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itfollows_posterQuando mi chiedevo basita se mai avremmo finito si parlare dei film di Cannes 2015 non mi aspettavo certo la settimana successiva di dover rispolverare la selezione dell’annata ancora precedente, ma It Follows gode di uno status così alto che, per una volta (o per due, dato che questa settimana esce anche Tom at the Farm, il mio film preferito di Xavier Dolan), è davvero il caso di gioire per avere l’insperata possibilità di vedere pellicole davvero di pregio su grande schermo.
Essendo cronicamente incapace di sopportare la tensione e la paura al cinema, sono particolarmente selettiva nel settore horror e tutti gli anni finisco per recuperare solo pellicole così osannate da entrare nel novero dei film migliori dell’annata in generale e non solo per quanto riguarda il settore specifico. Insomma, la mia conoscenza è limitata ma qualitativamente alta e devo dire che sì, It Follows è davvero uno dei film spaventevoli più belli dell’ultimo decennio, oltre che ad essere un gran film in sé.
A fine visione avevo già messo David Robert Mitchell, regista e sceneggiatore della pellicola, tra i miei sorvegliati speciali. Se il film infatti funziona a un livello davvero non comune (senza nemmeno tirare in ballo un budget ben più contenuto di quello che le immagini suggeriscono) è per la qualità di scrittura e di realizzazione e il perfetto bilanciamento tra una premessa tanto semplice quanto efficace, forse la miglior arma nelle mani di un film horror.

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Sta tutto lì, nel titolo: c’è un qualcosa che ti segue. Alla protagonista, una ragazza di nome Jay che vive nella parte borghese di Detroit, viene spiegato tutto in meno di un minuto. Ha deciso di avere un rapporto sessuale con il fidanzato, Hugh era perseguitato da questa cosa e se ne è liberato inducendola a fare sesso con lui. Lei potrà fare lo stesso per liberarsene, mentre se soccomberà la maledizione tornerà ancora una volta al proprietario precedente.

Questa cosa assume forma umana, di sconosciuti o persone care. Cammina a passo lento ma continuo, non corre, non parla, non interagisce: cammina in linea retta verso di te. Ti segue e ti troverà, sempre. Se ti afferra, ti ucciderà.

Pare che la premessa del film nasca da un sogno ricorrente che Mitchell, regista statunitense al suo secondo lungometraggio, faceva da giovane. Basterebbe un’idea semplice ma efficace come questa per tirar fuori un buon film di spaventi e urla, ma It Follows è molto più che buono, perché si prende anche il disturbo di fare tutto dannatamente bene: la colonna sonora di Rich Vreeland è forse l’elemento migliore di un film fenomentale, davvero qualcosa di magnifico e al livello dei momenti speciali tra David Fincher e Trent Reznor e Atticus Ross. La fotografia molto contemporanea di Mike Gioulakis non solo restituisce una sensazione nuova nel perlustrare la periferia americana del nuovo Millennio, ma aiuta il film a sembrare più ricercato e costoso di quanto in effetti sia.

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Non si può poi ovviamente trascurare la regia stessa, che fin da subito riesce a  trovare un miracoloso equilibrio tra efficacia e stile, evitando ogni volta di cadere nell’autocompiacimento e concentrandosi sulla ricerca di un’identità specifica che si solidifica nel film. Inquadrature inconsuete esasperano la percezione di spiare Jay e il suo gruppo di amici alle spalle, salvo poi essere contrapposte a queste lente panoramiche a 360° che ci rendono parte attiva nella ricerca dell’inseguitore e fanno schizzare la tensione quando ci rendiamo conto che siamo gli unici ad aver già individuato il pericolo in avvicinamento.
A schizzare non c’è molto altro, perché It Follows non vuole (o forse non ha bisogno) di ettolitri di sangue o torture viscerali per costruire un solido carico di tensione, riuscendo a farlo con la sua efficacia stilistica: un approccio d’altri tempi (è la regia, non le immagini, a veicolare tensione) ma con un’impronta davvero contemporanea. Senza nemmeno tirare un ballo aspetti meno immediatamente percettibili ma ugualmente eccezionali, come un production design che se ne esce con l’e-reader più bello mai concepito, un pezzo così iconico che, oltre ad attirare l’attenzione del pubblico, fa sorgere spontanea una domanda: perché nessuno ha ancora creato nulla di simile?

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La seconda regola che Mitchel segue e si guarda bene dall’infrangere è quella di tratteggiare il significato del suo incubo personale, senza però imporre in maniera esplicita una spiegazione.
Il dettaglio più intrigante del film, quello che farà scrivere fiumi di tesi di laurea e accapigliare i realizzatori di video essay è: cosa rappresenta l’inseguitore di It Follows? Qual è la metafora?
La risposta più ovvia, soprattutto se fossimo negli anni ’90, sarebbe l’AIDS, o più in generale le malattie sessualmente trasmissibili.
Il film però scava già di suo molto più a fondo di così, dando un brusco aggiornamento nel campo di 2 rappresentazioni canoniche del genere horror: l’adolescenza e la provincia americana.

Prendiamo i giovani protagonisti, sull’orlo dell’età adulta ma ancora impegnati a trascorrere lunghi pomeriggi di nulla, ciondolando, leggendo, chiacchierando. Non sono gli irrimediabili, inassolvibili fessi di grande uso e abuso nell’horror, sono ragazzi che lasciano suggerire ora una vena di conformismo, ora una sensibilità più profonda, senza che le loro citazioni colte de L’idiota li spingano mai nel territorio dell’autoconsapevolezza hipster.
Sono insomma il frutto della periferia in cui vivono, sicura e amorevole come ci aspetteremmo, eppure marcata da una linea invisibile ma nettissima, che divide la città bene dalla distesa infinita di degrado e malessere che, non a caso, è incarnato proprio dalla Detroit post 2008. Il cuore borghese di Detroit è una casa con le porte e i vetri chiusi e le lattine appese per cogliere ogni intromissione. Jay è l’inquieta protagonista di un coming of age orrorifico in cui la relazione tra eros e thanatos sembra sfociare nella presa di coscienza di un memento mori, una vaga inquietudine esistenziale, una crisi sospesa che dapprima fa terrore e poi s’impara a tenere a bada, guardandosi alle spalle e tenendosi per mano. Non è forse questo che significa, diventare adulti?

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Lo vado a vedere? Mi trovo d’accordo insomma con entrambe le affermazioni fatte da un certo signor Tarantino su questo film è una delle migliori pellicole del 2014 ma manca di arrivare ad essere un grande film (anche se davvero di poco), perché purtroppo almeno un paio di volte tradisce le premesse basilari che si è posto, rendendo la storia incoerente e lo spettatore a disagio di fronte a una promessa non mantenuta. Appena uscirà la Criterion, sarà mio.
Ci shippo qualcuno? No.