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tarzan_posterVerrebbe da chiedersi cosa possa aver spinto Warner Bros a riesumare il più problematico degli eroi ideati un secolo fa da Edgar Rice Burroughs dopo la rovinosa caduta del collega John Carter, oggetto di una modernizzazione per altro davvero riuscita anche se sostanzialmente ignorata.
La risposta però ce l’ha data proprio Disney questa primavera. La Casa del Topo nel 2012 avrà anche ucciso il capitano Carter in una fratricida lotta di potere interna, ma questa primavera con una storia che condivide l’incipit con il re della Giungla (bambino nato in un ambiente naturale pericoloso viene salvato e allevato dagli animali) ha messo a segno una delle migliori performance dell’annata.
A parte un target più adulto di quello di Il Libro della Giungla, cosa ha portato The Legend of Tarzan al tonfo negli Stati Uniti? È davvero finita l’era degli eroi di Burroughs?

La risposta alla prima domanda è intrinseca nella natura di Tarzan, lord inglese cresciuto dalle bestie ma pronto a regnare sulla giungla e sugli abitanti neri della stessa: è un sovrano, superiore fisicamente e moralmente, non un altro anello della catena alimentare.
Per tutta una serie di ragioni letterarie, Tarzan è una fonte problematica, molto più problematica dello stesso John Carter, contenendo un’eroina, Jane, dalla personalità di un candelabro (e non uno affascinante come Lumiere) e interi passaggi che non si limitano a sfiorare il razzismo.

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Non è che Warner Bros non abbia intuito la trappola e anzi, ha finito per uccidere ogni qualsivoglia ritmo della pellicola nel tentativo tortuosissimo e davvero troppo lungo di arrivare a Alexander Skarsgård che si libra sulle liane senza offendere nati africani, femministe e qualsiasi altro obiettivo sensibile di un film del genere.
Questa infatti non è una origin story perché Tarzan da titolo è già una leggenda, si fa chiamare John, è sir e vive con la sua Jane a Londra.
Con tutta una serie di buone intenzioni a sfondo coloniale il cattivo putativo della storia, ovviamente interpretato da un Christoph Waltz il cui lato villain stereotipato ha preso il sopravvento sulla sua vita e sul suo talento, Tarzan è costretto a tornare in Congo e confrontarsi con gli spettri del passato e con la sua natura di selvaggio civilizzato. Ora, al solo raccontarlo sto evocando una profondità che nel film è completamente assente, sostituita dalla noia e da alcuni abbraccioni coi nativi francamente imbarazzanti.

LEGEND OF TARZAN

Non c’è speranza di assoluzione per questo Tarzan bianchissimo e biondissimo al fianco della sua bionda e bianchissima Jane, soprattutto se la loro spalla nera obbligatoria è quella a cui i due caucasici e bellissimi attori spiegano come si vive e sopravvive in Africa, innescando una spirale discendente di buone intenzioni naufragate nel macchiettistico. Arriviamo poi al paradosso se consideriamo che Samuel L. Jackson, la spalla nera obbligatoria a cui i bianchi insegnano a essere africano, per esigenze di copione finisce subito comodamente incasellato non come “il nero” ma come “lo statunitense” della situazione. Rimangono poi manciate di indigeni super amichevoli e sempre pronti a intonare canti e danzare felici.

Sulla questione dell’attualizzazione di Jane, sarei curiosa di capire dove abbia avuto luogo. Di fatto lei passa buona metà del film a urlare il nome del suo amato nella speranza di essere salvata: il fatto che sputi in faccia al suo rapitore, sappia nuotare e sia un po’ saccente non è che la renda esattamente la Dejah Thoris scienziata, guerriera e refrattaria al matrimonio e ai vestiti sexy della situazione. Contando che Linn Collins era di origini native e a Margot Robbie è stato chiesto di perdere peso (quella che vedete è la versione secondo loro eccessivamente in carne, a cui la Robbie ha risposto LOL NO, continuo a mangiare grazie), direi che è meglio calare un pietoso velo.LEGEND OF TARZAN

Non che nella stessa sceneggiatura mancassero liane a cui appendersi per dare slancio e profondità alla storia: Tarzan appare incredibilmente malinconico e perseguitato dai suoi demoni sia a Londra che in Congo, se qualcuno si degnasse di farci attenzione. Anche il suo rapporto con Jane potrebbe essere arricchito portando beneficio al film e alla sua eroina, certo che se il problema è stato tagliare le scene di sesso più appassionate come dichiarato in questi giorni, allora abbiamo la cifra dell’intera operazione in gioco.
Prendere un eroe noto per la sua ferinità e incaprettarlo in una struttura in cui sia ordinato, civile e che non spaventi mai troppo rating e spettatore…ma allora perché scomodare Burroughs?

La risposta alla seconda domanda è che vedremo tentativi di portare gli eroi di questo scrittore al cinema finché la generazione di cineasti cresciuti con queste storie tenterà di farlo (il che spazia su parecchi decenni, da Lucas a Stanton).
Il problema rimane quello di attualizzarli senza però cadere nel compromesso contemporaneo, mantenendo viva la loro carica vitale, destabilizzante, che suscita meraviglia e convincere il pubblico che valga la pena seguirne le gesta.
La mia impressione è che gli studios di oggi siano così inamidati da essere a disagio persino di fronte a personaggi di inizio Novecento che abbiano un minimo di carica sovversiva. Gli riesce più difficile scendere a patti con la loro vitalità sessuale che con il loro razzismo e sessismo, il che non è per niente lusinghiero.

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Lo vado a vedere? No. In questo caso il problema non è certo Burroughs, che a differenza degli studios di oggi non ha avuto mai paura di percorrere fino in fondo le sue premesse, con personaggi straordinari e spesso oltre il comune sentire e pensare.
Ci shippo qualcuno? No ma qui arriviamo al colmo, perché Yates pare abbia detto che da qualche parte nel film c’era una scena in cui Waltz baciava sulla bocca un Tarzan incosciente, il che apriva ampie prospettive per un cattivo un po’ meno retorico, una rappresentazione di Tarzan come uno dei tanti oggetti depredati per il piacere e il consumo dell’uomo occidentale, senza contare beh, l’ovvia risposta alla domanda in coda ad ogni mia recensione. Ovviamente però la scena è stata tagliata perché lascia perplesso il pubblico dei primi focus test. Molto meglio annoiarci a morte dall’inizio alla fine, assicurandosi che anche la scena più epica che chiude il film venisse ampiamente anticipata e spoilerata dal trailer. Gran bel lavoro.