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berlinale_kollektivetDopo l’infelice parentesi anglofona di Via dalla pazza folla, Thomas Vinterberg ripara nell’amata Danimarca e nella sua esperienza autobiografica per il suo ultimo lavoro, presentato alla Berlinale 66.
La storia al centro di Kollektivet contiene infatti gli echi della sua adolescenza, spesa in una comune a Copenaghen negli anni ’70. Le atmosfere e le ideologie di questo periodo storico sembrerebbero essere al centro di questa costruzione e crisi di una vita collettiva in una grande casa, se non fosse che La Comune è un film ben più individualistico di quanto ci si aspetterebbe. Tanto da abbandonare molto presto il racconto corale per concentrarsi e affidarsi quasi totalmente alla sua protagonista Trine Dyrholm, poi premiata a Berlino per la sua performance in un film che sembra segnare innanzitutto la lontananza siderale della nostra società da una visione collettiva.

Copenaghen, anni ’70. Erick (Ulrich Thomsen) è un architetto che si ritrova ad ereditare dal rapporto burrascoso col padre un enorme casa che non può mantenere. La moglie Anna (Trine Dyrholm), conduttrice del tg nazionale, riesce a farlo desistere dal proposito di vedere l’immobile e lo trascina nella costruzione di una comune con una decina di membri, tra cui anche la figlia adolescente della coppia. Sarà proprio il più conformista e borghese Erick a mettere in crisi la casa e la vita condivisa del gruppo, quando chiederà a un nuovo membro di entrare a farne parte.

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Più che un’amarcord dolce amara sull’idealismo degli anni ’70, Kollektivet sembra votato a rintracciare i germi dell’individualismo sfrenato contemporaneo che fanno sembrare l’esperienza al centro della pellicola distante anni luce dalla realtà contemporanea. Al suo centro infatti non troviamo militanti convinti ma un gruppo di cittadini comuni, di professionisti e di borghesi, solleticati dall’idea di mettere in patria un caposaldo ideologico di quegli anni. Eppure dalle loro cene comuni e dalle riunioni del collettivo sembra mancare proprio l’autenticità della condivisione, la comunanza dell’esperienza. I veri figli della comune, che ne accettano e interiorizzano le regole, sembrano essere solo i due minorenni che ne fanno parte, che escono indenni dall’ironia laterale che colpisce il resto del collettivo. Tuttavia gli eventi che chiudono il film sembrano rimarcare ancora di più che solo chi sostituisce all’amore per l’altro l’amor proprio e la ricerca della propria felicità potrà sopravvivere e uscire da quest’esperienza, con gli anni ’80 già alle porte.

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Forse per rimarcare questa tematica, forse per la difficoltà di portare avanti un racconto collettivo con così tante voci, Vinterberg decide di concentrarsi sulla famiglia protagonista e in particolare sulla drammatica svolta che l’entusiasta Anna, il vero spirito libero della coppia, si troverà a dover fronteggiare. Da un tiepido racconto corale tratto da un’opera teatrale da cui presumibilmente non riesce ad ereditare la capacità di creare un legame duraturo con il pubblico, il film s’infiamma solo quando si affida a Trine Dyrholm, spaesata dalla consapevolezza che il refrattario marito finisca per usare quest’esperienza come sotterfugio per perseguire con egoismo la propria felicità. Il tentativo di Anna di aderire ancor più profondamente all’ideologia degli anni ’70 di estrema accettazione e il suo conseguente fallimento sono davvero l’unico tema capace di arrivare al cuore del pubblico. Il resto, pur gradevole, rimane troppo il superficie.comune5

Lo vado a vedere? Non è il Vinterberg portentoso de Il Sospetto, bensì un narratore più mediato e talvolta sentimentale, come è giusto che sia quando c’è di mezzo la propria esperienza personale. È un film con tanto potenziale più mostrato che utilizzato, con delle ottime performance a cui il suo regista non sa dare il giusto risalto, eccezion fatta per la protagonista. Valutate quindi in base al vostro interesse sull’argomento.
Ci shippo qualcuno? No.

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