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bsb1Prima ancora di introdurvi questo bizzarro, affascinante libro di Helen Oyeyemi, mi tocca fare una scelta strategica fondamentale: spiegarvi o meno quale sia la tematica centrale dell’intero romanzo. Vero è che l’autrice britannica non fa mistero sulla questione nel presentare la sua opera, tuttavia avendo appreso alcune delle svolte fondamentali del romanzo prima di leggerlo, mi sono scoperta più volte irritata dalla possibilità di anticipare gli eventi e cogliere indizi rivelatori altrimenti così ben celati dall’autrice che non avrei mai saputo cogliere.
Inoltre nei suoi momenti migliori Boy, Snow, Bird travalica le tematiche piuttosto specifiche a cui è spesso collegato, perciò rinchiuderlo nelle stesse è un po’ come riassumerlo come una rielaborazione della fiaba di Biancaneve ambientata negli Stati Uniti degli anni ’50. Sul piano teorico ci potrebbe anche stare, ma svicola così facilmente in altre fiabe e altri motivi narrativi che più che un riflesso distorto nello specchio dell’autrice diventa un’immagine nuova, bizzarra, complessa.

Boy Novak scappa dalla casa newyorkese in cui vive con il padre e il desiderio di mettere più Stati possibili tra sé e i soprusi paterni la guidano a Flax Hill, in Massachussets. Il caso guida la giovane, algida Boy in una comunità in cui una giovane newyorkese senza radici, arte né parte non ha speranza di introdursi, votata com’è all’artigianato e alla professionalità tramandata di generazione in generazione, nel cuore dell’immutabile provincia statunitense. Dopo aver trovato un impiego presso la libreria dell’imperscrutabile Mrs. Fletcher, Boy si convince che le attenzioni del gioielliere vedovo Arturo Whitman possano essere da lei contraccambiate, anche se ad esercitare il maggior grado di fascinazione sulla ragazza è Snow, la figlia di lui, bella oltre ogni dire, praticamente venerata dal parentado.

E qui avviene il cortocircuito, perché sì, ci sono ragazze orfane e matrigne, specchi usati come strumenti di vanità, ma c’è anche tantissimo altro, in primis un motivo ricorrente che pesca a piene mani anche bianconigli e scarpette di cristallo. Insomma, riassumere Boy, Snow, Bird come rielaborazione di Biancaneve trasportata negli Stati Uniti anni ’50 suggerisce un’operazione di mero cambio di epoca storica, costumi e scenografie. In realtà la scrittrice attinge a un formulario di immagini universali e codificate associate a femminilità, bellezza e rapporti tra madri e figlie per dare una nota ancora più sinistra e nervosa a un romanzo in cui assegnare un ruolo univoco a qualcuno è piuttosto difficile, perché tutto è sfuggente, suggestivo e fermamente deciso a rifiutare facili etichette.boysnowbird_copertina_particolare

Come per ogni trasposizione di Biancaneve, la superiorità estetica della titolare della storia è di là da venire e di certo c’è solo il primato presente della matrigna. Nonostante le protagoniste da titolo del libro siano tre, è indubbiamente Boy Novak a regnare. Il romanzo, diviso in tre parti, viene introdotto e concluso con il suo punto di vista. I due terzi del libro si riflettono tra di loro, come fa lei, da ragazzina, posizionandosi tra due specchi e contemplando le infine sé che si muovono tra i riflessi.

All’inizio Boy è l’innocente e bellissima figlia ingiustamente perseguitata da un genitore, poi però sarà lei a ricoprire il ruolo genitoriale, finendo per essere la matrigna nella storia di qualcun altro e al contempo eroina vittima d’inganno della propria, infine involontario ostacolo di una terza. Pur vedendo il mondo attraverso i suoi occhi, il mistero costituito dal suo personaggio non si risolvere mai completamente: Boy rimane una donna complessa e imprevedibile, per la sua famiglia e per il lettore. Da personaggio che subisce i segreti della famiglia a cui si è legata diventa oggetto attivo nella creazione e distruzione di una nuova generazione di Whitman.

boysnowbirdLa maledizione del quinto romanzo di Helen Oyeyemi è che la prima parte è tanto superba da rendere ancora più imperfette le due successive, così come Boy Novak è un personaggio che catalizza così tanto l’attenzione che Snow e Bird non possono che risultare sciape a confronto, anche se per motivi diversi.
Bird è il paradosso più beffardo: la sua nascita imprime una svolta fondamentale al romanzo, foriera di cambiamento per i Whitman e per la società americana. Bird non può che essere carina e intelligente per ribadire quanto di sbagliato ha preceduto la sua nascita, eppure, condannata a incarnare l’approccio più corretto, è noiosa quanto i protagonisti delle fiabe che non contravvengono mai alle regole dettate loro da fate madrine e maghi aiutanti.
Snow invece sconta colpe figlie di scelte precise della Oyeyemi, che non le consente di avere una propria parte del romanzo né di continuare ad esercitare il fascino dell’idolo pagano, monumento vivente al potere della bellezza dietro cui è impossibile capire quanta consapevolezza e manipolazione ci sia. Peccato davvero perché lo spunto da cui si origina il suo personaggio è di gran lunga il migliore, reso ancor più potente dall’imprevedibile reazione che scatena in Boy e dalla peculiare infanzia che questo comporta.

