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legend_bNonostante per qualche inspiegabile motivo Tom Hardy non rientri ancora nel novero degli attori A list – quelli di prima classe, l’Olimpo per incassi e fama all’interno del già esclusivo circolo hollywoodiano – la sua presenza riesce comunque ad attrarre l’attenzione dei cinefili più attenti.
Che sia anche magnete per il botteghino, è un falso mito che gli appassionati meno accorti amano raccontarsi, dato che nel solo 2015 il suo indiscusso protagonismo non è riuscito a salvare né Child 44 né quel strano oggetto di cui oggi parliamo, Legend.
Prendendo in esame anche due due film più acclamati e di successo dell’anno in cui l’attore milita quasi dimenticato, Mad Max: Fury Road e Revenant, ne esce un quadro piuttosto complesso e affascinante, un caso di studio fuori dagli schemi che pone un quesito dalla difficile soluzione: sulle soglie dei quarant’anni, a che punto è davvero la carriera di Tom Hardy?

Londra, 1970. Tra la povera classe operaia e le umili case di periferia dell’East End comincia l’ascesa del duo criminale dei Kray, caso da manuale di gemelli omozigoti dalla personalità opposta. Tanto Reggie è rassicurante, suadente e versato a giostrare un business sempre sull’orlo dell’illegalità come quello delle case di gioco, tanto suo fratello Ron mette le persone a disagio per motivazioni che vanno ben oltre la sua dichiarata e ostentata omosessualità.
Quando nella vita di Reggie compare la bella Frances, l’equilibrio protettivo che ha reso potente e rispettato il duo si trasforma in un triangolo di rivalità e gelosie. Frances e Ron pongono a Reggie richieste antitetiche: primeggiare nel mondo del crimine l’uno, ripulirsi e rimanere al suo fianco l’altra. Nell’impossibilità di accontentare entrambi, Reggie non avrà che la possibilità di distruggere tutti e tre.

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Nel parlare di Tom Hardy, la premessa solida su cui è davvero impossibile avanzare contestazioni è che sin dai tempi di Bronson era chiaro che ci si trovava di fronte a un grandissimo talento, capace di adattarsi a ruolo di assoluto protagonismo così come mimetizzarsi efficacemente come spalla o comprimario, risultando assolutamente istrionico per accenti, modulazione della voce, gamma emotiva che riesce a ricreare su schermo. Una versatilità tale che spesso, pur avendolo visto in molti film, gli spettatori faticano a ricollegare il buffo personaggio emozionale di Rocknrolla con lo sbruffone di Inception, il Bane del Cavaliere Oscuro con il gregario de La Talpa.
Il duo omozigote ma bipolare di Legend è una sfida che Tom Hardy riesce a far sembrare una passeggiata, caratterizzando in maniera immediatamente riconoscibile ma senza mai forzare la mano i due protagonisti, evidenziandone la comune attitudine alla violenza, la fragilità emotiva e l’affetto reciproco oltre a tutto ciò che caratterialmente e psicologicamente li differenzia.

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La grave lacuna della carriera di Tom Hardy (con l’unica eccezione di Locke) è che non riesce mai ad essere il protagonista di un film al suo livello anzi, spesso si ritrova ad essere il salvatore di film per il resto insufficienti.
Caso da manuale questo Legend, storia criminale tratta dagli annali della londra violenta, in cui niente, ma davvero niente, sembra tenere il ritmo del suo magnifico protagonista. Non i coprotagonisti (tra cui figura anche la cantante Duffy), tanto che Tom Hardy si ritrova a fare il comprimario di se stesso. Non una sceneggiatura che non è capace di fornire un solo valido motivo per cui questo film abbia il diritto di esistere, riproponendo il canovaccio trito e ritrito dell’ascesa e della caduta del gangster diviso tra una natura intrinsecamente criminale e il bisogno di essere amato (sovrapponendosi quasi in copia carbone al recente Black Mass). Non una regia dalle intenzioni insondabili (cosa voleva essere, più comico nero o più drammatico?) e dal ritmo così a singhiozzo dal diventare, in negativo, l’unica peculiarità di un film che altrimenti avremmo già visto mille volte.

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Lo vado a vedere? Sicuramente la performance di Tom Hardy salva il film dal baratro trascinandolo nel territorio della sufficienza stiracchiata, ma è lontano dall’essere un film per cui precipitarsi al cinema. Chissà com’è che l’attore riesce a militare solo in progetti di successo in cui non è protagonista.
Ci shippo qualcuno? Ovviamente motivo di interesse extra era l’ostentata sessualità di Ronnie, ma forse anche qui non si è indovinato il tono giusto, finendo nel territorio del bambinone bisognoso di protezione. A posteriori, quando ho scoperto che il vero Ron Kray era bisessuale, devo dire che la scelta del film mi ha infastidito ancora di più.