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locarnolocandinaNegli ultimi dieci giorni sono stata per la prima volta al Festival di Locarno e, altro debutto, da accreditata per la stampa! Yay! Non è certo il mio primo festival cinematografico, ma viverlo da professionisti è molto diverso: si hanno più possibilità e privilegi, ma anche più responsabilità, prima tra tutte trovare il tempo di vedere i film ma anche di recensirli per la testata che ti ha inviato sul posto.
Aggiungendoci che l’ho vissuto da pendolare mentre continuavo a seguire le proiezioni milanesi di uscite come Suicide Squad e Il Drago Invisibile, posso dire che è stato tanto soddisfacente quanto stancante. Insomma, per quanto sia paradossale il tesserino della stampa al collo restringe un poco la possibilità di visione giornaliera, anche se non posso lamentarmi, dato che mi è anche riuscito di vedere il film vincitore del Pardo d’Oro, perché è quella la parte più difficile: tentar di non mancare proprio il vincitore.
Avrei voluto recensire tutto e subito ma tra il carico di lavoro e la consapevolezza che scarsa parte di quanto visto approderà a breve in Italia, ho deciso finché ancora fresca di visione di darvi una recensione volante e spiccia in un unico post. Il consiglio è comunque di darci un’occhiata, perché ci sono almeno un paio di pellicole interessanti.

Per The Girl with All the Gifts, film che sicuramente arriverà da noi e sicuramente interessa anche gli appassionati del lato letterario del blog, ne riparleremo in maniera approfondita e a breve, promesso! QUI invece trovate il sunto del Palmares!

Godless di Ralitza Petrova

godless_posterbPotrei vantarmi della mia spiccata sensibilità notevole botta di culo che mi ha portato a vedere il film bulgaro vincitore del Pardo d’Oro, ma è bastato seguire la presentazione del direttore artistico a Milano per capire che era una film da tener d’occhio. Alla vigilia non era tra i favoriti perché si è rivelato piuttosto divisivo tra la stampa, ma sfido chiunque a vederlo e a indovinare che Ralitza Petrova (la vincitrice di una folta schiera di registe in gara, con una quota rosa che sbugiarda Cannes e soci) abbia alle spalle solo tre cortometraggi.
Sia chiaro, come suggerito dalla locandina, è un film PESO in puro stile festivaliero, di quelli che per arrivare al loro cuore narrativo ed emotivo devi farti strada tra dura desolazione e squallore, in questo caso di matrice URSS. Come la Romania ritratta a Cannes da Bacalaureat e Sirenevada, siamo di fronte a una nazione dal tempo sospeso, orfana del comunismo e incapace di lasciarsi alle spalle un losco traffico di criminalità, corruzione e ingiustizie per abbracciare concretamente il nuovo regime democratico. Irena Ivanova, premiata per la sua interpretazione da protagonista, è Gana, un’infermiera che assiste anziani a domicilio e arrotonda sottraendo loro i documenti d’identità, per poi rivenderli alla criminalità locale come base per truffe e raggiri. Se il girato in 4:3 sfrutta i rari campi lunghi in 16:9 per restituirci una Bulgaria davvero senza dei  e in cui abbracciare le proprie emozioni è quasi sempre mortale, la Gana di Ivanova resa ottusa e anaffettiva dalle droghe e dallo squallore circostante dà una grande lezione di recitazione con minimi imput e grande intensità.

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[la recensione estesa su MondoFox]

