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anomalisa_3copiaPur essendosi aperta all’insegna del messaggio di una kermesse nuova, in grado di identificare nuovi talenti e fungere da trampolino di lancio per i filoni cinematografici più sperimentali, Venezia 72 si è rivelata una rassegna non particolarmente brillante in entrambe le direzioni, con l’unica, enorme eccezione costituita da Anomalisa.
Lungometraggio animato in stop-motion con per protagonisti dei pupazzi dalle proporzioni adulte e realistiche, il film più umano dell’anno esplora nuove strade sin dalla sua produzione, finanziata attraverso una campagna kickstarter per consentire al talentuoso sceneggiatore e coregista Charlie Kaufman di esprimere in completa libertà la sua vena esistenziale e straniante senza i limiti comprensibili di una casa di produzione alle spalle preoccupata di mettere un limite al livello di “stranezza” raggiungibile dalle sue storie (Synecdoche, New York, Se mi lasci ti cancello, Essere John Malkovich).
Non è semplice parlare di Anomalisa con cognizione di causa dopo una singola visione, perché si tratta del classico, raro film che coniuga un’alta complessità di tematiche e linguaggi (umani e cinematografici) con una storia emotivamente a così alto voltaggio da rendere difficile bilanciare la spanna di attenzione disponibile tra l’attenzione della mente e il trasporto dell’anima.
Questo perché Kaufman, giunto ad assaporare per la prima volta una libertà espressiva quasi assoluta, sceglie saggiamente una forma espressiva (pupazzi in stop motion) che richiede una pianificazione estrema, che pone limiti severissimi sia alle possibilità concrete di realizzazione sia a quelle d’improvvisazione.

Infatti se da una parte l’utilizzo dei pupazzi consente di descrivere in maniera visiva nevrosi e psicosi del protagonista difficilmente gestibili con un cast in carne e ossa, dall’altra Charlie Kaufman non ha modo di abbandonarsi all’improvvisazione degli attori e quindi sintetizza la profonda complessità della storia e dei suoi messaggi in una forma tra le più semplici e lineari viste tra le sue opere, stratificando scena dopo scena i responsi più superficiali alle riflessioni via via più allusive e nascoste che, appunto, durante una prima visione sarà difficile portare alla luce.

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A una prima visione Anomalisa si presenta come una “semplice” storia che si sviluppa attorno a una crisi esistenziale di mezza età. Il protagonista Michael Stone (David Thewlis) sl trova in viaggio di lavoro a Cincinnati, dove interverrà a un convegno sulla gestione di risorse umane e costumer care, un argomento su cui ha scritto un manuale di autoaiuto di discreto successo. Durante la notte precedente al convegno spesa al hotel Fregoli, crescerà in lui la noia esistenziale e il disgusto verso una routine di gesti e affetti che trova vacui e senza senso. Alla disperata ricerca di un senso o una nuova passione dal passato che riaccenda il suo presente, incontrerà Lisa, l’anomalia, una giovane partecipante al convegno.

Il disagio profondo di Michael suscita inizialmente una certa pietas, proprio per il dono di Kaufman di narrare emozioni universali in maniera dolorosamente personale e consapevole. Via via però il suo disgusto verso il mondo intorno a sé e i suoi impacciati, egocentrici tentativi di far accadere qualcosa di importante allontanano lo spettatore e si configurano come una vera e propria nevrosi, il cui effetto è ingigantito dalla sindrome di Fregoli (vedi il nome del hotel). Una patologia persecutoria che porta il soggetto a credere di essere assillato da persone di aspetto diverso ma sotto cui si cela un’unico essere umano. Per questo i pupazzi oltre a Michael e Lisa hanno lo stesso volto e la stessa voce monocorde di Tom Noonan, finendo per incarnare la quotidianità da cui Michael si stente soffocato.

