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hamlet_posterL’iniziativa di Nexo Digital di celebrare i 400 anni dalla morte del Bardo portando per due giorni nei cinema italiani quello che di fatto è stato lo spettacolo principe della scorsa stagione teatrale londinese è davvero lodevole per tempismo e contenuto, dato che anche in Italia i fan di Shakespeare e quelli di Benedict Cumberbatch non mancano.
La prima categoria rischia però di rimanere parzialmente delusa da quello che di fatto è uno degli adattamenti più lontani dalla materia originale, che sembra pensato con un occhio di riguardo al pubblico cine-televisivo ben prima della sua trasformazione in un evento della rassegna National Theatre Live (la trasmissione in diretta mondiale nei cinema di un evento che si svolge nel teatro londinese).
Dopo essere diventato lo spettacolo teatrale inglese che è andato sold out più velocemente della storia, Hamlet di Lyndsey Turner ha ovviamente attirato su di sé opinioni piuttosto polarizzate e talvolta pregiudizievoli.

Intanto che io tento di fare un po’ di ordine, se il 19 0 il 20 aprile volete andare a vederlo al cinema, potete consultare QUI l’elenco delle sale che trasmetteranno Amleto.

Il primo, imprescindibile quesito a cui bisogna rispondere parlando di questo Amleto è il suo interprete, Benedict Cumberbatch. Da alcuni accreditato come l’attore di questa generazione, da altri liquidato come “nemmeno il più bravo su quel palcoscenico”, Cumberbatch a mio parere gestisce magnificamente una parte che si addice molto alle sue caratteristiche d’interprete. Come abbiamo imparato con Sherlock, è un attore che catalizza immediatamente l’attenzione e ha una scala emotiva molto variegata ed esprimibile con una potenza emotiva invidiabile. Un ruolo così centrale, che non gli richiede di fondersi con il resto del cast ma anzi di primeggiare a suon di soliloqui e monologhi è semplicemente perfetto per lui.
Professo sin da subito la mia profanità in campo shakesperiano ma mi sembra doveroso concedere a Cumberbatch almeno il fatto che, a differenza di una certa parte di attori televisivo-cinematografici, è assolutamente padrone della sua voce, capace di modularla e adattarla alla musicalità della lingua shakespeariana, guidando l’attenzione del pubblico e mantenendola costantemente come ogni serio professionista del palcoscenico teatrale.

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Cumberbatch è solo la punta di un iceberg, perché questo adattamento pesca a piene mani in cinema e televisione per comporre il suo cast. Ciarán Hinds per esempio per me sarà sempre il padre di Dejah Thoris in John Carter e Roy Bland in La Talpa. Qui l’ho trovato un Claudio ben misurato, la cui malvagità sa esplodere solo quando necessario, senza raggiungere picchi eccessivi per il ruolo del tiranno per antonomasia. Anche la Gertrude di Anastasia Hille ha un volto noto, ma forse il personaggio ha qualche problematica in più. A spiccare particolarmente è l’Ofelia di Siân Brooke, nonostante il rimaneggiamento della consecutio temporum dello spettacolo le sottragga parecchi colpi in canna. Mi capita di rado di vedere attori davvero incapaci a teatro, ma Leo Bill con la sua recitazione impostata e la sua spudorata teatralità mi è risultato particolarmente odioso, tanto che quasi quasi sono contenta che gli abbiano negato di pronunciare quel Good Night, Sweet Prince nel finale.

hamlet_posterÈ il rimaneggiamento sia a livello linguistico sia a livello cronologico il pomo della discordia per quanto riguarda questo spettacolo. Gli eventi sono più o meno gli stessi. certo, ma l’ordine di presentazione è molto diverso dall’opera di Shakespeare. Il che di per sé non è necessariamente un male, ma qui ne esce un’opera con un primo atto molto più lungo e denso del secondo. Spostare scene cardine come quella del teschio così presto nell’economia della storia significa in un certo senso svuotarle del significato psicologico che assumerebbero più tardi, così come anche la gestione della coppa avvelenata è poco efficace e ruba a Gertrude uno dei passaggi carne della sua vita.
Anche la lingua ha subito un’attualizzazione più che sporadica, mendata com’è dei passaggi più arcaici, ma anche della musicalità dei versi shakesperiani. Se al post di Eager dici Acid, forse rendi più immediatamente comprensibile che sta succedendo allo spettatore occasionale, persò significa perdere musicalità e ritmo.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, c’è solo da ringraziarli vivamente. In primis l’efficacissima e molto cinematografica scenografia, che riesce nel difficile intento di creare una vera profondità. Il setting, tra scalinate funzionali e funzionanti e un grande tavolo che assume diverse varie valenze (banchetto, e consiglio di guerra)  e fa un spendido paio con i costumi di Katrina Lindsay.
Anche la regia di Lyndsey Turner mi ha lasciato molto soddisfatta, riuscendo a rendere più digeribili le tre ore di durata con tante invenzioni che strizzano l’occhio proprio al cinema. La conclusione tanto agognata del primo atto poi è un esempio perfetto di scena memorabile in cui c’è un utilizzo molto bilancio di effetti speciali e interventi correttivi estetici.

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Lo vado a vedere?  È uno Shakespeare fortemente rimaneggiato e semplificato, che guarda agli spettatori attratti dal nome altisonante in copertina. Insomma più Shakespeare for dummies che il sogno bagnato di un Theathre Goer.
Ci shippo qualcuno? No, scusate ma sono ancora shockata dall’inabilità di Leo Bill, uno dei candidati più papabili. In compenso, come al solito, ecco un father issue gran grosso così.

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