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cannes_manifestoSi è appena conclusa la cerimonia di premiazione che ha delineato il Palmarès della 69esima edizione del Festival di Cannes e io sono qui a scrivere un post che ero risolutamente convinta a non scrivere. Oh my.
La mia scusa ufficiale è che rileggendolo tra un anno, quando finalmente (forse) avrò visto tutti i film vincitori e vinti, mi servirà come gran lezione di umiltà per queste mie posizioni (pre)giudiziali a prescindere che prendo tutti gli anni e di cui poi mi pento quasi sempre (quasi).
La realtà è che mi sento un RANT di quelli potenti affiorare sulla punta dei polpastrelli e quindi perché no, diamoci a un bel post veloce in cui esprimere il nostro disappunto e spettegolare un po’.
Vi ricordo che se invece volete un fare il punto sui film passati in kermesse, il post di presentazione delle pellicole è questo.

Alla vigilia della cerimonia di conclusione si mormorava che la giuria di Mad George Miller, delle sciurette Kirsten Dunst e Valeria Golino e del gitano nordico Mads Mikkelsen avrebbe fatto scelte clamorose e sconvolgenti. Vatti a fidare dei bene informati.
Essendomi fatta un’idea dei film in gara, della ricezione degli stessi e delle dinamiche in corso (il tutto senza averne visto mezzo, purtroppo, per ora) l’impressione è che l’unica cosa in cui la giuria abbia veramente eccelso è il grado di paraculaggine con cui ha operato le sue scelte, di gran lunga più alto di quello gia notevole che regna ormai da anni sulla Croisette.

idanielblakeCroisette che lancia sì grandi esordienti e cineasti di terre lontane, ma che quando si tratta di distribuire palme e palmette sembra incapace di resistere ai suoi cocchi, soprattutto (ma non necessariamente) se fanno bene. Ken Loach si era da subito distinto con il suo ultimo film, tutto umanità piegata dal dolore vs. rigidità strutturale della burocrazia.
L’impressione è che, oltre a mancare di una forte componente innovativa per chiunque non abbia saltato un appuntamento con i Dardenne negli ultimi dieci anni, non fosse nemmeno il film più forte al netto di dietrologie e calcoli in gara.
Bisogna però considerare anche delicati calcoli geopolitici e tante componenti che vanno oltre la dimensione cinematografica pura, certo. E allora non sarebbe stato il caso di premiare qualcuno che una Palma d’Oro non ce l’avesse di già a casa, qualcuno di meno noto, di più giovane (o di più anziano ma ancora ignorato), di più innovativo, con un’idea più dirompente? Davvero sentivamo tutto questo bisogno di ricordare che ci piacciono i titoli sui grandi vecchi che sbaragliano la concorrenza dei giovani e del cinema sociale e impegnato? Spoiler: qui assolutamente no.


Conoscendo il mio amore profondo per Xavier Dolan forse questa mia seconda posteramara constatazione sul Gran Premio della Giuria vi sorprenderà, ma è una mia prerogativa il fatto di essere sempre pronta a ricredermi e di essere ancora più critica verso gli oggetti del mio amore. Può un film essere contestatissimo e divisivo eppure vincere? Certo che sì e anzi, quasi quasi a questo punto avrei preferito si portasse a casa la Palma scatenando un finimondo di polemiche ma dando un segnale davvero forte.
La risposta temo stia nel tiepidissimo applauso dato dal Palais all’annuncio del secondo Gran Premio di Giuria per il ragazzo prodigio del cinema canadese, uno che alla sua età e con i suoi precedenti si poteva tranquillamente permettere di rimanere a digiuno. La commozione e l’emozione erano enormi dopo giorni comprensibilmente difficili per lui, ma purtroppo dal lunghissimo, stentato discorso di Dolan emerge solo l’incapacità di convincerci che anche lui si creda in buona fede.
Un premio che è stato una condanna e non un regalo, perché ora se e quando vincerà la sua, di Palma, dovrà farlo con un film così inattaccabile che non permetta ai detrattori di ricordare questa vittoria forse frutto del suo carisma più che della sua opera. Inoltre non si può non scorrere la pletora di film ottimamente accolti rimasti a bocca asciutta e non storcere un po’ il naso.


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Persone più sagge di me sostengono che un ex-aequo significhi una inconciliabile divisione nella giuria. Sarà, ma il doppio premio alla miglior regia è uno di quelli più meritori ed in linea con quanto percepito dal pubblico. Da una parte trovia Christian Mungiu e il cinema romeno che, con due film apprezzatissimi, ha dato una grande prova di forza qui in Croisette. Dall’altra arriva un film contestato ma nel modo giusto, quello che produce buzz, e un regista che da due anni lavora su quella che è stata la stella di questa edizione. Se vuoi andare contro corrente, è meglio puntare su uno che non ha niente da perdere (e da farti guadagnare) come Olivier Assayas, che zitto zitto si è conquistato anche i suoi bei estimatori.


cannes_thesalesmanFinalmente è arrivato il momento delle dietrologie, a poche ore da io che mi ripromettevo di non cadere negli errori del passato per quanto riguarda la lobby del cinema iraniano. Con il doppio premio Miglior Sceneggiatura e Miglior Attore Protagonista il ritorno di Asghar Farhadi presta splendidamente il fianco alla mia teorica complottistica secondo cui il cinema iraniano che racconta l’Iran ha un occhio di riguardo nei festival perché ci sentiamo in colpa verso gli iraniani in genere.
Con un film che sembra girato con il pilota automatico e con una trama che rende legittimo il sospetto che, come ogni suo film dopo il bellissimo Una Separazione, sia la copia carbone di Una Separazione per tematiche, tempi, tipologia e qualità comunque alta, Farhadi si porta a casa due premi di peso, manco avesse scodellato un capolavoro assoluto. Almeno mi lascia la piccola gioia di rispolverare questa mia tesi dopo aver dovuto ammettere che l’Orso d’Oro a Taxi Teheran ci stava (ma comunque El Club è meglio).


AMERICAN_HONEY_TEASER_1SHEET.inddCon il Premio della Giuria di American Honey di Andrea Arnold e quello alla Miglior Attrice Protagonista per Ma’ Rosa di Brillante Mendoza (che non avevo visto assolutamente arrivare) la giuria tenta di mettere una pezza al solito Palmarès dominato da uomini, in larga parte cineasti caucasici di influenza europa. Nice try, diremmo su Tumblr.
Dato che si è deciso di premiare questi film, alla Arnold sarebbe dovuto toccare un riconoscimento più pesante, che le valesse da consacrazione. Questo per coerenza con un’edizione del festival che a livello registico e attoriale è stato femminile, molto femminile, nonostante i pochi spazi concessi. Suona come un contentino a due film che univano autorialità, sofferenza sociale alla Loach, attenzione all’incomunicabilità del disagio giovanile alla Dolan e che però non vedevano una donna attaccata che viene difesa e vendicata da un uomo (oh, due film sui cinque che finora ho citato hanno questa trama!) ma donne che sono attive, che non nascondono i loro pesanti segreti, che la loro vendetta o la loro libertà se le prendono da sole. Senza nemmeno bisogno di frugare tra il ben di Dio che è stato ignorato da tutto il Palmarès. E non mi riferisco solo alle camerierine lesbiche asiatiche, pensa un po’ (anche se non vedo l’ora!).

Se pensate che esageri, considerate come è andata l’anno scorso a Carol e Mustang, per dirne due. Ci risentiamo l’anno prossimo!