Dotata di un volto e una voce personali (quella di Jennifer Jason Leigh) Lisa è una scintilla nell’oscurità più soffocante, che Michael tenta disperatamente di afferrare. Lisa, l’ordinario un po’ banale che diventa straordinario, non è ben chiaro se per propri meriti o perché stiamo guardando il film attraverso Michael. Qui arriviamo a uno strato ancora più profondo, un’enigma psicoanalitico, allegorico e cinematografico su cui i cinefili deliziati dibattono da mesi. Dato l’evidente parallelo tra la bambola antica e Lisa, chi rappresenta l’altra? Lisa esiste veramente? In un bilancio molto kubrickiano ci sono abbastanza elementi irrisolti da sostenere entrambe le tesi. Quello che rimane e colpisce al basso ventre è la meschinità di una figura verso cui inizialmente si prova immedesimazione e compassione, un uomo manipolatore e gretto, così riferito verso se stesso da far conglomerare le identità estranee in un unico, temibile volto, che di allucinazione in allucinazione ci respinge, ci riporta ai margini del suo mondo, a vedere una soluzione che è lì a portata di mano e cerca la sua attenzione, ma che lui ignora, continuando a cercare dentro se stesso un’illusione di felicità particolare e perenne.

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Trovo che, per evitare di cadere in lodi sperticate senza commettere lo stesso errore, sia importante provare a uscire dall’ottica pur magnifica in cui il film viene proposto. Al di là di un alto tasso di fighetteria esistenziale che riscalderà un certo tipo di pubblico hipster lasciando altrettanto fredda un’altra fetta di pubblico di polo opposto e pur essendo rimasta molto colpita da un film meravigliosamente calibrato, mi chiedo se riusciremo mai a uscire da questa testa, prima di Malkovich, poi di Carrey e infine di Stone.
Che poi è anche la testa di Michael Caine di Birdman, con questo continuo calarsi nel disagio inteso come proprio di una mente maschile, eteronormata e caucasica. Una visuale così familiare che ormai vi si penetra in fluidità anche venendo dall’esterno, perché lo sguardo maschile diventa naturale, in opposizione a pur tante numerose storie dedicate a personaggi diversi eppure sempre insistite appunto sulla diversità. È davvero difficile trovare una storia simile che non sia descritta come “femminile”, “omosessuale”, “afroamericana” e via discorrendo. L’esperienza di Stone è in sé maschile? Non particolarmente. Perché quindi non può essere una Michela a fungere da buco nero di egocentrismo ed egoismo che risucchi tutto e si lamenti della mancanza di luce? Perché questo tipo di sofferenza esistenziale viene sempre mediata come universale ma maschile, mentre quando si passa dall’altra parte (esempio fuoriscala, Gravity) a un certo punto spunta una dei quattro assi del poker: maternità, non maternità, rapporto col coniuge/partner, vergine/puttana? Anche qui, sotto uno strato di luminosità conferito dallo sguardo di Michael, Lisa è un oggetto meramente strumentale ai fini della narrazione al pari della bambola (e, ad essere cattivi, con le medesime funzioni) così come le altre figure femminili del film che, nonostante abbia per protagonista uno notevolmente stronzo, non tira fuori un ritratto del mondo femminile esaltante, pur lasciandolo ai margini.

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Lo vado a vedere? Film imperdibile per i cinefili tutti il cui grado di apprezzamento aumenterà in misura direttamente proporzionale ad a-il grado di hipsteria portami via b-l’amore per il cinema di Gondry e dintorni. Per tutti gli altri un film complesso ed emozionale che sicuramente si annovera tra i migliori della scorsa annata ma che, negli strati ancora più profondi della storia, forse qualche difetto di macchinazione ce l’ha.
Ci shippo qualcuno? Non particolarmente. Una chicca: la scena più sensuale del film ha richiesto sei mesi di lavoro. Oltre che alla complessità di alcuni movimenti richiesti, il risultato finale era spesso involontariamente comico, perciò si è dovuti ricominciare da capo molte volte.