi uno stato giovanissimo dove però il cambiamento sociale stenta a seguire quello politico. Quattro donne vedono così svanire i loro sogni di cambiamento e rimangono deluse e ancorate alle loro solitaria realtà quotidiana. 
United States of Love è il primo film di un quasi esordiente sbarcato in una kermesse che di solito non porta fama e fortuna ai suoi giovani talenti, almeno non nelle sezioni principali. È un film di una fighetteria e un autocompiacimento rari in questa kermesse, etichette onestamente rivendicate già da una delle locandine più belle viste in questi giorni (senza contare poi la parvenza da versione modello polacco del regista, che pare la versione giovane e fashionista di J.J. Abrams). Complice un’annata molto debole e un film dalla confenzione curatissima – la tag “fotografia leccatissima” con questi colori desaturati e pastello è d’obbligo – zitto zitto Tomasz Wasilewski si porta a casa l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura, sbaragliando una concorrenza che, di fatto, quasi non c’è. Forse nella ricostruzione storica ma incapace di condurre il suo film nei momenti più forti e sopra le righe nel narrare le solitudine femminili che sono al centro della storia. Non tutti i festival possono avere il loro Xavier Dolan, insomma.

Tomasz Wasilewski

Tomasz Wasilewski

berlinale_hediNella Tunisia contemporanea, Hedi è un giovane come tanti, costretto a incasellarsi in un matrimonio, indeciso sul proprio futuro e sui suoi sentimenti, forse impaurito dal reclamare la sua libertà. A un giorno dalle nozze però potrebbe arrivare l’incontro con una donna che gli darà il coraggio di alzare la voce…
Doppietta opera prima e Orso d’argento per il miglior attore (e Majd Mastoura è più che fortunato a capitare in un’annata arida di interpretazioni maschili di spessore) per l’unico film capace di generare un minimo di sorpresa in una tornata di vittorie già ampiamente predette. Il verdetto sul film è stato piuttosto eterogeneo e a fronte di questa doppia vittoria in parecchi hanno storto il naso. Ultimamente ho visto un manipolo di film mediorientali interessanti e soprattutto capaci di frantumare quella concezione monolitica che spesso in Occidente si ha dell’Islamismo, perciò dopo Much Loved e Mustang io una chance gliela darei anche.

berlinale Majd Mastoura

berlinale_kollektivetAll’indomani degli sconvolgimenti sociali del ’68 e sull’onda dell’entusiasmo per la libertà acquisita, un docente universitario e una conduttrice di tg fondano una comune vicino a Copenhagen. L’esperimento funziona meglio del previsto, almeno finché Erik si prende una scuffia per una giovane piacente e la porta all’intero della comunità, scatenando il finimondo. 
Kollektivet di Thomas Vinterberg è una delle delusioni più cocenti per la sottoscritta. Non che il responso critico sul film sia negativo (la sufficienza la strappa un po’ ovunque, pur senza entusiasmare) ma fa davvero male avere una seconda prova dopo lo sciapo Via dalla pazza folla che la mente dietro il maestoso Il sospetto possa in quel caso essere incappato in un gigantesco momento sì, che a quanto pare non replicherà presto. Nel parco limitato di attori danesi che a suon di nomination all’Oscar dei poveri aka film in lingua straniera abbiamo imparato a più o meno (ri)conoscere, pare che Trine Dyrholm (A Royal Affair) si sia particolarmente distinta, fino a portarsi a casa l’Orso d’argento per la miglior attrice, vincendo il testa a testa con un monumento vivente come Isabelle Huppert, protagonista e salvatrice morale del prossimo film.

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berlinale_avenirUn’insegnante di liceo viene mollata dal marito dopo 25 anni di matrimonio e trova conforto nella relazione amicale stramba ma vincente con un ex studente divenuto scrittore e con la madre malata. 
Mia Hansen-Løve
è al contempo una prezzemolina dei festival europei e del Sundance (con cui collabora da tempo), una delle poche registe ad entrare nel circuito festivaliero e a garantire una sparutissima quota rosa (spesso più risicata di una foglia di fico) e un nome capace di portarsi a casa l’Orso d’Argento per la regia con un film discreto ma non il suo migliore in carriera, posto che probabilmente il suo exploit è ancora di là da venire (il che è accettabile per chi ha all’attivo appena cinque lungometraggi). L’avenir di Mia Hansen-Løve è un oggetto stranamente prevedibile, su cui inizialmente si è sorvolato nella speranza arrivasse di meglio e poi si è tornati quanto ci si è resi conto che la vaga noia francese ma comunque personale e solida made in Hansen-Løve era forse il compromesso migliore tra sperimentazione estrema e grandi nomi che hanno deluso.

