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1In un altro luogo e in un altro tempo, un uomo dorme e sogna. Questa frase ricorrente scandisce l’evolversi di Wolf, il nuovo romanzo di Lavie Tidhar che arriva in Italia a meno di due anni dalla sua pubblicazione originale, grazie a Frassinelli.
Lo scrittore israeliano, vincitore del prestigioso World Fantasy Award per Osama, si riconferma specialista di altri luoghi e altri tempi, investigatore delle conseguenze della storia in contesti antitetici a quelli studiati sui libri di scuola. Nel precedente romanzo Tidhar rifletteva sul terrorismo in un mondo in cui le Torri Gemelle continuavano a svettare nel cielo di New York, in questo indaga le derive naziste novecentesche (e, di riflesso, quelle attuali) in un’Europa in cui Hitler non è mai arrivato al potere. La specialità di Tidhar è quella della rimozione chirurgica di eventi storici eclatanti e la conseguente analisi del substrato sociale dove si sono formati, cercando di capire se quanto accaduto fosse inevitabile. Insomma, siamo sicuri che togliendo ad Hitler la Cancelleria tedesca l’Europa non sarebbe stata culla di persecuzioni antisemite?

Londra, anni ’30 del Novecento. Dopo l’inaspettato crollo elettorale alle ultime elezioni, la stella nascente del nazionalsocialismo tedesco e il suo cerchio magico vengono uccisi, imprigionati o costretti alla fuga nel Regno Unito. Dopo la svolta a sinistra e la mancata invasione della Polonia, la Germania rimane unita e entra nel blocco sovietico, causando un inasprirsi dei rapporti con il blocco occidentale. A pagarne le conseguenze sono gli esuli austro tedeschi a Londra, vittime di una galoppante ondata di antesemitismo e razzismo che aumenta sempre più in vista delle elezioni. Tra questi miserabili si aggira il grande sconfitto, che ora fa l’investigatore privato, noto come Wolf (la traduzione inglese del suo nome austriaco). Ancora tramortito dalla sconfitta, stanco e disilluso, finirà per essere ingaggiato da una seducente e facoltosa donna ebrea, alla ricerca della sorella scomparsa. Wolf presto scoprirà che tra le ombre scure che nascondono la donna ci sono anche delle vecchie conoscenze “nere”.

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Se questo sunto tutto città oscure e dannate, femme fatale sprezzanti e un investigatore sfatto vi ha ricordato il genere pulp, avete fatto centro: Wolf è in tutto e per tutto un lurido shund, declinazione nerissima e yiddish del genere, attraverso cui si esorcizzarono le terribile vicende dell’Olocausto nella Israele degli anni ’60/’70. Romanzi pulp pieni di corpi martoriati, torture e perversioni sessuali finirono per educare all’Olocausto le nuove generazioni, che trovavano solo silenzio nei loro parenti più anziani interrogati sull’orrore che non era ancora stato raccontato al mondo.
Nel libro Lavie Tidhar omaggia molti di quelli che si sono battuti con la sfida quasi impossibile di raccontare a parole l’Olocausto. Rispetto a Primo Levi e agli altri testimoni scrittori, lui appartiene a una nuova corrente, quella che sta spogliando l’olocausto di tutta la componente retorica, reverenziale, dell’approccio carico di pietas. Il mezzo per spiegare l’inspiegabile è di una semplicità quasi banale: farla pagare al mandante, almeno nel romanzo. E così Wolf subisce ogni forma di umiliazione possibile: viene picchiato, malmenato, imprigionato, derubato, ricoperto di piscio e merda, sodomizzato…e non siamo nemmeno a metà di un romanzo che non si nega davvero nessuno dei tratti distintivi di certe storiacce stampate su brutta carta, nemmeno la femme fatale inconsapevole dell’esistenza della biancheria intima.

Questa vendetta è forse bambinesca ma tremendamente efficace per come disinnesca in un istante l’aurea assoluta del gerarca nazista (perché quando sei il male assoluto, sei comunque assoluto e quindi straordinario, anche se in senso negativo, mentre qui il mito del baffetto viene ricacciato a forza nelle sue spoglie umane, sudate e maleodoranti).
Lavie Tidhar però si accanisce su Wolf per interposta persona, perché la cornice del romanzo è quella dell’uomo che dorme e sogna. Questo romanzo pulp infatti è la via di fuga di uno scrittore ebreo internato in un campo di concentramento, che sublima le sue ultime forze in una fantasticheria ad occhi aperti che tiene a distanza di sicurezza gli orrori del presente. E così le sue ferite dolgono a Wolf, i pettegolezzi sussurrati tra internati sui gusti sessuali del loro aguzzino diventano protagonisti di performance all’insegna di sottomissione e trasgressione, la persecuzione contro le stelle di David si trasformano per Wolf nel dover dipendere economicamente e desiderare sessualmente persone ebree che tanto disprezza.

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Il punto forte dell’ennesima ucronia negazionista dello scrittore israeliano è come fotografi accuratamente il particolare clima ideologico che regnava in Europa prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale e in particolare nel Regno Unito, tutt’altro che immune da correnti interne sedotte dai fascismi. C’è poi un punto di svolta a circa metà romanzo che anticipa la conclusione della storia di Wolf, di quelli capaci di farti sbottare “ma questo è un genio!” e lasciare un’immagine a tinte forti davvero indimenticabile.
Da qui è semplice comprendere l’entusiasmo di molti (a partire dal Guardian), deliziati dalla spregiudicatezza con cui Tidhar inserisce e manipola figure storiche inglesi e naziste in un grande affresco cancellato allo stadio di bozza dall’ascesa al potere del nazismo.

Personalmente però vedo un grande limite alla lettura di questo libro, peraltro presentato in Italia da Frassinelli con una traduzione di Alfredo Colitto e un’edizione puntuale e precisa: è un libro pulp fatto e finito, con una cadenza ripetitiva e tanti passaggi più che stereotipati, stuccati sulla storia senza troppa cura. Insomma, Lavie Tidhar aderisce con entusiasmo alla sua idea e non si prende mai un momento per raffinare il risultato finale, con effetti alla lunga pesanti. Non so voi ma alla quarta scena di sesso con protagonista una sconosciuta che vede Wolf, intuisce da chissà quali accenni che è un masochista e si dimostra più che disposta (ed esperta) nel procurargli piacere attraverso il dolore, sentivo l’urgenza di tornare alla storia. Anche perché le dita o gli oggetti ficcati nell’ano, le pisciate in faccia e tanto altro raccontato con quel tono proprio di chi vuole scandalizzare e rilanciare al sempre più estremo è quanto di meno sensuale esista.3

Lo leggo? A volume concluso mi sono ritrovata a pensare che ero grata al libro per un paio di immagini forti che non dimenticherò facilmente, ma che me le ero guadagnate attraverso la riproposizione di un genere che, se viene definito pulp, un motivo ci sarà. Insomma, il materiale buono c’è, ma la forma può essere talvolta noiosa e ripetitiva. Il classico caso in cui ci vorrebbe un bell’adattamento filmico insomma.
Ci shippo qualcuno? No.