Stefan Zweig: Farewell to Europe di Maria Schrader

StefanZweig_PosterbForse il film che mi è piaciuto di più tra quanti sono riuscita a vedere e probabilmente quello meglio bilanciato tra componente autoriale e facilità di fruizione per un pubblico non festivaliero.
La Germania vive da qualche anno un periodo davvero brillante a livello cinematografico e a Locarno è stata anche protagonista delle retrospettiva, dedicata alla produzione del blocco di Berlino Est nel dopoguerra. Certo che di fronte a un film splendidamente prodotto e perfettamente bilanciato come Vor der Morgenröte è davvero dura non essere invidiosi.
Il soggetto è canonico, eppure trattato in maniera squisitamente contemporenea: è si la biografia dello scrittore mitteleuropeo per eccellenza Stefan Zweig, ma come si usa oggi copre solo una parte molto contenuta della sua vita, gli anni finali trascorsi in esilio nelle Americhe, lontano da un blocco austrotedesco dove imperversa l’antisemitismo. Anzi, non è nemmeno un racconto lineare, quanto una serie di tableau cinematografici che mostrano lo scrittore in movimento in scene che sembrano veri e proprio affreschi per composizione e bellezza dell’immagine.
Maria Schrader, altra cineasta a tutto tondo che cura regia e sceneggiatura, ha un bilanciamento invidiabile tra mosse di spiccata autorialità e leggerezza di tocco, con una ripresa di chiusura pacata e fulminante, la migliore del festival e tra le più memorabili del 2016. A differenza di altri colleghi maschi ben più blasonati per il loro spiccato estetismo, il suo ritratto di Stefan Zweig non si lascia mai dietro l’umanità di un personaggio descritto attraverso momenti ed eventi quotidiani e mondani, grazie a cui lo valutiamo come scrittore, esule, padre, marito e sopravvissuto all’eccidio che si consuma lentamente tra i suoi amici ebrei rimasti in Europa. Le due star teutoniche Barbara Sukowa e Josef Hader fanno il resto.
Nazismo, biopic, persone anziane, autorilità contenuta e glamour europeo: se i tedeschi sono abbastanza furbi da nominarlo, rischiano di arrivare almeno in long list per l’Oscar al Miglior Film in lingua straniera.

[la recensione estesa su MondoFOX]

Afterlov di Stergios Paschos

Scampare alla sindrome dello studente appena uscito dalla scuola di cinema che ti vuole far vedere tutta la sua rivoluzionaria bravura e tira fuori un film sbrodolato dove il troppo storpia è l’eccezione, e non la regola. Ma anche io, quando la fetta hipster alternativa locale mi ha parlato un gran bene di questo film greco a firma Stergios Paschos, ma cosa sono andata a fidarmi?
Io da  Afterlov, storia di un giovane squattrinato che progetta di chiudere l’ex in un appartamento di lusso finché non gli rivelerà i veri motivi della loro rottura, mi aspettavo un crescendo drammatico e violento. Invece è più o menouna commedia (anzi, una dramamedy) e ci potrebbe anche stare, se non fosse che i due interpreti sono gli alter ego del sceneggiatore e regista che si sente sempre tremendamente profondo e intelligente. La tanto chiacchierata scena di sesso sarebbe vivida se non indugiasse a trastullarsi parecchi minuti più del dovuto, senza nemmeno tirar in ballo un personaggio femminile che oscilla tra la manic pixie dream girl e la proiezione dei desideri di un uomo che ama trastullarsi nell’idea che le donne siano creature misteriose. E non è nemmeno il mio imperituro odio per chi va ai festival e non caga fuori uno straccio di locandina per la stampa, giuro. Pietà. NEEEEXT.

The Future Project di Nele Wohlatz

elfuturoperfecto_locandinaUno dei film della sezione Cineasti del Presente (opere prime e seconde) più amati a poche ore dalla proiezione stampa è stato senza dubbio El Futuro Perfecto. Altra regista e qua e là ancora ingenuità da esordiente, ma il film di Nele Wohlatz centra un tono comico davvero peculiare, un po’ surreale e un po’ naif, senza dimenticare la sua protagonista, Zhang Xiaobing: più che l’attrice, il volto perfetto per il ruolo, capace di incarnare alla perfezione l’impressione superficiale che proviamo di fronte all’immigrata cinese incapace di esprimersi nella nostra lingua nelle interazioni quotidiani e lavorative e poi di portarci oltre, dentro la sua mente e il suo cuore.
L’elemento più prezioso nel buffo e inventivo metodo con cui seguiamo l’apprendimento dello spagnolo di Xiaobing, 17enne appena sbarcata in Argentina, è di seguirne la vita intima e familiare (compresa di pressioni e contraddizioni delle comunità cinesi all’estero) senza che lei perda quel modo di fare gentile ma fermo proprio della sua cultura.
Gli ultimi 20 minuti sono un peccatuccio da cineasta che vuole essere profondo e metaforico, ma dato che siamo tutti un po’ gattari e che i suoi compagni di classe sono tutti adorabili, glieli perdoniamo. Fun fact: all’uscita della sala tutti a discutere della valenza della suddetta metafora che chiude il film, per dire quanto era un tantino piantata lì a forza.

