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mistressaPiù che una recensione è quasi una crociata quella di questo blog, che vi segnala puntualmente l’arrivo in Italia di ogni pellicola di Noah Baumbach, nonostante di fatto nel fine settimana di uscita in sala ci siano solo quaranta copie disponibili nell’intera penisola.
Dopo quel gioiello e omaggio alla Novelle Vague di Frances Ha, il regista statunitense epitome del hipsteria made in New York e la sua compagna e cosceneggiatrice Greta Gerwig tornano ad affondare il dito nella piaga delle ansie generazionali dei ventenni e trentenni di belle sperenze e tante nevrosi che affollano oggi la Grande Mela.
Laddove l’ansia verso il futuro sconfina quasi nel territorio dei film da coscritti, il dinamico duo Gerwig-Baumbach mette a segno l’ennesimo colpo al cuore (hipster) del cinema indipendente americano odierno, senza però mai perdere sentimento e passione in nome della fighetteria diffusa che questa operazione solitamente comporta.

Come Frances Ha, Mistress America vede al suo centro il personaggio incarnato da Greta Gerwig, che catalizza completamente l’attenzione dello spettatore e del resto del cast all’interno del film. Brooke è disorientata e quietamente disperata come Frances, ma a differenza della ballerina in crisi è un vero e proprio ciclone di forza creativa e autodistruttiva, una lucciola nella notte che attrae lo sguardo di ogni personaggio che le passa accanto, la cui fascinazione risiede non solo nella sua genialità ma anche nella costante aura di fallimento annunciato da cui lei cerca inconsciamente di sottrarsi, fallendo miseramente.
Cosmopolita e profonda conoscitrice di New York, la trentenne Brooke saprà far uscire da una mancanza di prospettive la giovane Tracy ( interpretata da Lola Kirke), ambiziosa aspirante scrittrice che piomba inaspettatamente in una crisi d’identità appena sbarca nella grande città.

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Il film è tutto costruito sulla nascita e l’evoluzione di un rapporto in cui ha un peso via via sempre più schiacciante il decennio che separa Brooke da Tracy; la prima cerca inutilmente di recuperare quella vastità di possibilità e prospettive propria della ventenne, che inizialmente rimane stordita ai limiti dell’innamoramento dalla direzione che sembra già ben definita della vita della trentenne. Il tutto si consuma in una quantità di situazioni paradossali ma cinematograficamente efficacissime fornite da una New York culla di contraddizioni e sfondo perfetto per la dolorosa presa di consapevolezza di quella Mistress America che è Brooke.

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Insomma, puro distillato di malinconia e ansia per chi, ad ogni latitudine, vive le incertezze delle due protagoniste, a cui rimane la consolazione di vivere la propria disperazione in modalità ben più cool della media di chi le guarda. Pur non raggiungendo le vette emozionali e il sottile equilibrio che rendeva espedienti come il bianco e nero di Frances Ha qualcosa in più di un lezioso esercizio di stile, Mistress America rimane una visione con una marcia in più, che riesce quasi sempre a strappare solo il meglio dell’etichetta di cinema indipendente, indie e hipster che si ritrova volente o nolente appiccicata addosso.

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Se Greta Gerwig conferma di essere una forza della natura, dando di nuovo l’anima a un personaggio concettualmente agli antipodi da Frances, anche Lola Kirke non è da meno e riesce a tenerle testa. Peccato che l’omaggio a una cerca commedia anni ’30-’40 della seconda parte ambientata in Connecticut perda un po’ della freschezza che contraddistingue queste produzioni da quattro amici cinefili e una videocamera, finendo per essere un po’ troppo macchinoso.

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Lo vado a vedere? Desidero davvero che almeno una volta nella vita qualcuno, guardandomi, provi quello che chiaramente Noah Baumbach sente quando guarda a Greta Gerwig. Mistress America è l’ascesa e la caduta di un personaggio che non perde il suo fascino nel passaggio da icona irraggiungibile a perdente senza redenzione, il tutto filtrato attraverso i nostri occhi, quelli della giovane protagonista e quelli del suo regista. Adesso scusatemi, devo mettermi in posizione fetale per superare quest’ondata di ansia verso il futuro.
Ci shippo qualcuno? No.

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