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songofsea0Tra lo strapotere del blocco Disney/Dreamworks e il vuoto lasciato dall’addio volontario di una figura carismatica e irripetibile come Hayao Miyazaki, sembra che a livello internazionale l’attenzione del pubblico per quanto riguarda la produzione cinematografica d’animazione sia un affare quasi esclusivamente statunitense e generato a mezzo di computer grafica.
La realtà è molto diversa e, lontano dalla mecca geografica del cinema più visto del mondo, si muovono una marea di microcosmi che provano ogni anno come la realizzazione tradizionale e analogica di un lungometraggio animato sia tutt’altro che una forma espressiva superata e incapace di scatti di creatività, oltre che capace di diventare economicamente remunerativa.
Ne sa qualcosa Tomm Moore, sceneggiatore e regista di film d’animazione non noti al grande pubblico, ma capaci di riservarsi un proprio spazio sulla scena attuale del genere e, con questo ultimo La Canzone del Mare, conquistarsi una nomination a un premio Oscar comunque inarrivabile, per questioni spesso tutt’altro che artistiche.

Se a livello di major il modello di business guarda indubbiamente a quello raffinato negli anni da Disney Pixar (un’entità ormai quasi indistinguibile) senza necessariamente aspirare alla stessa profondità concettuale, per il cinema d’animazione indie l’ispirazione inevitabile sembra continuare ad essere lo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki. Forse invece sarebbe più corretto dire che per il mercato italiano è già complesso e pericoloso lanciarsi nella distribuzione di un film animato chiaramente per bambini, figurarsi se non ci fosse in locandina un chiaro richiamo stilistico al maestro giapponese o a quello dei solidi franchise disneyani.

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C’è un mondo là fuori in cui l’animazione può essere stramba, adulta, trasgressiva, o quantomeno esulare da un messaggio ambientalista e familista, ma al momento non c’è posto per questo genere di prodotto in Italia.
Non che sia una colpa di Song of the Sea, che invece è un gioiellino che scalda il cuore sia a livello tecnico che narrativo. Ultimamente capita davvero di rado di vedere un film che si rivolge con tanta attenzione al pubblico dei bimbi (anche a quelli in età prescolare) con una storia e non la mezza idea di vendere un prodotto.

Se per atmosfere è praticamente contiguo al precedente The Secret of Kells, Song of the Sea utilizza leggende folkloristiche irlandesi e creature fatate della verdissima isola per parlare ai bimbi di un argomento a loro molto vicino, la gelosia che spesso genera l’arrivo di un nuovo membro nella famiglia.

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Ben è sottoposto a un cambiamento piuttosto traumatico con l’arrivo della sorellina Saoirse: prima lui e i genitori erano un trio perfetto e la madre gli raccontava fiabe e canzoni tutte le sere, ora la mamma è scomparsa, lasciando dietro di sé una sorellina che non parla e che sembra la sua copia identica.

Se il pubblico di riferimento è quello dei piccoli, la raffinatezza dell’esecuzione, la cura estetica di certi dettagli (le civette che introducono lo spezzone cittadino, le foche che creano eleganti figure a cornice delle scene) e il messaggio ancora una volta ambientalista garantiscono a genitori al seguito o appassionati di animazione una visione altrettanto gradevole. Insomma si finisce per provare un po’ d’invidia per il piccolo Moore, per cui il papà sceneggiatore e regista ha creato questo film, affinché quelle preziose leggende apprese dalla nonna sulle selkie e altre creature mitologiche della sua infanzia (e di tante generazioni irlandesi prima di lui) non vadano perdute e anzi si diffondano nel mondo.

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Lo vado a vedere? La Canzone del Mare è l’ancora di salvezza per le famiglie con prole al seguito in una settimana di uscite destinate al pubblico adulto e una buona occasione per recuperare una gran bella prova d’animazione per gli amanti del genere che però probabilmente avranno già provveduto al tempo degli Oscar 2016.
Ci shippo qualcuno? No.

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