The Dreamed Path di Angela Schanelec

Der_traumhafte_Weg_locandinaA proposito di reazioni all’uscita dalla sala: subito dopo Der traumhafte Weg io e la buona parte pubblico abbiamo frugato nella borsa, tirato fuori il catalogo del Festival e riletto la sinossi per tentare di capire cosa diavolo fosse successo durante il film.
Ancor prima di un film sbagliato, The Dreamed Path di Angela Schanelec è un’esperienza straniante, un’enigma assoluto e impenetrabile. Sulla carta dovrebbe essere la classica storia di amanti dal destino avverso: giovane inglese e bella tedesca si vogliono bene ad Atene nell’estate del 1984, ma poi la madre di lui ha un’incidente, il ragazzo rimpatria e la perde per sempre, vivendo una vita di rimpianto. Lei nel frattempo dà alla luce suo figlio e si trasferisce nella città dove lui vive una vita di quieta involuzione, inconsapevole del continuo sfiorarsi con lei. A fare a testimone inconsapevole del loro amore, un’attrice dal matrimonio in cui non crede veramente.
Melanconico e toccante sì, ma buona parte della trama l’ho dedotta dalla sinossi! Credo di non aver mai visto in vita mia un film così distaccato a livello emozionale e con personaggi così anaffettivi, tanto da rendere davvero ardua la comprensione non solo dei loro sentimenti, ma proprio di quello che stanno e di chi siano (e non aiuta il fatto che spiccichino 4 parole in croce in tutto il film). L’inquadratura di una scarpa consumata o di una sporta della spesa può essere significativa ed emozionante, a patto che però gli interpreti e la storia siano in qualche modo espressivi. Qui invece si sprofonda più volte ne WTF!? e anche in qualche minuto di sonnellino fisiologico.

Bangkok Nites di Katsuya Tomita

Quando presenti un film che sfonda le 3 ore non solo devi assicurarti di avere cose a sufficienza da dire, ma anche di aver fatto un’onesta scrematura tra quello che vorresti mettere nel film e quello che vale la pena di aggiungere al montaggio finale.
Il primo film di Katsuya Tomita, Saudade, era stato molto apprezzato proprio a Locarno. Evidentemente il regista giapponese è rimasto sotto il nuovo colonialismo occidentale e giapponese della Thailandia a luci rosse, perché stavolta è andato là con tutta la troupe e ne ha esplorato le origini sociali ed economiche. Le donne di Laos, Cambogia, Birmania e Thailandia a causa della forza dello yen e delle valute occidentali e a causa della mentalità di subordinazione e responsabilità imposta all’universo femminile nel sud est asiatico hanno l’onere di mantenere le loro famiglie allargate che vivono negli splendidi ma poverissimi scenari agricoli delle loro nazioni e come unica possibilità quello di farlo attraverso il mercato della prostituzione di alta fascia in grandi metropoli come Bangkok.

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La bella e volitiva Subenja Pongkorn con la sua lotta tra libertà e sicurezza economica poteva da sola riempire il film, ma ci stava ed era interessante anche la storyline del suo amato giapponese, esempio di squattrinato fallito che si gode la fortuna sessuale del maschio asiatico giapponese nel resto dell’Indocina (che ribadiscono più volte i suoi compatrioti sfaccendati durante il film). Poi però arrivano le storyline dei compagni di gozzoviglio di lui, le patturnie di colleghe e parenti di lei, i delicati equilibri militari e politici dell’Indocina e si finisce a desiderare ardentemente che ogni dissolvenza a nero lasci spazio ai titoli e invece la strada è ancora lunga, lunghissima.

