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louder-locandinaÈ estate gente. Le ascelle si pezzano, le ferie si avvicinano e i distributori italiani cercano disperatamente quei quattro film passati in concorso a Cannes 2015 che non sono ancora riusciti a piazzarci. Ammosciato da un titolo che più random di così non si può, Segreti di Famiglia arriva in Italia dopo essere passato in concorso due anni fa sulla Croisette e aver attirato la mia attenzione per il bellissimo manifesto ruffianissimo con le cheerleader volanti qua a fianco.
Per una volta ci avevo visto giusto e nemmeno sapevo quanto: il bello del debutto in lingua inglese del regista norvegese Joachim Trier è racchiuso in un paio di scene laccatissime come quella di cui sopra, disperse in un mare magnum di compiaciuta autorialità che davvero lascia poco o niente nel post visione.

Per una volta la scelta anonima (e tra l’altro già sfruttata da molteplici film del passato) dei titolisti italiani rende forse di più la sostanza dell’accattivante, evocativo titolo originale Louder Than Bombs. Questa citazione dei The Smiths (nume musicale tutelare del cinema indie che si prende sul serio da 500 Days of Summer in poi) è tanto promettente sulla carta quanto lontana dalla realtà di un film sul lutto che si ritrova a combattere soprattutto con la sua cronica mancanza di mordente.

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Di louder in questo film drammatico non c’è davvero niente, né a livello narrativo né tantomeno a livello emozionale, constatazione che quasi fa rivalutare certi drammi familiari urlatissimi che tanto hanno spadroneggiato nel cinema italiano. Qui siamo in una perenne nota monocorde di confronto e scontro tra i tre protagonisti maschili del film, un marito vedovo e due figli (uno in procinto di diventare padre e l’altro adolescente genio incompreso dalla delicata sensibilità). I tre si ritrovano per la prima volta dalla morte della moglie e madre nella stessa casa e inevitabilmente finiscono per scontrarsi. Il punto di frizione è il vuoto pneumatico che la donna ha lasciato e attorno a cui ruotano i suoi uomini, divisi sulla valenza interpretativa della sua vita e della sua morte.

Isabelle Huppert vive attraverso una costellazione di flashback che punteggiano il film, attraverso cui viene restituita nelle tante sfaccettature di moglie, madre, amante, personaggio pubblico, fotografa di guerra e donna fragile. I figli e il marito da una parte hanno influenzato più o meno consciamente una decisione che sembra essere più un suicidio intenzionale che un incidente stradale, pur non esistendone una prova certa, dall’altra vivono i loro rapporti attuali alla luce di quello ormai perduto con la donna.

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Sulla carta questo tentativo di analisi del secondo stadio del lutto, quello in cui ti rendi conto che la persona perduta ha lasciato dietro di sé delle domande a cui non potrai mai (più) rispondere, promette una pellicola emozionante e palpitante, ma l’esplosione della bomba di sentimenti e incomprensioni si sente sempre in lontananza, ovattata da un film privo di ritmo e mordente. Jesse Eisenberg e Gabriel Byrne fanno per che possono per dar vita alla versione autoriale di personaggi stereotipati e insopportabili (il marito gentilmente ricattatore e il padre in crisi esistenziale) e quel poco di buono che proviene dal vissuto adolescenziale senza filtri del personaggio di Devin Druid viene annacquato da una regia incapace di capitalizzare sulle sue scene forti e indecisa tra la fredda dissezione del sentimento e l’abbracciare appassionatamente il sentimento dei personaggi.

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Lo vado a vedere? Arrivato fuori tempo massimo e mai davvero rilevante, Segreti di Famiglia è il film in concorso di Cannes 2015 che ci scorderemo più velocemente, pur essendo l’ultimo approdato in Italia.
Ci shippo qualcuno? No. 

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