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thewitch1Nel desolato panorama post ferragostano delle uscite cinematografiche italiane è riuscito finalmente a farsi strada uno di quei film di cui in realtà sai tutto e niente, già familiare dopo averlo visto decine di volte tra recensioni oltreoceano e consigli di cinefili italiani impazienti eppure quasi sconosciuto perché la notevole familiarità (e la voglia di evitare spoiler) ti spinge ad andare sulla fiducia o a fidarti di un trailer più truffaldino che mai.
The Witch (per meglio dire The VVitch: A New-England Folktale) viene presentato come esponente di spicco della categoria film horror rivelazione così belli da finire nella lista delle migliori pellicole dell’anno. Il punto è che la sua appartenenza all’horror è più da ricondursi a una problematica presenza sovrannaturale che al classico film di spaventi, tensione e paura.
The Witch è insomma innanzitutto un’esperienza cinematografica importante e polarizzante, che mette in secondo piano l’urgenza di stabilire se il film piaccia o meno, dato che la reazione più comune nel post visione è lo spiazzamento confuso di fronte a quanto appena visto negli 87 minuti pregni eppure molto cadenzati del film.
Per stabilire se piaccia o meno bisognerebbe prima capire ed è con una lunga serie di domande, allusioni e risposte particolarmente ben celate che il cineasta esordiente Robert Eggers ci costringe al suo stesso percorso di documentazione e di ricerca, durato ben 4 anni.

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Quel che è chiaro è il forte intento di smitizzare la narrativa dei padri pellegrini come narrata dai libri di scuola e spesso contraddetta dagli storici. Bastano poche immagini in apertura del film per capire che non siamo di fronte a barconi carichi di perseguitati religiosi che sbarcano su una terra benedetta per portarvi la parola del Signore, ma piuttosto di fronte a un gruppo di fondamentalisti religiosi di stampo puritano, messi alla durissima prova dalla solitudine, dalla paranoia mistica, dalla difficoltà a sopravvivere in una terra spesso pericolosa e inospitale.
La famiglia protagonista di The Witch è così radicale da farsi espellere dalla comunità locale in cui persino dei nativi sono riusciti a integrarsi. Il padre, William, si trascina via moglie e 5 figli, guidandoli su in raduna sperduta sul lambire della foresta, dove coltiveranno il grano, alleveranno le capre e loderanno il Signore.

La più restia a lasciarsi alle spalle la comunità pare Thomasin (la piccola grande rivelazione Anya Taylor-Joy), la bella e inquieta figlia maggiore, una ragazzina sulle soglie dell’età adulta che desidera disperatamente essere buona (e la cui fede è forse la più cristallina di famiglia) ma si ritrova al centro di tensioni sotterranee e fortissime del nucleo familiare. Osteggiata dalla madre, invidiata dal duo di gemellini orribili ed inquietanti, adorata dal fratellino Caleb e usata come capro espiatorio dal padre, Thomasin si rivela da subito la protagonista della pellicola e del drammatico evento che sarà il motore scatenante del delirio familiare.

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La domanda più immediata che il film lascia dietro di sé è quanto ci sia di effettivamente vero nella componente sovrannaturale. C’è veramente una strega che fa vacillare la fede della famigliola facendo leva sui singoli desideri dei suoi membri o è tutta paranoia e fanatismo, magari coadiuvato dall’insistenza sul granoturco marcito, così simile a quella malattia della segale cornuta che con le sue allucinazioni ha creato gran parte del folklore occidentale dal Rinascimento in poi? Quel che è certo è che il cast inglese (davvero eccellente) è stato scelto per poter parlare con il giusto accento l’inglese del tempo, così come le battute sono state spesso prese paro paro dagli innumerevoli diari, atti di processo e documenti che presentavano come veri incontri con streghe e con il Demonio.

Il punto di forza del film è la sua inflessibilità nel ricostruire quell’orizzonte, girando nelle giuste location, costruendo la casa e i vestiti della famiglia interamente a mano con le tecniche dell’epoca, rifiutando ogni intervento correttivo degli effetti speciali, il tutto con grande coerenza narrativa e registica e soprattutto senza mai scivolare nella presunzione o nello sfoggio tecnico.
La precisione maniacale di Eggers ci porta quindi in un mondo in cui questi avvenimenti erano ritenuti veri e possibili e si spinge a sottolineare gelosie e nevrosi che possono innescare visioni e paranoie (la codardia del padre, l’attaccamento della madre verso i figli maschi, la malignità della gemellina nei confronti della sorella).

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Lo spunto geniale del film è però destabilizzarci da subito, mostrandoci una strega e inserendola nel quadro ben prima che il ritratto familiare vada in frantumi. L’unico limite di questo film (oltre alla sua autoriale lentezza) che sa anche sfruttare al meglio i propri limiti finanziari per creare un orizzonte uniforme, soffocante, sempre uguale a se stesso, è di mancare completamente di immediatezza, di costringere lo spettatore ad assorbirlo davvero a posteriori (o con una seconda visione), correndo il rischio di essere abbandonato molto prima ed etichettato come insulso e noioso.
In realtà la storia è così strettamente intessuta che vicoli ciechi non ce ne sono, anche se le risposte a eventi più che inspiegabili inspiegati vanno davvero cercate con grande pazienza e una buona dose di Google. Per farvi un esempio, l’inspiegabile sparizione finale è in realtà immediatamente risolvibile pensando ai risultati che aveva dato sulla strega la prima importante scomparsa. Per capirlo, e apprezzare appieno lo sbocciare di Thomasin però, ci vogliono ben più che un paio di minuti di titoli di coda.

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Lo vado a vedere? Sì, a patto di aver ben capito a che tipo di prodotto si va incontro e con la consapevolezza che il rischio di uscirne dapprima confusi (e non è detto che se ne sia mai soddisfatti) è molto alto. Stilisticamente però è pressoché perfetto e Anya Taylor-Joy è una gran bella scoperta.
Ci shippo qualcuno? No, però Thomasin io la capisco: se ha una voglia del tutto legittima di burro e la trascinano in un posto orrendo per morir di fame in compagnia degli inquietantissimi suoi gemelli, beh, non è che possano pretendere che rimanga una santa in eterno.

Consiglio la lettura di QUESTO PEZZO sull’incredibile lavoro della costumista del film Linda Muir. Se poi continuate ad avere problemi con qualche passaggio dell’enigmatico finale, trovate tutte le spiegazioni del caso QUI.