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THE JUNGLE BOOKNella sempre più rigogliosa stagione dei remake in live-action dei classici letterari per ragazzi, fiabe e film d’animazione Disney, siamo ormai arrivati a distinguere diverse correnti e scuole di pensiero.
Nonostante film dalla qualità piuttosto discutibile abbiano comunque incontrato i favori del pubblico (su tutti, Alice passata per il frullatore gotico adolescenziale di Tim Burton), anche al Casa del Topo sembra essersi convinta che la via più sicura è quella che come punto di partenza ha la versione più tradizione e conosciuta del racconto. Il che paradossalmente vuol dire continuare a tradire la fonte letteraria, appoggiandosi sulla rielaborazione più amata dal pubblico: quella del film d’animazione del canone Disney.
Insomma, il remake con attore in carne e ossa e animali in computer grafica de Il Libro della Giungla fa sua innanzitutto la lezione del Cenerentola di Kenneth Branagh.

Il punto di partenza del remake del 2016 è il lungometraggio Disney del 1976 diretto da Wolfgang Reitherman, anche se in realtà percorrendo una strada simile il film comunica al pubblico un messaggio contemporaneo ed antitetico al suo predecessore.

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Siamo sempre nella giungla disneyana con il piccolo orfano Mowgli cresciuto dai lupi e da Bagheera, ci sono sempre Re Luigi e i suoi ritornelli, ma l’atmosfera non è più quella spensierata e giocosa di un tempo. Pur rimanendo un film che ha come pubblico prioritario quello dei più piccoli, la giungla dove è ambientato il remake di Jon Favreau è molto più vicina per toni e atmosfere al progetto originario di Walt Disney, più cupo e drammatico rispetto al risultato finale poi visto in sala.
Senza mai abbandonare la rassicurante atmosfera per famiglie che è il vero marchio di fabbrica che unisce vecchia e nuova Disney, Il Libro della Giungla ha come habitat una foresta in cui è palpabile il pericolo e la difficoltà, in cui la lotta per la sopravvivenza di sé, del branco e della specie vengono prima delle canzoni e dei siparietti comici.

Pur adottando il canovaccio del film del 1976, Jon Favreau fa suo un messaggio che più contemporaneo di così non si può. Negli anni ’70 tutto il film ruotava intorno all’assunto che Mowgli non apparteneva alla giungla, che era cosa animale, e per esprimere la propria umanità doveva tornare tra i suoi simili e capire che quello era il posto giusto per lui.
Nel 2016 invece Bagheera continua a spingerlo verso il villaggio degli umani, che rimangono per tutto il film figure indistinte e chiassose, nere sullo sfondo del fuoco che illumina le loro abitazioni. Il film però da ragione a Mowgli che sente di appartenere alla giungla e che deve solo imparare a vivere in essa esprimendo la sua natura umana (l’utilizzo di utensili e la costruzione di strumenti, bollati dai lupi come “trucchi”) senza però contravvenirne le leggi interne.

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Questo salto logico viene gestito davvero bene da questa nuova, riuscita commistione tra il ramo disneyano e quello Marvel Studios. L’attore, produttore e regista Jon Favreau avrà anche lanciato il personaggio secondario di Iron Man con una dei film più riusciti della continuity cinematografica, ma non sembrava davvero il tipo adatto a un film per famiglie con animali parlanti. Invece, proprio come il collega Kenneth Branagh (che vantava comunque un curriculum molto più tradizionale), dopo l’esperienza Marvel si è rivelato il nome giusto a cui affidare un prodotto che deve coniugare un canone ormai classico a un’esigenza di attualizzazione dei suoi messaggi.

Quanto di buono fatto in senso narrativo rischia però di passare in secondo piano di fronte alla resa tecnica del film, che è indubbiamente il suo punto forte. Ho avuto la fortuna di visionare la pellicola in formato IMAX 3D e la resa è davvero all’altezza delle recensioni entusiastiche dei giorni scorsi. Anche qui c’è un notevole distacco rispetto all’utilizzo tradizionale dell’animale dei film disney, perché viene a mancare l’antropomorfizzazione del soggetto. Gli animali de Il Libro della Giungla non vivono come gli uomini, non ne incarnano vizi e virtù, ma hanno movenze e priorità tipiche della loro specie, colte dal film con una mimesi quasi documentaristica. Tanto che a risultare strano e forzato è il continuo movimento di musi e bocche per farli parlare.

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Di fronte a un cast davvero stellare per la versione originale, anche l’edizione italiana fa un bel lavoro, sfoderando voci interessanti e prestigiose come quelle di Neri Marcorè, Toni Servillo e Giancarlo Magalli. Ovviamente tutto questo discorso è da intendersi al netto dei puristi della lingua originale a tutti i costi.

L’unico vero passo falso del film, che però tragicamente incide parecchio sulla resa finale, data la sua posizione centrale, è il piccolo protagonista. Che la scelta di attori così giovani non sia questione semplice è un dato di fatto, che spesso indulgano nel recitar con faccette buffe più che con una naturalezza figlia di anni di studio di recitazione è tutto sommato comprensibile, ma Neel Sethi per movenze e forzatura di reazioni, pose ed espressioni sembra più finto degli animali che lo circondano. Certo non deve essere semplice recitare tra green screen e vuoto dove invece ci dovrebbe essere la tua controparte, ma in passato si sono visti tanti piccoli interpreti eccellenti, mentre questo Mowgli talvolta è così dissonante da bloccare l’immersione nell’atmosfera del film e riportarti bruscamente alla realtà.

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Lo vado a vedere? Dato che di remake live-action nei prossimo anni dovremo proprio farcene una ragione (solo Disney ne ha in cantiere almeno una decina) speriamo che almeno proseguano su questo cammino che coniuga il canone tradizionale al bisogno di riaggiornarne messaggi e filosofia, senza però stravolgerne la trama. Anche perché zitto zitto Il Libro della Giungla di Jon Favreau è uno degli adattamenti più belli di cui si possa fregiare l’opera di Kipling.
Ci shippo qualcuno? Ma ovviamente e come sempre sì, Bagheera e Baloo, la classica coppia di amici animali Disney sospetta.

 

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