I, Daniel Blake di Ken Loach

idanielblakeQui in realtà finiamo in territorio francese di Cannes 2016, ma l’attesissima proiezione del vincitore dell’ultima Palma d’Oro ha richiamato una fiumana di pubblico, in un festival che ha ancora una volta dimostrato di amare particolarmente il regista inglese.
Ci sarà probabilmente modo di parlarne a tempo debito all’uscita italiana, ma confermo la mia impressione: se umanamente i poveri e gli oppressi di Ken Loach colpiscono dritto al cuore, I, Daniel Blake è un film già visto dentro e fuori la sua filmografia parecchie volte e con una visione vagamente paracula, priva di gradiente e contrasti (ogni burocrate è intrinsecamente codardo o peggio malvagio, lo Stato è il Male puro, mentre i poveri sono eroi senza macchia e dalla grande virtù umana), senza contare l’incredibile prevedibilità dei suoi risvolti più “shockanti”. Cannes (come anche Berlino) possono certamente mandare un messaggio politico, ma il cinema non dovrebbe uscire di scena. Dei 6 film in concorso che ho finora recuperato questo è quello meno memorabile e dal coefficiente cinematografico più basso: sono molto più ficcanti e cinematograficamente sfaccettati i due film romeni di cui dicevo sopra, che peraltro esplorano simili ottusità del rapporto tra cittadino e Stato. George Miller, ma che hai combinato?

Non può mancare la sezione dei missed but not forgotten, ovvero qualche perla la perdi sempre e ne sei acutamente consapevole:

O Ornitologo – João Pedro Rodriguesha vinto come miglior regia ed era stato parecchio spinto in conferenza stampa introduttiva. Insomma, è di gran lunga la mancata visione che mi brucia di più. L’impressione chiarissima è che siamo nel campo visionario vagamente folle (e che un po’ gli scivoli di mano questo versante artistoide, a detta di molti) ma spero di recuperarlo presto. La storia è quella di un ornitologo che insegue in Sud America una rara specie di uccello e pian piano diventa un santone.

Mister Universo – La mia inettitudine in quando rappresentante del giornalismo italiano è testimoniata dal fatto che in conferenza stampa non chiedo mai dell’anche un po’ d’Italia e dalla trascuratezza con cui mi sono lasciata sfuggire il titolo italico di Tizza Covi & Ranier Frimmel, mediamente apprezzato a Locarno 69 anche dalla critica estera. Cosa ci volete fare, documentario e mondo circense di provincia: scusate se non ero entusiasta. Rimedierò.

The Challenge – Fatico ancora a inquadrarlo pienamente, ma dopo il premio della giuria e un paio di racconti di chi là visto mi è molto chiaro che il film di Yuri Ancarani è quello con il più alto livello visitivo/tecnico e annesso autocompiacimento registico. Si potrebbe fare.

All The Cities of the North – Una delle prime proiezioni del festival che a me puzzacchiava di pretezioso da un km ma nei giorni successivi mi sono imbattuta in un tot di persone che ne parlavano con un tono davvero concitato e allora mi sa che ho fatto una cazzata io, eh.

Rat Film – Questo l’ho inseguito vanamente perché ha una locura insita pazzesca, il classico film assolutamente folle da festival. Folle tipo un documentario che esplora la storia di Baltimora dal punto di vista dei topi. Oh my.

The Tunnel – al momento guida il botteghino coreano, ma è un film che parla di un poveraccio che rimane bloccato con poca acqua e poca aria dentro un tunnel autostradale che gli frana addosso. Pensando a quanti lunghi tunnel avrei dovuto fare in macchina per tornare a casa, son stata pusillanime e sono fuggita.