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boybeast1Non starò nemmeno più a fare il solito pistolotto introduttivo su quanto trovi deleteria per la diffusione dell’animazione giapponese in Italia l’ennesima uscita spacciata per “evento speciale” a prezzo maggiorato e per una finestra di tempo così breve che sia autodistruggerà prima ancora che abbiate finito di leggere questo post.
L’ho già ribadito per ogni – singolo – film – dello – studio Ghibli che Lucky Red ha distribuito negli ultimi anni, pratica infelice solitamente accompagnata da un’altra infelicissima scelta che va sotto il nome di Gualtiero Cannarsi.
Con il pensionamento annunciato dal maestro Hayao Miyazaki e un periodo di profonda riflessione per lo studio d’animazione da lui diretto, a farne le veci in campo internazionale è un regista per certi versi vicino allo spirito dei suoi lungometraggi, Mamoru Hosoda.
Dopo La Ragazza che saltava nel Tempo (2006) e Wolf Children (2012), nel 2015 ha dominato il settore in patria con The Boy and The Beast, che troverete solo il 10 e 11 maggio nelle sale italiane. 

Fresco orfano di madre (conditio sine qua non di tutto il cinema d’animazione di qualità, occidentale e orientale), il piccolo Ren sfugge al controllo dei parenti che dovrebbero adottarlo e comincia a vivere come un vagabondo per le strade di Tokyo. Dopo una notte difficile per le strade illuminate di Shibuya, il ragazzino incontra una creatura meravigliosa, un enorme bestia con vaghe fattezze d’orso di nome Kumatetsu. Lo sconosciuto essere chiede a Ren se voglia diventare il suo apprendista. Decisosi ad accettare l’offerta, l’ormai ribattezzato Kyuta segue Kumatetsu nel mondo delle bestie, un universo parallelo dove presto si consumerà una sfida tra i più forti abitanti per aspirare presto alla carica di gran maestro. Seppur tra mille litigi e incomprensioni, i due strani soggetti riusciranno a trovare un’alchimia sfuggente tra allievo e maestro (anche se non sempre è chiaro chi dei due sia chi), in un rapporto che riuscirà a colmare anche altri vuoti delle loro esistenze.

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Narrativamente The Boy and The Beast è un lungometraggio solido ma con poche sorprese, almeno per quanti abbiano una certa familiarità con gli echi del folklore giapponese e cinese che rivivono degli abitanti del Jyutengai, il mondo delle Bestie. Il che non significa che non sia un buon prodotto, anzi. Pur non sorprendendo mai davvero l’appassionato, riesce a fare del suo ancorarsi alla tradizione sia culturale in lato sia cinematografica nipponica un continuum che non gli dona picchi, ma nemmeno scivoloni evidenti.

Liquidata la necessità di introdurre il parallelismo tra mondo umano e bestiario con un onesto spiegone introduttivo in voice over, il film dà il meglio di sé proprio nel Jyutengai, riuscendo nella difficile impresa di non rendere macchiette né il ragazzino protagonista timido e scontroso né tanto meno quel rozzo e facilone di Kumatetsu, che anzi è il vero personaggio “cute” del film (a dispetto del gioco di parole nascosto nel nome di Kyuta, che non si rifà solo al numero 9 ma anche alla terribile pronuncia giapponese di questo aggettivo inglese).
Il film non è altrettanto brillante quando si vede costretto a saldare i conti in sospeso con il mondo umano, ma riesce a portare a casa un finale coerente sia con le premesse che con il tono della storia, azzeccando in pieno una chiusa né troppo drammatica né troppo rassicurante.

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A livello tecnico però questo film mi ha fatto davvero disperare. Guardare questo perfetto connubio di character design semplice ma efficace a livello descrittivo per differenziare i personaggi e un’animazione che prende il meglio dalle tecniche di CG per esaltare e non affossare il colore e il movimento mi provoca uno scoramento interiore tremendo. Non è che gli animatori e gli addetti al chara delle serie animate contemporanee non siano più in grado di fare prodotti esteticamente dignitosi (fatte le dovute proporzioni di budget, s’intende) è che probabilmente pensano davvero che siano davvero fighe queste nanette bidimensionali con rettangoli al posto della faccia e corporature moe da seienne che frequenta il liceo. Per dire.

Dato che sono così lanciata a scatenare le ire dell’otaku medio scassacazzo, continuo a stuzzicarlo dicendo che, a meno di non essere irrecuperabili talebani della lingua originale, questo cast di voci messo insieme da Massimiliano Alto è davvero azzeccato e fa un ottimo lavoro, complice una traduzione&editing finalmente Cannarsi-free che ci fa riscoprire la possibilità di vedere un film d’animazione giapponese parlato in italiano corrente, corretto e comprensibile. Pino Insegno come Kumatetsu è qualcosa di spettacolare.

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Lo vado a vedere? Ci troviamo di fronte a una visione gradevole per l’appassionato ma a un film che per famiglie o spettatori curiosi ma poco avvezzi al genere si potrebbe rivelare una gran bella sorpresa e un enorme stimolo, posto che un’uscita settimanale di 48 ore richiamerà paradossalmente solo quelli che probabilmente lo hanno anche già visto per via alternative. Detto questo, godibile e gradevole, ma non eccellente o eccezionale: va bene così.
Ci shippo qualcuno? Beh dai, non bisogna essere cresciuti a pane e anime per notare qualcosa di fortemente dubbio tra i porco monaco e la scimmia scansafatiche. Poi lo sapete pure voi ormai che gli animali antropomorfi tirano fuori il peggio dalle fangirl.

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