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ghostQuando la situazione si fa così difficile da doverti quasi imporre un lungo preambolo che tocca solo di striscio questioni cinematografiche, è meglio partire dalla cose semplice.
Ghostbusters targato 2016 è un bel film che consiglierei? No, è un film per molti versi sciatto e sicuramente trascurabile. Si tratta di un reboot/remake all’altezza dello storico film del 1984, considerato una delle migliori commedie statunitensi di sempre? Ovviamente no.
Il punto sta forse nel proiettare queste due domande fondamentali su tutta una sequela di reboot e remake che abbiamo visto questi anni e chiedersi perché, a fronte di risultati simili (o francamente anche peggiori) non si è assistito a una sollevazione popolare che ha colpito questa pellicola.
Le derive violente, sessiste e razziste di sorta che hanno colpito i membri del cast sui social ovviamente vanno semplicemente bollate sotto l’etichetta di internet sucks, humanity sucks e messe da parte.
Negare però che la pietra dello scandalo, a livelli più o meno veementi, sia scoppiata anche e perché al posto dei quattro storici acchiappafantasmi ci sono quattro volti femminili simbolo della comicità statunitense di oggi significa ignorare una serie di numeri oggettivi e importanti, come la sequela di recensioni fioccate su ogni sito “influencer” dopo le prime anteprime in numero spropositato rispetto alla capienza dei due eventi riservati alla stampa. Chi ha fatto lavoro di fact checking ha velocemente considerato come il numero di commentatori maschili fosse insolitamente alto e avesse un voto in media sensibilmente più bassa rispetto alla controparte femminile.
Qui è intervenuta Sony, rea di aver mal gestito una campagna promozionale che era chiaramente “sensibile”, facendo crisis management corsaro e trasformando la promozione di un film mediocre in uno scontro da guerra dei sessi a cui, purtroppo, si è prestata anche parte della critica liberal, manifestando entusiasmi difficilmente giustificabili e difendendo un simbolo senza recensire un film.

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Nella mia piccola ma ormai cospicua indagine sul brutto cinematografico (che spesso lo spettatore medio pensa di fare ma in realtà ignora come tutta una serie di pellicole che lui scarta a priori siano comunque la fuori a fare media e ridefinire lo spettro di bruttezza cinefila) posso testimoniare che da mediocre quasi sufficiente a brutto apocalittico che ti fa pianger sangue, questo film si assesta su un solido brutto bruttarello con qualche singulto d’interesse. Se solo avesse avuto dalla una sceneggiatura ben scritta (senza bisogno di essere geniale, semplicemente un prodotto da bravo mestierante) sarebbe risultato un prodotto godibile e punto.
Invece curiosamente Ghostbusters arranca proprio nell’apertura, a fronte dei primi 20 minuti quelli sì, terribili, incapace di introdurre con naturalezza una contestualizzazione alla storia e ai personaggi e affidando l’imbarazzante compito di pronunciare quelle quattro cavolate che gli sono venute in mente alle povere Melissa McCarthy e Kristen Wiig.

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I personaggi a cui non si richiede grande realismo e che vengono introdotti successivamente, vedi Kate McKinnon e Leslie Jones, hanno vita decisamente più facile. Il film purtroppo non è nemmeno in grado di far brillare le sue protagoniste senza svilire i pochi ruoli maschili presenti, triste circostanza di cui comunque sarebbe paradossale lamentarsi in un mondo di isolate donne in cast all male destinate all’infelice ruolo di love interest. Almeno in questo cliché Ghostbusters 2016 non ci casca e anzi, pian piano prende corpo e riesce a piazzare qualche passaggio divertente. A rubare la scena a tutte è l’incarna (e in che carne) dell’onesto mestierante per antonomasia nella Hollywood odiena, Chris Hemsworth. Se da una parte ha il personaggio indubbiamente scritto meglio e protagonista della sequenza più vivace e costosa, dall’altra anche considerando quanto sia cresciuto dai tempi di Quella Casa nel Bosco è comunque sorprendente la naturalezza con cui fa sua la parte del bello e fesso in modo assurdo, con tempi cominci assolutamente perfetti e un’aria di grande affabilità tutt’attorno.

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Pur trovato a un certo punto un suo ritmo e riservando anche qualche battuta ben piazzata (e gli estimatori di Spy su questo punto non possono fare marcia indietro, perché quello il registo è), il film non dà mai davvero vita alle figurine di carta che chiama personaggi, aggiungendoci poi tagli grossolani ad alcune storyline di cui le tracce sono palesemente presenti, lasciando per esempio a McKinnon in balia di un crescendo vero un outing pianificato e presentato, ma che di fatto non c’è.
Aggiungiamoci effetti speciali curati il minimo e figli del digitale e sottraiamo qualche punto per una colonna sonora indifendibilmente svogliata, che si limita a prendere il motivo originale e storpiarlo come nemmeno la più vetusta delle applicazioni audio di Windows 95 e avremo un film trascurabile e dimenticabile, ma nemmeno lontanamente problematico come altri recenti eccidi dello spirito degli splendidi anni ’80.

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Lo vado a vedere? No, perché mai? Però la reazione di completo distacco e disinteresse sarebbe quella di chi non lo vede, non di chi si lancia a caccia di un torrent per poi poter partire alla carica. Just saying.
Ci shippo qualcuno? No, perciò usiamo questo spazio per ribadire quale meraviglioso eye candy born in the Usa sia Cricethor Hemsworth in questo film e, per le gerontofile, chiediamoci quanto sia grande la villa che Charles Dance si deve essere comprato per accettare ruoli così defilati in disastri così conclamati.