Tag

, , , , , , , , , , , , , ,

elclubCon questo post voglio correggere un torto, un torto colossale, che si è consumato per l’intero 2015. Il tutto cominciò con la Berlinale 65, la scorsa edizione, quando il nuovo film di Pablo Larraín riscosse un consenso clamoroso e venne dato per favorito fino all’ultimo, quando dovette accontentarsi di un secondo posto. Taxi di Jafar Panahi è un film intenso e riuscitissimo, ma la vittoria se la meritava il maestoso, potente e PESO film di Pablo Larraín, che tra l’altro era incredibilmente in linea con i gusti berlinali. Non bastò.
Inviato dal Cile come proprio rappresentante agli Oscar e forte dell’Orso d’Argento, il film è stato snobbato già nella longlist di categoria. Un’esclusione abbastanza prevedibile, tenendo conto della preferenza accordata a film ben più tradizionali e concilianti di questo. Poi però come front runner troviamo un filo spaccabudella come Il figlio di Saul e in gara Il caso Spotlight, perciò c’è ben di che essere irritati.
Ciliegina sulla torta, una distribuzione italiana tardiva (quanti mesi fa vi ho parlato di Taxi Teheran?) e confusa, tanto che questa recensione, scritta da tempo, è rimasta nel limbo delle bozze per mesi, senza che nessuno sapesse quando sarebbe uscito nelle sale.
Rimediamo a tutto questo: cinefili, questa settimana il film da vedere è Il Club.
In un piccolo paese marittimo nei luoghi più impervi del Cile c’è una casa gialla. Al suo interno vivono un gruppo di anziani preti e una suora che fa loro da guardiana e badante. Pregano insieme, cantano insieme, mangiano e vivono spartanamente in questa sorta di pensionato per ecclesiastici, seguendo specifiche regole che vietano rapporti con la cittadina e il denaro. La casa gialla però non è un ritrovo, bensì un rifugio, dove le gerarchie ecclesiastiche hanno più o meno allontanato e nascosto personaggi scomodi; in larga maggioranza si tratta di violentatori, in alcuni casi di pedofili.

elclub5

Tratto da una realtà dolorosa con cui sta facendo i conti il Cile, El Club condivide la tematica di Spotlight ma ha una forza narrativa, una tinta gialla così mordente da stemperare il grigiore della controparte americana. Non c’è esibizione del lato oscuro (mica lo gira Tom Hopper!) e tutto sommato più che conoscere i peccati degli abitanti della casa finiamo per farci una vaga idea delle accuse rivolte e delle scusanti con cui si difendono i protagonisti. La durezza del film deriva dal suo approccio – una sorta di commedia a tinte foschissime –  e dal suo interesse principale, uno studio dell’anima nera dei protagonisti. Non veniamo introdotti subito al nocciolo della questione, quanto piuttosto alla routine quotidiana di questa strana famiglia, ben presto disturbata da tre personaggi: un nuovo arrivato, una vittima che è riuscita a scovarli e un giovane e risoluto prete, incaricato dalle gerarchie di chiudere via via questi rifugi della vergogna e sostanzialmente cacciarne gli abitanti.

Il film è persino subdolo nel renderci partecipi dapprima del lato debole dei protagonisti, mostrandoci innanzitutto la loro umanità: certo, aggirano molte delle regole loro prescritte, ma lo fanno per trascorrere un po’ di tempo insieme, per amore del cane di casa, per darsi piccoli e innocenti svaghi. Solo che in realtà si tratta di una prima, importante spia per comprendere enorme grado di manipolazione, la ferma volontà comune, seppur espressa in declinazioni diverse da ciascuno, di piegare le regole a proprio piacimento, per aggirarle senza colpa, per perseguire con tenacia e ferocia i loro scopi. L’ottenimento della felicità personale e il fermo intento di proteggere il loro status sono il punto fermo del film, lontano milioni di anni luce dalla carità e la compassione cristiana che professano di avere, eppure così saldo ed esercitato con tale malvagità da scuotere nel profondo persino la fede di chi arriva tra loro sentendosi nel giusto.

elclub4

Non amai particolarmente il precedente film del regista, No, i giorni dell’arcobaleno, che pure riscosse un enorme successo tra i cinefili. Di Larraín mi ha sempre un po’ irritata l’esasperante ricerca di un cromatismo forzato e compiaciuto, che possiamo ritrovare anche qui, con un film che si gioca su toni da dipinto crespuscolare. L’immagine quotidiana è sempre pronta a virare sui toni più freddi del giallo e del blu, poco realistici certo, ma che con la loro forza visiva fanno ottimamente il paio con le  raggelanti vicende narrate, esaltando un paio di scene del tutto estetiche eppure essenziali, forti, bellissime.
Insomma, se non l’aveste ancora capito, ho amato moltissimo questo film che scava dentro l’anima umana di un gruppo di persone spregevoli come fanno i grandi romanzi degli immortali autori russi. El Club è un romanzo russo sulla cattiveria umana, sulla malvagità e sull’impossibilità di redenzione e giustizia.
Lo fa mettendo insieme un cast assolutamente strepitoso, il meglio del meglio del cinema sudamericano. Se a voi può sembrare poco cosa un nome come Alfredo Castro (che da frequentatori del blog dovreste ricordare per un’altra sua interpretazione enorme in Ti Guardo) allora è il momento di andare al cinema e scoprire un mondo di attori fenomenali che poco hanno da spartire col glamour hollywoodiano. Roberto Farías, Antonia Zegers, tutti volti ricorrenti nella filmografia del regista.

elclub_1

Lo vado a vedere? A meno che temiate la tematica, sarebbe davvero il caso di salvare dal disastro al botteghino questo film, nonostante i continui rinvii e una campagna pubblicitaria inesistente abbiano congiurato alle sue spalle. Cinefili e non, questo è un grandioso film da recuperare. Lo so che Anomalisa è più fighetto e spendibile all’apericena di domenica, ma è ora di rimediare a questo torto.
Ci shippo qualcuno? Tragicamente la risposta potrebbe forse quasi essere sì.