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vic1C’è qualcosa di estremamente straniante ma liberatorio nell’andare a vedere un film massacrato senza possibilità di appello dalla critica e uscirne tutto sommato soddisfatti. Difficile confrontare questa sensazione con quella opposta, però per un’amante delle cause perse come me arriva sempre il momento di stupore nel momento in cui faccio liste mentali di film infinitamente più squallidi di Victor: la storia segreta del dottor Frankenstein e accolti decisamente meglio nelle ultime settimane.
Con questo non voglio sostenere che sia un film superiore ai suoi palesi riferimenti creativi, Sherlock Holmes di Guy Ritchie e Sherlock BBC, ma questo non vuol dire che sia un film così tremendo come si dice in giro.

Prendete la storia del romanzo di Mary Shelley e mettetela da parte, conservando giusto un paio di nomi e sfondi vittoriani. Addizionate questa riduzione con tanta tradizione mostrologica al cinema e con i due riferimenti produttivi e narrativi del film ( i due Sherlock) aggiungete una dose massiccia di bromance del tutto voluta e un’attitudine allegramente consapevole dei presupposti bislacchi e commerciali da cui si origina tutta l’operazione e avrete tra le mani Victor: la storia segreta del dottor Frankenstein. Un film dove il mostro non solo non è un personaggio, ma rimane poco più di un’espediente per indagare quello che, secondo il suo protagonista, è il personaggio che tutti dimenticano, il creatore della Creatura.

Dopo essere stato salvato da una vita di sfruttamento e deturpazione fisica, un clown del circo con incredibili conoscenze mediche (Daniel Radcliffe) viene adottato da un eccentrico studente di medicina (James McAvoy), impegnato nella sua personale battaglia contro l’irreversibilità della morte. Sulle tracce di questo strambo duo c’è anche un ispettore di polizia (Andrew Scott), convinto che Frankestein stia compiendo un crimine che sconfina nel sacrilegio contro l’umanità.vic6

Prendiamo ad esempio la regia di Victor Frankestein, curata da uno dei registi habitué dello sceneggiato BBC ambientato a Baker Street. Paul McGuigan cita manifestamente lo stile rutilante e l’estetica impeccabile di Sherlock, ma di fronte a tanti film condotti stancamente e con mano anonima come Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio, questo è veramente un problema? Le scene d’azione e i montaggi ritmatissimi ricordano anche il Guy Ritchie più amato e di successo, ma anche qui, è un male? Non necessariamente, soprattutto se, come per le pellicole del regista d’azione inglese, si cerca di rendere brillante e ritmato un film commerciale che di action ha davvero pochi.

Certo, la sceneggiatura di Max Landis è un sonoro ceffone a tutta la metafisica e alla letterarietà del capolavoro di Mary Shelley, ma pur buttandola tutta in gioiosa a caciara, ha due grandi meriti: non fingere mai di essere più di quel che è (un film commerciale che sfrutta Frankestein solo superficialmente, per dare un tocco gotico alla sua atmosfera) e non percorrere le solite strade battute da decine di altri film simili. Certo, non sempre quest’operazione è riuscita, ma quantomeno il film non risulta, scena dopo scena, prevedibile senza possibilità d’appello. Di più, non cadendo mai nella trappola di prendersi troppo sul serio, riesce ad ottenere una certa leggerezza anche nelle svolte più drammatiche e sfrutta senza banalizzarle le location più tradizionali associate a pellicole ambientate nella goticissima Londra ottocentesca: il circo dei freaks, lo scantinato dello scienziato pazzo, il ballo dell’alta società, un diroccato maniero scozzese, persino inamovibile Scotland Yard.

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Passandp poi agli interpreti, ovvero al motivo principale per cui il film ha fatto i due spicci che ha incassato, che dire? Assistiamo al solito spreco di un autoritario Charles Dance che spande father issue nell’aria (non lo vedevo insieme a McAvoy dai tempi in cui lo imbarazzava in Starter For Ten!) e all’ennesimo ruolo da encefalogramma quasi piatto di Jessica Brown Findlay, ma che ci importa quando possiamo avere Daniel Radcliffe in ottima forma e soprattutto James McAvoy nell’ennesima declinazione del suo personaggio tipo, con tanto d’immancabile single manly tear che sgorga dall’azzurritudine dei suoi occhioni? Una delle poche cose lodate dalla critica è stata proprio la sua energetica perfomance, capace di calcare sul versante folle genio con grande intensità espressiva. Rimango sempre stupita di come riesca a non ripetersi mai nonostante gli accordi dei suoi personaggi non varino mai molto (cambia data, luogo e un paio di varianti e da questo Victor tiri fuori facilmente Xavier).

Nonostante una certa sciatteria promozionale (nella Londra del poster non si sono nemmeno curati di cancellare un edificio costruito pochi anni fa!), il film è più che sufficiente anche sul lato tecnico: costumi non imbarazzanti, scenografie piene d’atmosfera e soprattutto una colonna sonora che si fa notare.

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Lo vado a vedere? Come vi ponete rispetto a quel filone di tradimenti letterari senza pensieri e un po’ sciocchini degli anni ’90? Non è che questo lungometraggio pascoli molto lontano da La Mummia o Stargate, per citarne due. Se decideste contro ogni recensione di dargli una chance, ricordate sempre che lo spirito giusto è quello un po’ cazzaro di un sabato pomeriggio con gli amici. Insomma, sapete che c’è un certo tipo di baracconata che guardo sempre volentieri, ed è questa, quella che un paio di idee ce le ha, senza però prendersi sul serio. Cioè, volete dirmi che non è cento volte meglio di Dracula Untold? Maddai.

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Ci shippo qualcuno? Finalmente arriviamo al versante in cui questo film è un fottuto capolavoro. E non involontario, perché così come insegue i suoi epigoni televisivi e cinematografici, anche qui Victor Frankestein fa suoi i trend del momento e cerca di darne la propria versione, a partire da casting, che va a pescare i reginetti delle fanfiction McAvoy e Radcliffe.
Il problema dei film che ricercano ed esasperano il versante bromance è che tendono ad essere meno genuinamente emozionali di quelli che cadono nella trappola del doppio senso inconsciamente…e poi c’è questo film, in cui ogni calco narrativo è stato investito nella realizzazione di una scena con il sottotesto più pesante, esplicito e…non so, erano mesi e mesi che non mi dimenavo sulla sedia, al cinema, trattenendo l’impulso di urlare “MADDAI, MA COSA, MA MA VERAMENTE, IO NO, LORO…MA DAVVERO? EHEEEEEEEEEEHHH? LE MANI ADDOSSOOOOOO!”. Circa.
La scena a cui mi riferisco è ovviamente questa:

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Il problema è che non la posso spoilerare, quindi mi esprimerò cripticamente. Dunque, il livello di allarme di quando James ti fissa con i suoi occhi più intensi e poi denuda è già incontrollabile, ma il momento in cui veramente volevo alzarmi è applaudire è tutta la storia della “malattia” di Daniel, che sono straconvinta essere congeniata non come omaggio a Frankestein Junior (magari anche, ma non solo), bensì per girarlo di spalle contro il muro, fargli fare faccette e urlare cose tipo “fa maleeeee” e ansiti vari. E non so calcando la mano per niente, ve lo giuro.
Il piccolo di capolavoritudine però è il parallelismo tra…ehm, suona porno anche in maniera criptica. Insomma, quello che fa James con la bocca e con le mani…insomma, avete capito perché sta per scattare il gregge arcobaleno, vero?
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