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death in sarajevo2014. Omer è il direttore di un albergo a Sarajevo impegnato nel difficile compito di bilanciare bisogni e permanenze di un variegato manipolo di ospiti dell’hotel mentre in città si svolge un convegno di diplomatici a ricordo del drammatico assassinio che cent’anni prima scatenò il primo conflitto mondiale. 
Finalmente, eccolo, il film PESO, una tonnellata sul cuore, un macigno sui sensi dello spettatore, tratto dalla piece teatrale Hotel Europa di Bernard-Henri Lévy (appunto), Death in Sarajevo è la mattonata micidiale che la vittoria di Rosi ha diviso dal suo naturale coronamento, film più PESO, premio più di peso. D’altronde Danis Tanović è una garanzia: ancora ricordo l’urlo di dolore di quanti si sottoposero a Un episodio nella vita di un raccoglitore di ferro (che vinse il medesimo premio!), una visione risultata di una pesantezza devastante per i più, esclusi quanti si esaltano ad essere annientati psicologicamente purché si tratti di un film politico e girato con un certo compiacimento, presente risponde Death in Sarajevo.
Questa ultima fatica tuttavia pare ben più digeribile in qualità di mesto ritratto della morte della nuova Europa, sull’orlo del baratro come la vecchia, che proprio a Sarajevo ricevette il suo colpo di grazia. Colpo ben assestato: gran premio della giuria.
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lullabyAndrés Bonifacio y de Castro è morto, ma è la fonte d’ispirazione ed emulazione per un intero popolo, quello che nelle filippine lotta per la sua indipendenza. 
485 minuti. quattrocentoottantacinque minuti, che fa otto ore e spicci. L’apoteosi del PESO e della sperimentalità che veramente, solo a Berlino, in bianco e nero e fotografia iper-raffinata, sequenze monumentali e una durata che non lascia scampo nemmeno alle vesciche più allenate.
Lav Diaz è di certo uno dei vincitori dell’edizione, ben più di quanto il suo Premio Alfred Bauer potrebbe fare sospettare. Certo, la durata campeggia all’inizio di ogni articolo dedicato ad A Lullaby to the Sorrowful Mystery, ma il fatto che i suddetti siano stati tanti e generalmente positivi, nonostante questo dato, la dice lunga sulla qualità del girato. Certo, rimane sempre da chiedersi se si fosse messa da parte l’avanguardia per un formato più consono e commerciabile cosa sarebbe potuto venire fuori…magari un Orso d’Oro?

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fuocoammare locandinaIl dramma dei migranti catturato dal decennale approdo nel mezzo del Mediterraneo, Lampedusa. Colta nell’inedita e apocalittica luce d’inverno, Lampedusa è casa di un medico impegnato nei soccorsi dei disperati naufraghi e di un bimbo che cresce nel cuore meridionale di un’Europa indifferente, allevato nell’umanità di un’isola che accoglie tutto ciò che viene dal mare. 
Al di là di tutto questa vittoria è la vendetta servita fredda e quindi più dolce possibile per Gianfranco Rosi, regista documentarista italiano sbeffeggiato dalla stampa di mezzo mondo quando strappò il leone d’oro con Sacro GRA nell’edizione bertolucciana del Festival di Venezia. Fuocoammare si è imposto sin dai primi giorni come uno degli assoluti favoriti (e non solo per Rai Cinema e la stampa italiana, veniva dato per vincitore anche da Variety e soci) e ha fatto una tale incetta di premi tra pubblico e giuria di Meryl Streep che continuare a parlare di favoritismi comincia ad essere anacronistico. Tuttavia è innegabile che un’annata molto debole e un tema molto attuale abbiano indubbiamente aiutato Rosi ad aiutarsi, senza nulla toglie al suo film dalla bellezza visiva severa e imponente e dall’umanità dolente, ma che in molti sostengono si fermi lì, senza porre vere domande e soprattutto senza dare risposte. Detto questo, due dati oggettivi: è il primo, fortissimo c’è anche un po’ d’Italia del 2016 ed è una una bandiera bianca su cui non spareremmo mai in rispetto e onore di Vincenzo Mollica, tuttavia la voglia di andarlo a vedere da queste parti si attesta a zero, senza offesa Meryl.

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