Boy, Snow, Bird diventa quindi una grande saga familiare ricca di segreti e di peccati che dai padri ricadono sui figli in maniera subdola e ricca d’incomprensione in entrambe generazioni. Il tema dell’identità pone ogni personaggio di fronte al difficile problema della sua gestione: celarla, manifestarla, ignorarla, andarne fieri o vergognarsene?

Helen Oyeyemi riesce persino a coinvolgere un vasto parterre di amicizie e storie di vicinato, che con piccoli tocchi e allusioni raccontano la favola della femminilità in ogni sua piccola sfaccettatura. Nel riverbero dello specchio ci sono le domande che ogni ragazza chiede al suo specchio sulla propria bellezza, il desiderio di un uomo al proprio fianco, la maternità, il rapporto col corpo, col cibo, con i canoni estetici e con le aspettative razziali.

boy-__snow_Altrove queste tematiche doverose e sacrosante vengono mortificate da un ardore politico che mette la storia in secondo piano e rende il lettore oggetto di una lezione impartita con una foga tale da spaventarlo o rendere mortalmente prevedibile la storia. Helen Oyeyemi invece è talmente abile a montare la tensione e i misteri all’interno dei rapporti di sangue tra i suoi personaggi da riuscire a sfruttare queste tematiche per uno dei rari esempi di realismo magico sensato e non dettato da vuoti esercizi di stile, oltre a scene di una bellezza voluttuosa che si riflettono rincorrendosi nello specchio del romanzo: Boy che bacia lo specchio e con il suo aspetto è padrona del suo riflesso, Bird e Snow che con le loro dissonanze dal modello incarnato dalla madre scompaiono dalla superficie riflettente. Persino i tre improbabili nomi delle protagoniste, che paiono davvero un vezzo letterario, si rivelano pregni di significato e più che giustificati, vibranti.

Dopo tanta maestria è quasi doloroso vedere come l’ambizione della Oyeyemi di spingere ancora più oltre il tema dell’identità le faccia sfuggire di mano il gioco degli specchi e dei riflessi. Proprio il pezzo più prezioso, quello di Boy, s’incrina sotto il peso di una rivelazione esagerata, forzata e gestita con una superficialità che mai ti aspetteresti da una persona che sul suo approccio non affrettato a un problema simile ci ha costruito un intero romanzo. Il repentino inquadrare con certezza Boy in un ruolo, quello della matrona che guida il suo clan femminile a fare la cosa giusta, mi è parso incongruente con il comportamento del personaggio fino a poche pagine prima, ma a mettermi più a disagio è stato il modo in cui l’ultima identità rivelata dal romanzo venga liquidata come un errore da correggere, forzando un concetto di femminilità canonico su chi dallo stesso sembra averne derivato per sé e gli altri solo dolore.

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Lo leggo? Boy, Snow, Bird è indubbiamente un libro ben più che peculiare, ma dalle sue stranezze (vuoi per le tematiche inedite o quasi per il lettore italiano, vuoi per uno stile e un intreccio davvero ricercato e personalissimo) ricava un’identità fortissima e distintiva, oltre a una storia con personaggi e immagini memorabili, davvero diversa da qualsiasi cosa abbiate letto sinora. Se la seconda e la terza parte avessero saputo mantenere il livello e le promesse della prima, sarebbe stato eccezionale.
L’edizione italiana è stata pubblicata da Einaudi con la traduzione di Laura Noulian. Ho letto il romanzo proprio in quest’edizione e devo dire che, da quel poco di comparazione che ho fatto, mi è parsa eccellente. Pur non avendo l’eleganza grafica delle numerose edizioni originali, l’immagine di copertina riassume alla perfezione l’atmosfera della storia.

Se avete voglia di approfondire ulteriormente, vi consiglio la lettura di due recensioni che, a differenza della mia, delineano e spiegano chiaramente le tematiche centrali del libro. Una la trovate QUI ed è un’ottima introduzione alla lettura, QUESTA invece al momento è la migliore che io abbia letto su questo romanzo (e mi piace da impazzire l’accostamento fotografico scelto).